Paura e delirio a Las Pezia: da Sgarbi (improbabile?) sindaco alle annose vicende di piazza Verdi


La Spezia: dopo la difficile vicenda di piazza Verdi si fa il nome di Sgarbi come candidato sindaco per la città. Alcuni spunti di discussione.

Nel paese in cui i megafoni, più o meno inceppati e più o meno adusi al turpiloquio, hanno dato talvolta prova di trasformare l’endorsement per una causa o per un movimento in azione politica concreta, esistono lembi di terra che, per svariate ragioni, più di altri si prestano a diventar facile terreno di ripetute incursioni a opera di personaggi ai quali arride una certa fortuna mediatica: ne sappiamo qualcosa qui, al confine tra Liguria e Toscana, zona in cui le apparizioni di Vittorio Sgarbi pare si siano parecchio intensificate. Te lo puoi trovare a Carrara, mentre in un tour notturno per mostre e musei butta giù dal letto custodi ed ex presidenti del consiglio (i primi per farsi aprire le strutture, i secondi per aver qualcuno a cui esprimere telefonicamente la propria eccitazione per le meraviglie appena viste). Te lo puoi trovare a Pietrasanta, mentre dai salotti buoni della cittadina versiliese annuncia l’ennesima candidatura a sindaco per una qualche città d’Italia (questa volta è toccato a Milano). E te lo puoi trovare anche alla Spezia (o meglio: a Spezia, rigorosamente senza articolo come vuole la parlata colloquiale della città e dei comuni limitrofi nel raggio di almeno cento chilometri), dove trova anche il tempo di fare qualcosa di veramente buono e interessante (detto senza ironia), ovvero sostenere con forza, rischi per le coronarie e insulti assortiti le ragioni di quell’ampia parte della cittadinanza che intende opporsi a un insensato progetto riguardante una delle principali piazze della città, ovvero piazza Verdi.

Capita dunque che una certa ala della protesta, chissà se avversa al progetto Vannetti-Buren per vera empatia con chi vorrebbe che gli amministratori spezzini utilizzassero il denaro UE non per gingillarsi con le archistar ma per risolvere i problemi di degrado cittadino, oppure per mera (e un po’ squalliduccia) contrarietà politica, si metta alla ricerca di figure che possano incarnare la propria visione circa il futuro della città. Del resto, il prossimo anno ci saranno le elezioni. Le voci, insomma, si rincorrono, e quando si trovano finiscono sulle pagine dei giornali locali, che parlano di (improbabili?) candidature alla carica di sindaco della Spezia, con un Vittorio Sgarbi visto come potenziale primo cittadino che il centrodestra potrebbe opporre, in qualità di salvifico “nome preso dalla società civile”, alla stancante monotonia dei “politici bolliti”. Niente di nuovo sul fronte occidentale: il giorno prima della sua presenza a Pietrasanta a cui s’è fatto cenno sopra, Sgarbi esprimeva la propria volontà di candidarsi a sindaco di Trieste, e qualche giorno dopo rifiutava invece la candidatura a primo cittadino di Bologna. Insomma: unendo tutte le città per le quali s’è ipotizzato il nome di Sgarbi come quello del futuro sindaco, verrebbe fuori una bella edizione del Giro d’Italia. Lecito quindi aspettarsi che la voce ligure sia destinata a rimanere tale: anche perché già un’orda di spezzini, al grido di “belin, anzi che Sgarbi sindaco andemo a stae a Carrara!”, sta già esprimendo la propria fortissima contrarietà. E si noti che uno spezzino che manifesta l’intenzione di voler abitare a Carrara è un po’ come un fervente cattolico che durante una messa si porta davanti all’altare esibendosi in una fragorosa bestemmia. Ah, e già che ci siamo chiedo venia agli spezzini in ascolto e visione per aver tentato di riprodurre, da carrarino (quindi sicuramente in malo modo), il loro dialetto.

Sgarbi e piazza Verdi
Vittorio Sgarbi (credit), piazza Verdi com’era prima dei lavori, e la prima redazione del progetto Vannetti-Buren

Battute e divisioni campanilistiche a parte, le vicende che riguardano La Spezia ci parlano di una città verso la quale l’amministrazione comunale, da anni, usa ben pochi riguardi. Si potrebbero fare numerosi esempi: dalle periferie ormai interessate da degrado profondo, passando per la disoccupazione in costante aumento, per le emergenze rifiuti e inquinamento, fino ad arrivare agli recenti sviluppi intorno al piano regolatore del porto, materia dalla cui partecipazione la cittadinanza, ancora una volta, sembra essere stata esclusa. Di fronte a tutto ciò, la vicenda di piazza Verdi rappresenta quasi una sorta di esempio di come l’amministrazione guidata dal sindaco Massimo Federici abbia gestito la città: scarso coinvolgimento della cittadinanza, pochissima propensione al dialogo, energie e risorse spese per progetti e situazioni che non costituivano priorità.

Il cantiere di piazza Verdi qualche giorno fa
Il cantiere di piazza Verdi qualche giorno fa

Su piazza Verdi siamo intervenuti più volte, sia sul nostro sito, sia sulla nostra pagina Facebook. Rispetto agli sviluppi di cui avevamo dato conto su questo spazio (ci eravamo fermati al momento in cui, purtroppo, erano iniziati i lavori di abbattimento degli ottuagenari pini della piazza), nell’ultimo anno e mezzo la vicenda si è fatta ancor più movimentata. Come era stato ampiamente preannunciato, c’è stato un ricorso al Consiglio di Stato, che però ha dato ragione al Comune facendo sì che i lavori riprendessero, e nel frattempo i già alti costi del progetto avevano conosciuto un cospicuo aumento. Ma non era ancora finita: all’inizio dell’estate scorsa, durante i lavori, venivano riportati alla luce resti di edifici su cui la Soprintendenza ligure voleva compiere accertamenti. Il ritrovamento ha comportato dunque un nuovo stop ai lavori, causando notevoli irritazioni nell’amministrazione comunale che reagiva, per bocca e mano del sindaco, con un’indignata lettera al ministro Franceschini (a cui Federici si rivolgeva con un “tu” tanto confidenziale quanto inopportuno). Una lettera nella quale, in linea con le tendenze del PD nazionale, ci si scagliava con veemenza contro la Soprintendenza, rea di “muoversi a danno di una comunità tutta” (!) in quanto avrebbe impedito la prosecuzione dei lavori. La Soprintendenza, dopo aver stabilito che i resti erano quelli dell’ottocentesco Politeama Duca di Genova, ha consentito il ripristino dei lavori (benché solo nella zona della piazza non interessata dagli scavi), e ha imposto all’amministrazione comunale di modificare il progetto per piazza Verdi al fine di valorizzare i reperti: il Comune ha quindi fatto di nuovo ricorso al Tar contro la decisione dell’ente preposto alla tutela dei beni culturali. Il resto è storia di poche settimane fa: il Tar, a fine gennaio, ha dato torto al Comune, che però non intende arrendersi, i comitati contrari al progetto affermano che ci sono gli estremi per richieste di danni erariali, e ulteriori polemiche sono sorte in merito alla viabilità spezzina fortemente snaturata (e resa ancor più caotica di quanto già non lo sia) dal progetto, che in questi ultimi giorni ha peraltro conosciuto l’approvazione, da parte della Soprintendenza, della variante. Una variante che comportasse il ripristino del verde eliminato dalla piazza e la preservazione dei ritrovamenti.

Il nuovo progetto per piazza Verdi
Il nuovo progetto per piazza Verdi

Alla Spezia si è assistito, in sostanza, a quello a cui nel settore dei beni culturali siamo abituati anche su scala nazionale: sprechi, progetti faraonici ma di dubbia utilità, scontri tra istituzioni, cittadinanza esclusa. E ovviamente pareri non ascoltati: per piazza Verdi è stata promossa anche una raccolta firme che ha conosciuto adesioni importanti, di studiosi, docenti universitari, giornalisti, scrittori, editori, scienziati (e che, ovviamente, non è servita ad alcunché). Anche in questa città, l’amministrazione ha seguito i dettami dell’attuale leader del principale partito nazionale, e riecheggiando il renziano motto secondo cui “le sovrintendenze vincolano e tutelano anche e soprattutto le schifezze”, il sindaco spezzino ha espresso la propria indignazione nei confronti della Soprintendenza genovese che si è impegnata “in prima persona nel tutelare il ritrovamento di alcuni sassi, già fondamenta di un teatro ottocentesco demolito circa un secolo fa in quanto di scadenti fattezze”. In realtà si decise per la demolizione del Politeama Duca di Genova non per le motivazioni menzionate da un sindaco che si reinventa storico dell’architettura, ma semplicemente perché l’edificio avrebbe impedito l’apertura di via Vittorio Veneto: si sa, del resto, che il regime fascista (la demolizione avvenne nel 1933), quando si trattava di spianare quartieri per edificare nuove costruzioni, non si faceva troppi scrupoli. Anche la reinterpretazione fantasiosa della storia è prerogativa di certa politica. Il problema è che a subire le conseguenze delle scelte di questa certa politica, spesso incline alla protervia e alla scarsa propensione verso il confronto, sono i cittadini. Che alla Spezia, come in tutta Italia, non chiedono altro che maggior cura nei loro confronti: e l’attenzione verso i cittadini dovrebbe essere la base di un qualunque paese che vuol dirsi democratico.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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