Per capire quanto possa cambiare un dipinto dopo un restauro, basta guardare l’Annunciazione di Neri di Bicci (Firenze, 1418/1420 – 1492) nella chiesa di Sant’Agata a Firenze. Sotto uno spesso deposito di sporco, vernici ormai ingiallite e vecchie ridipinture, la scena aveva perso parte della propria leggibilità. Adesso, dopo il restauro sostenuto da Friends of Florence, sono tornati distinguibili il grigio chiaro della pietra delle architetture, la chioma scura degli alberi sul fondo, le tonalità pastello degli incarnati della Madonna e dell’angelo e soprattutto la luminosità della raggiera che accompagna l’apparizione di Dio Padre. Il restauro è stato eseguito da Muriel Vervat per la superficie pittorica, mentre la ditta Relart di Roberto Buda si è occupata degli interventi sul supporto ligneo, e Ottaviano Caruso ha eseguito le indagini diagnostiche.
La tavola, datata 1444, è una delle opere che documentano la fase giovanile di Neri di Bicci, quando il pittore era ancora vicino alla bottega del padre, Bicci di Lorenzo (Firenze, 1373 – 1452), e a una cultura figurativa tardogotica che proprio nella Firenze della metà del Quattrocento stava progressivamente lasciando spazio alle nuove ricerche del primo Rinascimento. Attribuita a Neri di Bicci dallo storico dell’arte Matteo Marangoni nel 1915, l’Annunciazione conserva inoltre una traccia precisa della propria origine: un’iscrizione nella parte inferiore ricorda che fu eseguita per volontà di suor Sandra di Francesco di Niccolò Riccialbani, come offerta votiva per sé e per la madre.
È dunque un ex voto, un dipinto nato per una devozione personale, ma anche una testimonianza di quel sistema di produzione artistica che nella Firenze del Quattrocento faceva capo alle grandi botteghe. La data molto precoce, la semplificazione della composizione e il linguaggio ancora legato agli stilemi tardogotici hanno portato a collocare la tavola nell’ambito della bottega di Bicci di Lorenzo. L’ipotesi più plausibile è che la commissione fosse stata affidata proprio a Bicci, al quale potrebbe spettare l’idea compositiva, e che il lavoro fosse stato poi eseguito dal giovane Neri, allora tra i collaboratori della bottega paterna. La mano di Neri sarebbe riconoscibile soprattutto nelle fisionomie dei personaggi. Il risultato è una pittura che oggi, liberata dopo il restauro dalle alterazioni accumulate nel tempo, permette di cogliere meglio anche le caratteristiche di questa fase della carriera dell’artista. Non è ancora la pittura del Neri di Bicci maturo, destinato pochi anni dopo a prendere la direzione della bottega paterna, ma quella di un giovane pittore che si muove all’interno di un linguaggio ereditato dalla tradizione e che si trova alla vigilia di una stagione di profondi cambiamenti. La scena dell’Annunciazione riprende infatti un modello particolarmente fortunato nella Firenze del tempo: quello della cosiddetta “Annunciazione fiorentina”, l’affresco trecentesco collocato nella controfacciata del santuario della Santissima Annunziata e considerato miracoloso dalla devozione popolare. Il successo di questo modello è documentato anche da altre opere: il confronto è particolarmente stretto con l’Annunciazione della chiesa fiorentina di Sant’Angelo a Legnaia, del 1440, e con quella realizzata per la chiesa della Madonna della Salute a Borgo a Buggiano nel 1442. La fortuna di queste composizioni mostra come modelli nati nel contesto cittadino potessero essere ripresi anche al di fuori di Firenze, nel contado.
L’Annunciazione di Sant’Agata presenta alcuni caratteri che ne rivelano la fase ancora acerba: per esempio, alcune incongruenze nell’impianto architettonico e una resa ancora ingenua delle volumetrie anatomiche sotto i panneggi. Ma proprio questi aspetti contribuiscono a collocare il dipinto in un momento preciso del percorso di Neri di Bicci, mentre il linguaggio narrativo della tavola conserva una freschezza coerente con la natura dell’opera e con la sua origine votiva.
L’intervento di restauro è partito da una situazione conservativa problematica. Situazione che peraltro, a cinquant’anni di distanza dalla descrizione contenuta nella scheda del Catalogo Generale dei Beni Culturali del 1976, presentava ancora problemi analoghi. Allora la tavola era descritta con le parole “Colore sporco, crettature, profonda fenditura verticale, cadute di colore”. Quelle stesse criticità sono state riscontrate anche in occasione del nuovo intervento: alla superficie pittorica si erano aggiunti uno spesso strato di sporco ambientale, vernici ingiallite e ridipinture eseguite in corrispondenza delle antiche cadute di colore. Le alterazioni interessavano anche i margini della tavola. Lungo entrambi i lati verticali, per una larghezza di circa dieci centimetri, erano presenti due strisce di colore marrone scuro, applicate in maniera grossolana per coprire il legno grezzo del supporto. La relazione tecnica di Muriel Vervat osserva che in origine doveva probabilmente essere previsto un listello dorato sagomato perimetrale, analogo a quello che si trova su un’altra Annunciazione di Neri di Bicci nella chiesa di Santa Trinita e simile a quello della tavola di Sant’Agata.
Prima di intervenire sulla superficie, è stata documentata la situazione complessiva dell’opera. Le indagini diagnostiche eseguite da Ottaviano Caruso hanno compreso riprese fotografiche della fluorescenza ultravioletta, utili a valutare e documentare le alterazioni della vernice e i precedenti ritocchi pittorici, oltre a un esame riflettografico a infrarossi, condotto attraverso diversi livelli di ripresa e finalizzato soprattutto alla visualizzazione del disegno preparatorio sottostante.
Anche il supporto ha richiesto un intervento, condotto, come anticipato, dalla ditta Relart di Roberto Buda. La tavola è costituita da quattro assi di legno di pioppo unite verticalmente e in origine mantenute insieme da due traverse inchiodate. Proprio queste traverse costituivano uno degli elementi che ne compromettevano la conservazione e sono state sostituite. Sono state inoltre risanate le fenditure verticali presenti nel tavolato e il legno è stato sottoposto a un trattamento contro un attacco attivo di insetti xilofagi. Per la parte pittorica, Muriel Vervat ha lavorato sulla superficie per recuperare la leggibilità della scena.
E il risultato più immediatamente percepibile riguarda proprio la tavolozza: il restauro ha infatti permesso di distinguere nuovamente il colore della pietra delle architetture, un grigio chiaro che si contrappone alla massa scura degli alberi sullo sfondo. Sono tornate leggibili anche le tonalità pastello degli incarnati della Madonna e dell’angelo, mentre la rimozione delle alterazioni superficiali ha restituito luminosità alla raggiera che segnala la presenza di Dio Padre.
Il recupero dei colori non è però l’unico risultato dell’intervento: la possibilità di leggere meglio la superficie pittorica consente infatti di osservare con maggiore chiarezza una tavola che si colloca in un passaggio significativo della pittura fiorentina del Quattrocento. Neri di Bicci si era formato all’interno della bottega del padre Bicci di Lorenzo, una struttura produttiva di grandi dimensioni, organizzata secondo modalità quasi imprenditoriali e capace di rispondere a una domanda molto ampia di immagini sacre. In questo contesto si colloca anche la commissione di Sant’Agata, che potrebbe essere stata concepita da Bicci e affidata nell’esecuzione al figlio. Proprio la data del 1444 rende la tavola particolarmente interessante per seguire questo passaggio: appena oltre la metà degli anni Quaranta, circa tre anni dopo l’esecuzione dell’Annunciazione di Sant’Agata, Neri di Bicci avrebbe assunto la direzione della bottega paterna, e Bicci di Lorenzo sarebbe scomparso nel 1452. L’opera della chiesa di Sant’Agata si trova quindi in un momento precedente all’affermazione autonoma del figlio, quando la sua pittura conserva ancora un forte legame con la cultura tardogotica nella quale si era formato.
È anche il momento in cui Firenze stava conoscendo una trasformazione decisiva del proprio linguaggio figurativo. Le nuove istanze del primo Rinascimento erano rappresentate, in particolare, dalle opere di Filippo Lippi, Domenico Veneziano e Beato Angelico, che incontravano un largo successo nella città alla metà del Quattrocento. L’Annunciazione di Sant’Agata testimonia dunque una fase di passaggio: da una parte la persistenza dei modelli e degli stilemi tardogotici, dall’altra la vicinanza di una stagione nuova destinata a modificare profondamente la pittura fiorentina.
L’intervento è stato sostenuto dai donatori William e Jeanne Bice ed è stato condotto con la collaborazione della Parrocchia di San Charbel, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e la Provincia di Prato. La conclusione del restauro è stata presentata il 21 settembre 2026 nella chiesa di Sant’Agata, in via San Gallo 108, alla presenza del parroco di San Charbel Don Dani Kamal, della presidente di Friends of Florence Simonetta Brandolini d’Adda, della funzionaria della Soprintendenza ABAP Silvia Benassai e di Muriel Vervat.
Per Friends of Florence, ha dichiarato Simonetta Brandolini d’Adda, il restauro consente oggi alla comunità di “tornare ad apprezzare i colori ed i dettagli dell’Annunciazione dopo un restauro che ha reso di nuovo accessibile l’opera ai devoti e visitatori. Ringrazio la Parrocchia, la Soprintendenza e tutte le persone che hanno contribuito a questo intervento, in particolare la restauratrice Muriel Vervat per il lavoro svolto ed i donatori William e Jeanne Bice”.
Anche don Dani Kamal ha sottolineato il significato della restituzione dell’opera alla chiesa e alla comunità, esprimendo la propria gratitudine alla presidente di Friends of Florence, ai donatori, alla Soprintendenza, alla restauratrice e a quanti hanno collaborato al progetto. Nelle sue parole, il restauro permette di restituire alla tavola “la dignità e la leggibilità che il tempo aveva in parte offuscato”. L’auspicio espresso dal parroco è che l’opera possa continuare a essere, per la comunità e per chi la contempla, un punto d’incontro tra la bellezza dell’arte e la dimensione religiosa alla quale fu destinata.
L’Annunciazione torna così a essere leggibile nei suoi dettagli pittorici e nella sua struttura materiale. Ma il restauro permette anche di guardare più da vicino un momento ancora poco maturo della carriera di Neri di Bicci: una tavola realizzata quando il pittore lavorava nella bottega del padre, costruita su un modello devozionale già affermato e ancora profondamente legata alla tradizione tardogotica. La superficie recuperata, con i suoi contrasti tra la pietra chiara, gli alberi scuri, gli incarnati delicati e la raggiera luminosa, restituisce oggi con maggiore chiarezza proprio quella fase di transizione nella quale il linguaggio del Quattrocento fiorentino stava cambiando.
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