Arezzo, restaurato il San Sebastiano di Andrea della Robbia


Presentato al Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo il restauro della terracotta invetriata di Andrea della Robbia e bottega. L’intervento, sostenuto dal Club Inner Wheel Arezzo, valorizza uno dei capolavori della produzione matura dell’artista.

Al Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo è stato presentato il restauro del San Sebastiano, raffinata terracotta invetriata attribuita ad Andrea della Robbia (Firenze, 1435 – 1525) e alla sua bottega, databile agli inizi del XVI secolo. L’intervento conservativo, realizzato grazie al sostegno del Club Inner Wheel Arezzo, ha consentito di recuperare pienamente la leggibilità e l’unità estetica dell’opera, restituendo al pubblico uno dei significativi esempi della produzione matura dell’artista fiorentino. La presentazione si è svolta alla presenza di Carlotta Paola Brovadan, direttrice regionale Musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura, di Luisa Berretti, direttrice del Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo, e di Antonella Semoli, presidente del Club Inner Wheel Arezzo, realtà che ha sostenuto economicamente il progetto di recupero.

L’intervento è stato affidato alla restauratrice Silvia Gualdani e si è articolato in diverse fasi operative. Il lavoro ha previsto innanzitutto una accurata pulitura della superficie, indispensabile per eliminare depositi e alterazioni che nel tempo avevano compromesso la lettura dell’opera. Successivamente si è proceduto al consolidamento strutturale, necessario per garantire la stabilità del manufatto, seguito dall’integrazione delle lacune ceramiche mediante materiali compatibili con quelli originali. Il restauro si è concluso con un ritocco pittorico finale, finalizzato a restituire coerenza visiva, leggibilità e unità estetica alla scultura.

Il San Sebastiano di Andrea della Robbia restaurato
Il San Sebastiano di Andrea della Robbia restaurato

L’opera rappresenta un significativo esempio della celebre tecnica della terracotta invetriata, una delle più importanti innovazioni artistiche del Rinascimento italiano. La sua origine è legata all’ingegno di Luca della Robbia che, intorno al 1440, sviluppò un procedimento rivoluzionario destinato a modificare profondamente il linguaggio delle arti plastiche occidentali. Attraverso una lunga fase di sperimentazione sui materiali, l’artista elaborò una particolare miscela composta da stagno, antimonio, minerali e smalti che, una volta sottoposta alla cottura in fornace, era in grado di proteggere la superficie della terracotta e di conferirle una straordinaria resistenza agli agenti atmosferici. La portata innovativa di questa scoperta fu tale da essere celebrata anche da Giorgio Vasari, che nella seconda edizione delle Vite descrisse la tecnica robbiana come una “arte nuova utile e bellissima”. Lo storiografo e artista aretino ricordava come Luca della Robbia, dopo numerosi esperimenti, avesse scoperto che l’applicazione di una coperta invetriata ottenuta attraverso l’utilizzo di stagno, terra ghetta, antimonio e altri minerali consentiva di rendere le opere in terracotta “quasi eterne”.

La definizione di Vasari non era soltanto un elogio retorico. La terracotta invetriata rappresentava infatti una sintesi perfetta tra scultura e colore, capace di offrire effetti visivi fino ad allora impensabili. Le superfici acquistavano una luminosità particolare, i colori risultavano intensi e brillanti e l’opera conservava nel tempo una straordinaria integrità. Blu di cobalto, bianco di stagno, verdi ottenuti dal rame, gialli derivati dall’antimonio e bruni di manganese costituivano una tavolozza limitata ma estremamente efficace, diventata il tratto distintivo della produzione robbiana.

Se Luca della Robbia fu l’inventore della tecnica, fu però il nipote Andrea a garantirne la straordinaria diffusione. Definito da Vasari “eccellente scultore di terra e di marmo”, Andrea raccolse l’eredità dello zio trasformando la bottega di via Guelfa a Firenze in uno dei più importanti centri produttivi del Rinascimento. Sotto la sua guida la terracotta invetriata superò i confini della Toscana per raggiungere numerose regioni della penisola, dall’Umbria fino al Mezzogiorno aragonese. La quantità di opere prodotte fu tale che Vasari la definì senza esitazione “infinita”.

Accanto alla diffusione geografica, Andrea introdusse nella tradizione familiare una nuova intensità narrativa e spirituale. Le sue opere si caratterizzano per una maggiore attenzione alla dimensione emotiva e religiosa, trasformando la terracotta invetriata in uno strumento privilegiato per la comunicazione della fede. La luminosità delle superfici smaltate e il contrasto tra il bianco delle figure e l’azzurro degli sfondi contribuirono a creare immagini di forte impatto devozionale, capaci di parlare direttamente ai fedeli.

Il San Sebastiano restaurato ad Arezzo appartiene proprio a questa fase matura della produzione di Andrea della Robbia e riflette pienamente il clima culturale e spirituale che caratterizzò gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento. In particolare, l’opera testimonia l’influenza esercitata dalla predicazione di Girolamo Savonarola sulla cerchia robbiana. Il rapporto tra la famiglia Della Robbia e il frate domenicano fu infatti particolarmente intenso: la bottega fu tra le realtà artistiche più vicine alle idee savonaroliane e il coinvolgimento non rimase limitato al piano culturale. Due figli di Andrea, Francesco e Marco Giovanni, entrarono infatti nell’ordine domenicano presso il convento di San Marco negli anni in cui Savonarola esercitava la propria influenza spirituale su Firenze. Particolarmente significativa è la figura di Marco Giovanni, che nel 1496 assunse il nome di Fra’ Mattia. A lui viene attribuito il celebre busto in terracotta policroma raffigurante Savonarola oggi conservato nel Museo di San Marco, anch’esso appartenente alla Direzione regionale Musei nazionali Toscana. L’opera è considerata dagli studiosi l’unica effigie tridimensionale capace di restituire le reali sembianze del predicatore.

Questa adesione alle istanze religiose promosse da Savonarola lasciò una traccia evidente nella produzione artistica di Andrea della Robbia. Le opere mature abbandonano progressivamente l’esuberanza decorativa che aveva caratterizzato una parte della stagione rinascimentale per privilegiare un linguaggio improntato al rigore morale, alla semplicità evangelica e all’introspezione spirituale.

Il San Sebastiano recentemente restaurato costituisce un esempio emblematico di questa trasformazione. La composizione rinuncia agli elementi ornamentali più spettacolari e concentra l’attenzione sulla figura del santo, costruita attraverso una sobrietà formale che esalta la dimensione interiore del soggetto. La devozione si manifesta non attraverso la ricchezza decorativa ma mediante la purezza dell’espressione e la forza psicologica della rappresentazione. L’intensa introspezione che caratterizza il volto e l’atteggiamento del santo richiama direttamente quella ricerca di autenticità spirituale che fu uno dei cardini della predicazione savonaroliana. Le figure sacre diventano così strumenti di meditazione e riflessione, liberate da ogni compiacimento mondano e orientate verso una religiosità più austera e profonda.

Il recupero dell’opera si inserisce all’interno di una strategia culturale più ampia promossa dalla Direzione regionale Musei nazionali Toscana. L’intervento non rappresenta infatti soltanto un’operazione di conservazione materiale, ma si colloca in un progetto di valorizzazione del patrimonio fondato sulla collaborazione tra istituti, sulla condivisione delle competenze scientifiche e sulla costruzione di percorsi comuni di ricerca e tutela.

L’iniziativa acquista un valore particolare anche alla luce del profondo legame che unisce Arezzo alla tradizione robbiana. Il Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna conserva infatti una delle più importanti raccolte italiane di maioliche rinascimentali, patrimonio che dialoga direttamente con la produzione della famiglia Della Robbia. A questa si aggiunge una grande pala in terracotta invetriata di Andrea della Robbia che rappresenta uno dei capolavori della collezione museale. L’importanza di questo patrimonio era stata sottolineata già nel 2009 dalla grande mostra I Della Robbia – Dialogo tra le Arti nel Rinascimento, curata da Liletta Fornasari e Giancarlo Gentilini. L’esposizione contribuì in maniera determinante a rilanciare gli studi dedicati alla celebre bottega fiorentina e a rinnovare l’interesse del pubblico verso una vicenda artistica che continua a occupare un posto centrale nella storia dell’arte italiana.




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