Dopo oltre ottant’anni di assenza e dodici anni trascorsi sotto custodia giudiziaria, la Fede del Moretto (Alessandro Bonvicino; Brescia, 1498 circa – 1554) torna finalmente visibile al pubblico. Dal maggio 2026 e fino al 2027 l’opera sarà esposta al primo piano del Museo Diocesano di Brescia, accanto a un altro celebre capolavoro dell’artista, la Madonna col Bambino in gloria, San Giovanni Evangelista, il beato Lorenzo Giustiniani e l’allegoria della Sapienza Divina, conosciuta come “La Sapienza”. Un ritorno che chiude una delle vicende più controverse e rocambolesche legate al patrimonio artistico bresciano del Novecento, iniziata durante la Seconda guerra mondiale e conclusa soltanto dopo un lungo lavoro investigativo e scientifico.
La presentazione pubblica della vicenda è in programma giovedì 18 giugno 2026 alle ore 17. Coordinati da un responsabile del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri di Monza, interverranno Marco Gargano, docente di Fisica per le scienze della vita, l’ambiente e i beni culturali dell’Università degli Studi di Milano e autore della perizia scientifica sull’opera, lo storico dell’arte Mario Marubbi, autore della perizia storico-artistica, e Laura Sala della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia. A portare i saluti del vescovo sarà monsignor Raffaele Maiolini, vicario episcopale per la Cultura.
L’opera, un olio su tela del 1550 di 102 per 79,5 centimetri, appartiene alla fase tarda della produzione del Moretto. Il dipinto raffigura l’allegoria della Fede e costituisce una delle versioni più significative di un soggetto che l’artista sviluppò più volte nel corso della sua attività. Oggi il pubblico potrà nuovamente ammirarne la raffinata qualità pittorica, resa evidente dalla morbidezza degli incarnati, dalla sapiente modulazione di luci e ombre e dalla straordinaria capacità di rendere le diverse consistenze materiche. Nei panneggi vellutati, nei veli trasparenti, nel legno della croce e nel cristallo del calice emerge infatti la padronanza tecnica del pittore bresciano, capace di scolpire le figure attraverso i toni, i mezzitoni e le gradazioni più scure del colore.
La storia dell’opera attraversa però decenni di misteri, omissioni e passaggi di mano. Fino al 1944 la Fede era conservata nella chiesa parrocchiale di Santa Maria in Valverde, nel borgo di Padernello, nel Bresciano. Secondo le ricostruzioni storiche, il dipinto si trovava nella cappella del fonte battesimale. Alla fine della guerra, tuttavia, la tela venne illecitamente ceduta dal parroco dell’epoca con l’obiettivo di finanziare la costruzione dell’oratorio parrocchiale. Per evitare che la sottrazione fosse immediatamente scoperta, l’originale fu sostituito con una copia realizzata da Giambattista Bertelli, pittore e restauratore di Verolanuova.
Per decenni la sparizione dell’opera rimase sostanzialmente ignorata. La svolta arrivò nei primi anni Duemila, quando alcuni membri dell’associazione “Amici del Castello” rinvennero all’interno del castello di Padernello una piccola immagine raffigurante il dipinto. Sulla cartolina compariva chiaramente l’iscrizione “La Fede, parrocchia di Padernello”. Quel ritrovamento documentale dimostrava che almeno una delle sei rappresentazioni della Fede attribuite al Moretto aveva realmente ornato la chiesa del borgo. Da lì prese avvio una nuova stagione di studi e approfondimenti.
Nel 2008 la Fondazione Nymphe Castello di Padernello promosse la mostra Moretto, La Fede, il ritorno, organizzata nel periodo pasquale. L’esposizione presentava una delle sei versioni note dell’opera realizzate dal pittore attorno alla metà del Cinquecento e contribuì a riaccendere l’attenzione sul dipinto scomparso. Proprio a partire dal catalogo di quella mostra i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Monza riuscirono a sviluppare le indagini che nel giro di pochi mesi portarono all’individuazione dell’opera originale.
Le ricostruzioni investigative hanno consentito di seguire il percorso compiuto dal dipinto dopo la sua uscita dalla parrocchia. Dalle mani del parroco, infatti, la Fede sarebbe giunta all’ex pretore di Verolanuova, che successivamente la vendette a un antiquario. Da qui l’opera passò a un imprenditore e collezionista bresciano privato, nella cui abitazione venne infine rinvenuta e sequestrata dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Monza nel 2014.
Determinanti per la conferma dell’autenticità furono gli accertamenti scientifici condotti nel laboratorio di archeometria di Fisica generale applicata dell’Università Statale di Milano. Le analisi permisero infatti di attribuire con certezza il dipinto alla mano del Moretto, ponendo fine ai dubbi e consolidando il valore storico e artistico dell’opera recuperata. Dopo il sequestro giudiziario, la tela venne trasferita nei depositi del Museo Diocesano di Brescia, dove è rimasta custodita per dodici anni, fino al dissequestro che ne ha ora consentito il ritorno alla fruizione pubblica.
Dal punto di vista artistico, la Fede rappresenta uno degli esempi più raffinati della produzione allegorica del Moretto. Della composizione esistono diverse repliche e varianti, alcune realizzate con l’intervento della bottega, oltre a copie che testimoniano l’ampia fortuna iconografica del soggetto. La figura femminile è costruita secondo una complessa impostazione diagonale che genera un senso di instabilità controllata. Il corpo appare infatti sbilanciato rispetto al punto di osservazione, mentre le spalle poste a differenti altezze suggeriscono lo sforzo necessario per sostenere contemporaneamente la croce e il calice, i due simboli centrali della fede cristiana. L’attenzione del pittore si concentra anche sulla resa materica delle superfici. Le stesure cromatiche cambiano continuamente consistenza per restituire il velluto degli abiti, la leggerezza dei veli, la solidità del legno e la trasparenza del cristallo. È una pittura costruita attraverso stratificazioni di luce e ombra, capace di conferire monumentalità alla figura senza rinunciare all’eleganza formale.
Il ritorno dell’opera al Museo Diocesano offre inoltre la possibilità di un confronto diretto con la Sapienza, altra grande tela del Moretto già conservata nella stessa sede. Il dialogo tra le due opere permette infatti di cogliere le analogie che hanno spinto gli studiosi a ipotizzare l’utilizzo ripetuto di cartoni preparatori da parte dell’artista e della sua bottega nella realizzazione delle figure allegoriche femminili della produzione tarda.
Le somiglianze emergono soprattutto nei tratti fisionomici. I volti reclinati, il taglio degli occhi, la linea della bocca e il disegno del naso mostrano una forte consonanza tra la figura della Fede e quella della Divina Sapienza. Quest’ultima è raffigurata mentre indica la Vergine come Sedes Sapientiae, secondo una complessa elaborazione simbolica e dottrinale. Entrambe le figure appaiono riccamente vestite e ornate, a testimonianza della progressiva evoluzione stilistica del Moretto verso una pittura più colta ed erudita, nella quale il significato allegorico prevale sul realismo diretto delle opere giovanili.
Questa tendenza, sottolineano gli studiosi, riflette un orientamento diffuso nella cultura figurativa bresciana della metà del Cinquecento, attraversata dalla ricerca di temi simbolici e riferimenti dottrinali sempre più sofisticati. Anche la possibile committenza dell’opera si inserisce in questo contesto culturale. Secondo quanto riportato da Valerio Guazzoni nel saggio Moretto e il velo della Fede. Percorso nella fortuna di un tema allegorico del 2013, sono state avanzate varie ipotesi sul coinvolgimento di esponenti della famiglia Martinengo, antichi feudatari di Padernello. Tra i nomi emersi figurano quelli di Leonardo Martinengo e soprattutto di Girolamo Martinengo, documentato in rapporti con il Moretto già nel 1543, in occasione della decorazione del cosiddetto Salotto delle Dame di Palazzo Martinengo a Brescia.
L’esposizione della Fede assume dunque un significato che va oltre il semplice recupero di un’opera d’arte. Il ritorno del dipinto restituisce infatti alla comunità un frammento importante della propria memoria culturale e religiosa, riportando alla luce una pagina complessa della storia del patrimonio artistico italiano.
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