La Klesch Collection acquisisce capolavoro giovanile di Sandro Botticelli


La Klesch Collection acquisisce un raro dipinto giovanile di Sandro Botticelli, venduto l’anno scorso in asta per oltre 9 milioni di sterline ma poi bloccato dal governo britannico. L’opera sarà esposta all’Ashmolean Museum dopo oltre 80 anni.

La Klesch Collection, importante collezione privata inglese, ha annunciato l’acquisizione della Madonna col Bambino in trono di Sandro Botticelli (Firenze, 1445 – 1510), importante opera giovanile databile tra il 1465 e il 1470: l’opera sarà esposta al pubblico per la prima volta dopo oltre ottant’anni presso l’Ashmolean Museum di Oxford, fatto che dunque consolida la presenza dell’artista nelle collezioni britanniche. L’annuncio, diffuso il 29 aprile 2026 a Londra, arriva a seguito del blocco all’esportazione imposto nel 2025 dal governo britannico sul dipinto, considerato di rilevante interesse culturale nazionale. L’opera era stata venduta l’anno precedente da Sotheby’s a Londra per 9,96 milioni di sterline, proveniente dalla Loyd Collection, e le istituzioni britanniche avevano tempo fino all’8 agosto 2025 per raccogliere la somma necessaria a trattenere l’opera nel paese. L’intervento della Klesch Collection ha consentito di mantenere il dipinto nel Regno Unito, garantendone al contempo la fruizione pubblica.

A. Gary e Anita Klesch, titolari della collezione, hanno espresso soddisfazione per l’acquisizione: “Siamo lieti di condividere il nostro dipinto con un pubblico più ampio: si tratta di una delle pochissime opere giovanili di Botticelli presenti in questo paese. Riteniamo che l’Ashmolean Museum sia la sede più appropriata per esporre il dipinto e li ringraziamo per aver accolto un’opera così importante”. Il direttore del museo, Xa Sturgis, ha evidenziato l’importanza dell’arrivo dell’opera: “L’Ashmolean accoglie con grande favore l’acquisizione di un dipinto di uno degli artisti più importanti della tradizione occidentale e siamo lieti che rimarrà nel Regno Unito. Riconosciamo il valore dell’impegno della Collezione Klesch nel prestare opere alle istituzioni pubbliche e l’Ashmolean è onorato di essere stato scelto come prima sede per esporre il dipinto, dove potrà essere ammirato e studiato da un vasto pubblico”.

Sandro Botticelli, Madonna col Bambino in trono (1465-1470 circa; tempera su tavola, 83,3 x 44,9 cm; Klesch Collection)
Sandro Botticelli, Madonna col Bambino in trono (1465-1470 circa; tempera su tavola, 83,3 x 44,9 cm; Klesch Collection)

L’opera, nota anche come Madonna Wantage dalla sua precedente collocazione nella collezione Wantage, è stata per lungo tempo poco studiata e conosciuta soprattutto attraverso fotografie in bianco e nero. Per anni la sua ubicazione è stata indicata in modo errato e il dipinto è stato spesso trascurato nella letteratura critica, talvolta attribuito alla bottega dell’artista piuttosto che a Botticelli stesso. Solo in tempi recenti, grazie a nuove analisi tecniche e a una rilettura critica, si è consolidata l’ipotesi di un’attribuzione diretta al maestro.

Il dipinto raffigura la Vergine seduta in trono con il Bambino sulle ginocchia, inseriti in una struttura architettonica caratterizzata da un baldacchino ad arco in marmo policromo, sostenuto da quattro colonne dorate simili a candelabri. Sullo sfondo si apre un cielo azzurro sfumato con leggere nubi, mentre il pavimento marmoreo segue una prospettiva centrata sul petto della Vergine. Il Bambino alza la mano destra in segno di benedizione e con la sinistra afferra il mignolo della madre, che lo sostiene con entrambe le mani avvolgendolo in un panno bianco.

La raffinatezza esecutiva emerge nella resa dei volti e nella modellazione delle figure, elementi che hanno contribuito alla rivalutazione dell’opera come autografa. La Vergine indossa un manto blu bordato d’oro e una veste rossa, mentre il capo è coperto da un velo trasparente che lascia intravedere i capelli ondulati. I dettagli dorati, realizzati con tecniche di doratura a missione e decorazioni a punzone, richiamano l’ambiente artistico di Andrea del Verrocchio, presso cui Botticelli si formò.

Dal punto di vista stilistico, il dipinto presenta forti analogie con opere coeve dell’artista, in particolare con la pala di Sant’Ambrogio conservata alle Gallerie degli Uffizi. Pur richiamandone la composizione generale, la Madonna Wantage introduce variazioni significative nella postura e nell’espressione delle figure, suggerendo una reinterpretazione autonoma del modello. La Vergine, ad esempio, presenta uno sguardo rivolto verso l’alto anziché abbassato, mentre il Bambino ha proporzioni più compatte rispetto alla versione della pala.

Le indagini tecniche, tra cui riflettografia infrarossa e radiografia, hanno rivelato una complessa fase preparatoria, con disegni sottostanti, incisioni e linee prospettiche che testimoniano un processo creativo articolato. Sono emerse anche numerose modifiche apportate durante l’esecuzione, a conferma di una pratica tipica di Botticelli, caratterizzata da continui aggiustamenti del disegno.

La qualità dell’opera e le sue caratteristiche tecniche hanno portato diversi studiosi a riconsiderarne l’attribuzione. Già all’inizio del Novecento lo storico dell’arte Wilhelm von Bode ne riconosceva la mano del maestro, mentre in seguito il dipinto fu spesso relegato alla produzione di bottega. Studi più recenti, tra cui quelli di Nicoletta Pons e Christopher Daly, hanno invece rafforzato l’ipotesi di una paternità diretta, collocando l’opera intorno al 1470, in una fase in cui Botticelli lavorava ancora senza una grande squadra di assistenti.

Riflettografia dell'opera
Riflettografia dell’opera

Le analisi comparative con altre opere giovanili, come la Fortezza agli Uffizi e diverse Madonne conservate in musei internazionali, evidenziano elementi comuni nella costruzione delle figure e nell’uso dello spazio, nonché una certa sperimentazione nella resa architettonica. Alcune imperfezioni, soprattutto nelle parti secondarie, sono interpretate come indice di una fase iniziale della carriera dell’artista o di un possibile intervento marginale di collaboratori.

Anche la provenienza del dipinto contribuisce a delinearne la storia. Verso la metà del XIX secolo, se non prima, il dipinto si trovava nell’Oratorio di San Giuliano, nel Convento di San Giuliano in via Faenza, a Firenze. L’immobile fu successivamente acquistato e ricostruito dall’ordine calasanziano, fondato da San Giuseppe Calasanzio, sacerdote cattolico spagnolo e promotore dell’istruzione gratuita per i poveri tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Federico Fantozzi, nella sua guida di Firenze e dintorni, pubblicata nel 1842, descrive in via Faenza la dimora della famiglia Colzi, che insieme all’adiacente Oratorio costituiva il Convento di San Giuliano, la cui fondazione risaliva alla metà del XIV secolo. In seguito alla sua soppressione nel 1808, fu ridotto al suo stato attuale. Nell’Oratorio Fantozzi elenca una Crocifissione di Andrea del Castagno e due opere anonime, una delle quali Lightbown identifica come il presente dipinto, collocato sull’altare di destra al posto di una pala d’altare di Mariotto Albertinelli. Non è ancora noto in quale data il dipinto fu trasferito fuori Firenze dall’ordine calasanziano nella loro casa di convalescenza per confratelli malati, a circa trenta chilometri a sud-est della città, ma apprendiamo dal suo precedente proprietario Giovanni Magherini Graziani che un tempo vi era venerato.

Una lettera in possesso della famiglia Loyd, datata 5 febbraio 1905, di Magherini Graziani a Lady Wantage, che aveva acquistato il dipinto l’anno precedente, fa luce sulla sua provenienza: Magherini Graziani riferisce che in tempi antichi la tavola era venerata nella piccola cappella annessa a un gruppo di casali chiamato Comezzano, vicino al borgo di Vaggio, a circa 4 km da Figline Valdarno, suo luogo di nascita in provincia di Firenze. Prosegue spiegando che a Comezzano esisteva in tempi antichi una casa di convalescenza per i confratelli malati dell’ordine calasanziano e delle Scuole Pie di Firenze. La proprietà, compresa la cappella e il dipinto, passò in seguito alla famiglia di Magherini Graziani. Il dipinto fu rimosso dall’altare e un altro fu messo al suo posto quando la cappella fu restaurata. Questo, secondo la sua descrizione, avvenne in tempi recenti, presumibilmente non molto prima del 1903, anno in cui vendette la Vergine con Bambino in trono al mercante d’arte Elia Volpi, a Firenze.

Uomo di profonda cultura, Magherini Graziani nutriva un vivo interesse per la storia dell’arte e per la ricerca storica locale. Nella sua lettera a Lady Wantage, Magherini Graziani aggiunge che il dipinto era tenuto in grande venerazione perché nella casa di famiglia erano ancora conservate due corone metalliche che lo adornavano. Questo spiega la presenza, in una vecchia fotografia in bianco e nero non datata del dipinto conservata nella Deutsche Digitale Bibliothek, di fori di fissaggio visibili intorno alle teste della Vergine con il Bambino. La fotografia, che probabilmente risale al 1900 circa, mostra anche come il quadro fosse un tempo in una cornice rettangolare, i lati verticali a forma di pilastri classicizzanti con capitelli fogliati e con un putto alato in ciascuno dei pennacchi. È probabile che l’opera sia stata incorniciata nuovamente e che sia stato eseguito un abile restauro prima della sua vendita a Lady Wantage nel 1904. Più recentemente, a seguito di un accurato esame tecnico del quadro, lo sporco superficiale è stato rimosso dalla pittura verniciata e dalla doratura, migliorandone notevolmente la leggibilità complessiva.

Il recupero dell’opera e la sua futura esposizione pubblica segnano dunque un passaggio significativo non solo per la Klesch Collection ma anche per il panorama museale britannico. La possibilità di osservare direttamente il dipinto consentirà ulteriori approfondimenti e potrà contribuire a chiarire definitivamente questioni attributive e cronologiche ancora aperte.




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