Più di trecento metri quadrati di mosaici, 371 per la precisione, realizzati nei primi anni del Seicento su cartoni di Cristofano Roncalli detto il Pomarancio (Pomarance, 1552 – Roma, 1626), tornano a essere leggibili nella Basilica di San Pietro a Roma. Sono quelli che rivestono la cupola della Cappella Clementina, uno degli apparati decorativi più significativi della Roma dei primi decenni del Seicento, interessato da un intervento di restauro conservativo avviato nel maggio 2025 e ora concluso.
Il lavoro non ha riguardato soltanto le tessere musive: nel corso dell’intervento è stata infatti restaurata anche la decorazione in stucco coeva, così da restituire una lettura più unitaria dell’intero apparato della cappella. Il cantiere ha inoltre prodotto una documentazione digitale destinata a rimanere come strumento per le future attività di controllo e manutenzione: il rilievo della cupola, la mappatura dei fenomeni di degrado e le informazioni sulle operazioni eseguite sono stati infatti integrati in un modello tridimensionale realizzato secondo la metodologia BIM, Building Information Modeling.
La necessità di intervenire sulla cupola era emersa dalle periodiche attività di monitoraggio condotte dalla Fabbrica di San Pietro. Il montaggio del ponteggio, iniziato nel gennaio 2025, ha permesso di osservare da vicino le superfici e di verificare le condizioni conservative dei mosaici: le indagini hanno evidenziato criticità riconducibili sia al naturale processo di degrado dei materiali, sia agli interventi che si erano succeduti nel corso del tempo. Una volta raggiunte le superfici attraverso il ponteggio, è stato possibile estendere le verifiche anche alla decorazione in stucco: quest’ultima è stata quindi inserita nel programma dei lavori, con l’obiettivo di affrontare in maniera coordinata le diverse componenti dell’apparato decorativo e garantirne la stabilità e la conservazione nel tempo.
Il restauro è stato preceduto da una campagna diagnostica articolata: sono state realizzate documentazioni fotografiche, analisi di laboratorio sui materiali costitutivi, mappature digitali delle forme di degrado e indagini endoscopiche. La raccolta di questi dati ha consentito di costruire un quadro delle condizioni delle superfici prima dell’intervento e di orientare le successive operazioni conservative. Particolare attenzione è stata riservata alla documentazione digitale. Il rilievo della cupola elaborato attraverso la metodologia BIM, alla quale sono stati associati il modello tridimensionale dell’architettura, i dati relativi al rilievo, la mappatura delle forme di degrado e le informazioni sulle lavorazioni effettuate durante il cantiere, ha consentito la creazione di un archivio digitale interrogabile e aggiornabile, concepito non soltanto come documentazione del restauro appena concluso, ma anche come strumento per le future campagne di controllo e manutenzione.
Sulle superfici musive le operazioni sono cominciate con la pre-pulitura e la depolveratura. È stato quindi effettuato il preconsolidamento delle tessere e delle cartelline mobili, seguito dalla pulitura controllata. Il lavoro ha interessato anche le efflorescenze, con trattamenti specifici, e ha compreso consolidamenti superficiali e in profondità. La fase successiva ha riguardato gli elementi che nel tempo erano diventati incongrui rispetto alla decorazione, le lacune e la restituzione di una corretta leggibilità alle superfici. Sono stati rimossi gli elementi incongrui, le lacune sono state stuccate e si è proceduto alla presentazione estetica finale dell’apparato musivo.
Un procedimento analogo, sul piano metodologico e diagnostico, è stato seguito per gli stucchi: anche in questo caso le operazioni sono state precedute dagli interventi preliminari necessari alla messa in sicurezza delle superfici. Sono quindi seguite la pulitura e il consolidamento, sia adesivo sia coesivo, intervenendo tanto sulla matrice costitutiva degli elementi modellati quanto sulla pellicola dorata che ne caratterizza la superficie. Il lavoro sugli stucchi si è concluso con l’integrazione delle lacune e con la presentazione estetica finale. L’intervento nel suo complesso ha avuto quindi una duplice finalità: da un lato assicurare la conservazione materiale delle decorazioni, dall’altro recuperare la leggibilità formale e cromatica dell’insieme.
Nelle diverse operazioni sono stati impiegati formulati che, secondo quanto previsto dal progetto di restauro, rispondono ai requisiti di compatibilità chimico-fisica, reversibilità e ritrattabilità. L’obiettivo è stato quello di intervenire sulle superfici nel rispetto dei principi teorici e della normativa vigente in materia di conservazione e restauro dei beni culturali.
Il cantiere ha permesso anche di affrontare i supporti che presentavano rischi di distacco, garantendone il consolidamento strutturale. Sono stati inoltre contrastati i fattori di degrado, sia intrinseci sia estrinseci, che interessavano i materiali, mentre la pulitura, i consolidamenti, le integrazioni e la presentazione estetica hanno contribuito al recupero dell’unità visiva della decorazione.
Per comprendere il significato dell’intervento occorre guardare alla storia della Cappella Clementina e al particolare momento della storia romana nel quale venne concepito il suo apparato decorativo. La cappella prende il nome da Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini (Fano, 1536 – Roma, 1605), che ne promosse la decorazione. L’ambiente era stato costruito su progetto di Michelangelo Buonarroti e completato da Giacomo della Porta nel 1580, come controparte simmetrica della Cappella Gregoriana. La Clementina appartiene al sistema di ambienti che circondano la Confessione di San Pietro, uno dei nuclei fondamentali della basilica. Il programma iconografico della cappella si inserisce nel clima culturale della Controriforma, e alla sua definizione contribuì in maniera determinante il cardinale Cesare Baronio (Sora, 1538 – Roma, 1607), figura centrale nella cultura ecclesiastica romana dell’epoca. La decorazione doveva dunque inserirsi in un programma più ampio, nel quale immagini, architettura e apparato ornamentale concorrevano alla costruzione di un preciso significato religioso.
La realizzazione dei mosaici risale ai primi anni del Seicento, tra il 1601 e il 1604. Per la loro esecuzione fu coinvolta un’équipe composta da circa una decina di maestri, tra i quali Marcello Provenzale, Paolo Rossetti e Ranuccio Semprevivo. Il ricorso al mosaico per la decorazione della basilica vaticana rispondeva alla particolare natura dell’edificio e alla volontà di assicurare alle immagini una lunga durata, traducendo in materiali durevoli composizioni elaborate attraverso i cartoni preparatori. Tra questi cartoni vi erano quelli di Cristofano Roncalli, il Pomarancio, sui quali venne realizzata la decorazione della cupola. La sua presenza colloca l’apparato della Cappella Clementina nel pieno della cultura artistica romana tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, nel momento in cui la città stava elaborando nuovi linguaggi figurativi e nuove forme di comunicazione visiva legate anche alle esigenze della Chiesa post-tridentina.
La decorazione della cupola non è però costituita soltanto dalla superficie musiva principale: l’apparato comprende anche una ricca ornamentazione, nella quale trovano posto putti, festoni e simboli araldici legati alla famiglia Aldobrandini. Nei pennacchi sono raffigurati i quattro Dottori della Chiesa, mentre nelle lunette compaiono episodi biblici. Mosaici e stucchi concorrono quindi alla costruzione di un sistema decorativo unitario, nel quale le diverse tecniche sono chiamate a dialogare tra loro.
È proprio questa unità che il restauro ha cercato di recuperare. L’intervento sulle sole tessere musive non sarebbe stato sufficiente a restituire una corretta lettura dell’insieme: per questo le verifiche effettuate durante il cantiere hanno portato a comprendere anche la decorazione in stucco nel programma dei lavori. La conclusione del restauro arriva dunque dopo un percorso durato oltre un anno, che restituisce alla Cappella Clementina non soltanto superfici pulite e consolidate, ma anche una nuova base documentaria per seguirne la conservazione. La cupola, con i suoi 371 metri quadrati di mosaici, torna a essere leggibile insieme alla decorazione in stucco che la accompagna, mentre la documentazione digitale permette di conservare memoria delle condizioni riscontrate e delle operazioni compiute. Il restauro della cupola si inserisce così nella storia stessa della conservazione della Basilica di San Pietro: un edificio nel quale la complessità degli apparati decorativi rende necessario affiancare agli interventi sulle singole opere e superfici un monitoraggio continuo e una documentazione capace di seguire nel tempo le trasformazioni dei materiali. Per la Cappella Clementina, il cantiere appena concluso ha rappresentato l’occasione per intervenire sui fenomeni di degrado individuati dalla Fabbrica di San Pietro e, nello stesso tempo, per costruire uno strumento destinato a essere utilizzato anche quando il ponteggio sarà ormai smontato.
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