La Fondazione Querini Stampalia di Venezia ospita fino al 22 novembre 2026 la mostra Ding Yi Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code, una delle più ampie presentazioni dedicate in Europa all’artista cinese Ding Yi (Shanghai, 1962), figura centrale dell’astrazione cinese contemporanea. Il progetto espositivo è curato da Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera. La mostra si inserisce nel programma collaterale della Biennale di Venezia e propone una riflessione estesa sul linguaggio pittorico sviluppato dall’artista a partire dalla fine degli anni Ottanta, quando Ding Yi avviò la serie Appearance of Crosses, destinata a diventare il nucleo fondativo della sua ricerca. In un momento storico in cui l’arte contemporanea cinese era dominata da correnti come il neo-espressionismo e la political pop, l’artista scelse di orientarsi verso una grammatica visiva basata sul segno elementare della croce e della sua variante “x”, trasformandolo in un dispositivo sistematico di costruzione del significato.
Secondo gli organizzatori, Cosmotechnics rappresenta un punto di sintesi di questo lungo percorso, in cui la pratica pittorica si espande fino a includere dimensioni scultoree e architettoniche, dando vita a un ambiente espositivo concepito come un sistema percorribile. Il titolo del progetto riprende il concetto filosofico elaborato da Yuk Hui, utilizzato per descrivere una relazione tra tecnologia, cosmologia e cultura, qui tradotto in una struttura visiva che trasforma lo spazio della Fondazione in un paesaggio meditativo.
Il percorso espositivo si sviluppa all’interno dell’Area Scarpa della Querini Stampalia, dove dodici dipinti in bianco e nero, realizzati su pannelli di dimensioni identiche, vengono disposti come una costellazione. Ogni opera assume la funzione di una stele contemporanea, inserita in un ambiente che invita a una fruizione lenta e contemplativa, in cui il visitatore è chiamato a muoversi nello spazio come all’interno di un sistema di segni interconnessi.
La scelta del bianco e nero segna un passaggio significativo nella produzione dell’artista. Dopo un lungo periodo dedicato alla sperimentazione cromatica e all’uso di tonalità fluorescenti, legate alle trasformazioni urbane di Shanghai e alla percezione visiva della modernità, Ding Yi approda a una riduzione estrema del linguaggio pittorico, orientandosi verso una dimensione di sottrazione visiva che mira a ridurre il “rumore percettivo” e a mettere in evidenza le strutture fondamentali dell’immagine.
Accanto ai dodici dipinti principali, la mostra presenta sette opere storiche realizzate tra gli anni Ottanta e gli anni Venti del nuovo secolo, che permettono di ricostruire l’evoluzione del linguaggio dell’artista. L’insieme delle opere evidenzia il passaggio da una fase iniziale caratterizzata da rigore metodologico e riduzione formale a una pratica sempre più ampia e articolata, in cui pittura, scultura e spazio architettonico si intersecano fino a formare un unico campo operativo.
Un ruolo centrale all’interno del progetto è affidato a due steli in pietra, incise o lavorate in rilievo con il motivo ricorrente della croce. Questi elementi, che si collocano tra oggetto scultoreo e dispositivo commemorativo, instaurano un dialogo con la tradizione delle stele cinesi e con luoghi simbolici come la Stele Forest di Xi’an, ma evocano anche riferimenti più ampi alla cultura monumentale europea, come Stonehenge. La loro presenza introduce una dimensione temporale stratificata, in cui memoria, storia e percezione del tempo si sovrappongono.
Il rapporto tra l’opera di Ding Yi e l’architettura di Carlo Scarpa costituisce un ulteriore asse concettuale della mostra. I curatori Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera sottolineano come lo spazio della Querini Stampalia, progettato da Scarpa, si configuri come un dispositivo di equilibrio pensato per convivere con la complessità ambientale di Venezia. In questa prospettiva, il lavoro dell’artista cinese viene letto come un sistema di misurazione del campo visivo, in cui pittura e architettura condividono una medesima logica di costruzione fondata su intervallo, proporzione e relazione.
Lo stesso Ding Yi descrive il progetto come una riflessione sul rapporto tra microcosmo e macrocosmo all’interno della sua serie Appearance of Crosses. Le dodici opere in legno, tutte delle stesse dimensioni, vengono disposte come una costellazione che trasforma lo spazio espositivo in un vuoto meditativo, mentre le due steli in pietra stabiliscono un dialogo materiale tra superficie pittorica e incisione scultorea. In questa relazione, l’artista individua un confronto diretto tra gesto pittorico e segno inciso, tra contemporaneità e memoria storica.
Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Skira, concepita non come semplice catalogo ma come oggetto critico autonomo. Il volume raccoglie testi inediti, contributi curatoriale e un ampio apparato iconografico che documenta le opere esposte all’interno dell’Area Scarpa, insieme a una selezione di lavori realizzati tra gli anni Ottanta e i Duemila. La pubblicazione approfondisce inoltre il rapporto tra la svolta monocromatica dell’artista e la struttura spaziale della mostra, evidenziando il dialogo tra il linguaggio di Ding Yi e la precisione architettonica di Scarpa.
La ricerca dell’artista, iniziata nel 1982 e consolidata con la serie Appearance of Crosses a partire dal 1988, si fonda su una metodologia rigorosa che combina ripetizione, struttura e controllo del gesto. Influenzato dalla pittura occidentale moderna, in particolare da Piet Mondrian e Frank Stella, Ding Yi ha sviluppato un linguaggio astratto che riflette le trasformazioni della società cinese contemporanea, dalle dinamiche dell’industrializzazione alle logiche visive dell’era digitale.
Nel corso della sua carriera, le opere dell’artista sono state acquisite da importanti istituzioni internazionali, tra cui il British Museum di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Metropolitan Museum of Art di New York e il M+ di Hong Kong. Ha inoltre partecipato a numerose esposizioni internazionali, tra cui la 45ª Biennale di Venezia, la prima Asia-Pacific Triennial e la prima Yokohama Triennial, consolidando la propria presenza nel panorama globale dell’arte contemporanea.
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