A Roma, negli spazi della Fondazione Nicola Del Roscio, si è aperta la mostra dedicata a Danh Vo (Bà Rịa, 1975), tra le voci più influenti del panorama artistico contemporaneo internazionale. L’esposizione, visitabile fino al 17 luglio con ingresso libero, nasce da un’idea di Diego Cassina e si sviluppa come un dialogo tra l’artista e Nicola Del Roscio, presidente della fondazione, attorno a un tema condiviso: il mondo vegetale.
Il progetto prende forma a partire da una convergenza di interessi che, pur provenendo da percorsi diversi, trova nelle piante un terreno comune di riflessione. Da un lato la ricerca artistica di Danh Vo, che negli ultimi anni ha integrato sempre più profondamente elementi naturali nei propri lavori; dall’altro il legame personale e culturale di Nicola Del Roscio con la botanica, parte integrante della sua visione del mondo e del suo approccio all’arte. La mostra si configura così come una conversazione aperta, in cui le piante non sono semplici elementi decorativi, ma diventano dispositivi concettuali capaci di attivare significati complessi.
La pratica di Danh Vo si distingue per l’uso di installazioni, sculture e interventi site-specific attraverso cui l’artista intreccia storia personale e collettiva. Nel corso del tempo, il suo lavoro ha assunto una dimensione sempre più stratificata, in cui memoria, identità e dinamiche geopolitiche si intrecciano con materiali e simboli. Il rapporto con il regno vegetale rappresenta uno degli sviluppi più recenti e significativi della sua ricerca.
Questo interesse è maturato anche grazie a esperienze dirette. Da un lato i giardini della sua fattoria Güldenhof, a nord di Berlino, caratterizzati da una crescita spontanea e da una dimensione quasi domestica del paesaggio; dall’altro il rapporto con una famiglia vietnamita-tedesca che gestisce un negozio di fiori sotto il suo appartamento in città. Due contesti diversi, ma complementari, che hanno offerto all’artista una prospettiva ampia sul mondo delle piante, dai fiori coltivati per il mercato commerciale a quelli che crescono liberamente.
In questo quadro, i fiori assumono un ruolo centrale e vengono interpretati come presenze viventi cariche di significati. Per Vo, essi non si limitano a essere elementi ornamentali, ma diventano portatori di storie, memoria e cultura. Possono evocare gesti di cura, amore e partecipazione, ma anche rimandare alla dimensione economica della produzione e della distribuzione, fino a riflettere le tracce di un passato coloniale inscritto nelle pratiche agricole e nella circolazione globale delle specie.
All’interno della mostra, le piante vengono integrate nei progetti espositivi come elementi attivi, capaci di instaurare una relazione diretta con il pubblico. Non si tratta di un semplice allestimento scenografico, ma di una presenza che modifica la percezione dello spazio e invita a una riflessione sul tempo, sulla crescita e sulla responsabilità nei confronti del mondo naturale.
Parallelamente, il contributo di Nicola Del Roscio si radica in una lunga esperienza personale legata alla botanica. A Gaeta, Del Roscio ha infatti realizzato un parco botanico che ospita una significativa collezione di palme, molte delle quali rare. Queste piante, raccolte nel corso dei suoi viaggi legati a progetti culturali, rappresentano non solo un patrimonio naturale, ma anche un archivio di storie e relazioni.
Le palme, con il loro forte valore simbolico e la loro diffusione geografica, diventano nel progetto un elemento di connessione tra contesti diversi. Come nel lavoro di Vo, anche in questo caso le piante assumono una dimensione biografica e sociale, pur aprendosi a una riflessione più ampia. La natura appare così implicata nelle dinamiche culturali e storiche, talvolta anche compromessa, ma al tempo stesso capace di tendere verso una dimensione universale.
Il parco botanico di Gaeta si configura come uno spazio di pensiero, in cui il tempo lento della crescita vegetale si intreccia con una riflessione sulla cura, sulla memoria e sulla relazione tra uomo e ambiente. Questo approccio trova un’eco nella mostra romana, dove la dimensione naturale diventa parte integrante della visione curatoriale.
L’esposizione alla Fondazione Nicola Del Roscio si fonda dunque su una serie di affinità elettive tra artista e collezionista, tra pratica artistica e sensibilità botanica. La natura attraversa le opere, lo spazio e il progetto complessivo, offrendo al pubblico una lettura stratificata che tiene insieme dimensione estetica, riflessione critica e esperienza sensoriale.
La mostra si inserisce nel percorso internazionale di Danh Vo, artista nato nel 1975 a Bà Rịa, in Vietnam, e cresciuto in Danimarca. Dopo la formazione alla Royal Danish Academy of Fine Arts di Copenaghen e alla Städelschule di Francoforte, Vo ha costruito una carriera di rilievo internazionale, influenzando in modo significativo il dibattito artistico contemporaneo.
Tra le sue esposizioni più recenti si segnala il progetto al Stedelijk Museum di Amsterdam nel 2026, mentre è in corso una mostra al museo M+ di Hong Kong, prevista tra il 2024 e il 2027. Nel 2022 ha partecipato a una mostra alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia insieme a Isamu Noguchi e Park Seo-Bo, mentre nel 2021 ha esposto alla Secession di Vienna e al Mudam di Lussemburgo. Negli anni precedenti, il suo lavoro è stato presentato in istituzioni come il Guggenheim Museum di New York, la National Gallery of Singapore, il Museo Jumex di Città del Messico e il Museum Ludwig di Colonia. La sua ricerca è stata inoltre inclusa in numerose mostre collettive in musei e istituzioni di primo piano a livello internazionale, tra cui il Centre Pompidou di Parigi, il Walker Art Center di Minneapolis, l’Hammer Museum di Los Angeles e la Triennale di Milano.
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