Compie vent’anni il sito UNESCO “Le Strade Nuove e il sistema dei palazzi dei Rolli di Genova”: per l’assessore alla cultura Giacomo Montanari però non dev’essere un’etichetta turistica o un asset economico. Se infatti manca la consapevolezza che sia un bene di tutti, non sarà mai un elemento importante per il futuro della città: ce lo dice in questa intervista, in cui ci spiega qual è la vera importanza di questo sito. Giacomo Montanari si è formato in Lettere Classiche presso l’Università di Genova, per poi orientarsi verso la ricerca storico-artistica, fino a conseguire il Dottorato in Storia e conservazione dei beni culturali artistici e architettonici. Ricercatore in Storia dell’Arte Moderna presso l’Università di Genova e Curatore degli eventi di valorizzazione del sito UNESCO delle Strade Nuove e del Sistema dei Palazzi dei Rolli per conto del Comune di Genova, dal 2025 ricopre l’incarico di assessore alla cultura del capoluogo ligure. Il suo percorso scientifico è profondamente legato al rapporto tra patrimonio, territorio e comunità. Ha dedicato numerosi studi ai contesti culturali del Cinque e Seicento genovese, con particolare attenzione alle dinamiche di committenza aristocratica, alle raccolte librarie e alle pratiche di collezionismo artistico. Parallelamente, la scultura italiana del Seicento e la grande pittura barocca costituiscono altri ambiti centrali della sua ricerca, cui ha dedicato contributi pubblicati su riviste specialistiche di rilievo internazionale, tra cui Paragone, Studi Secenteschi, Commentari d’Arte, Nuovi Studi e il Bollettino d’Arte. Figura che unisce attività accademica e impegno istituzionale, ha sempre mantenuto uno sguardo attento alla relazione tra opere, luoghi e comunità, con un approccio che intreccia ricerca e divulgazione. In questa prospettiva, è stato intervistato da Noemi Capoccia in occasione dei Rolli Days (di cui è ideatore e direttore scientifico) per una riflessione sul valore del patrimonio genovese e sulle sue possibili traiettorie future: un dialogo che restituisce bene la continuità tra il suo lavoro di studioso e il suo ruolo nella valorizzazione della città.
NC. Parliamo del ventennale del sito Unesco “Le Strade Nuove e il sistema dei palazzi dei Rolli di Genova” partendo dall’iniziativa che più lo ha fatto conoscere: i Rolli Days. Oltre 70.000 presenze in tre giorni, con visitatori arrivati da 92 province italiane e una notevole presenza internazionale: i numeri dei Rolli Days hanno ormai la dimensione di un grande evento culturale. Quali traguardi raggiunti La soddisfano di più e Le fanno dire che il lavoro fatto finora ha davvero cambiato il modo di raccontare il patrimonio di Genova?
GM. I dati principali sono due e raccontano in modo piuttosto evidente il risultato positivo di un lavoro ormai lungo diciassette anni, che diventano venti se si considera il tempo trascorso dalla nomina UNESCO. I Rolli Days, infatti, nascono nel 2009, a tre anni di distanza da quella riconoscenza. Il primo dato riguarda il pubblico: nonostante si tratti di un evento che da diversi anni prevede almeno due edizioni annuali, oltre il 60% dei partecipanti è composto da nuovi visitatori a ogni appuntamento. Si tratta quindi di un evento capace di rinnovare costantemente il proprio pubblico, pur mantenendo un forte radicamento nella cittadinanza genovese. Il secondo dato è altrettanto importante: Rolli Days non nasce come evento di massa né come iniziativa turistica, nasce come restituzione consapevole ai cittadini del patrimonio UNESCO, così come indicato dal piano di gestione del sito. In questa prospettiva risiede il suo valore più profondo. L’evento si fonda su un approccio costruito attraverso la ricerca scientifica, sulla valorizzazione dei territori e sulla messa in rete delle competenze degli specialisti, con l’obiettivo di instaurare una relazione equilibrata tra contenuti storico-artistici e comunità che vive quotidianamente la città. Il risultato è un pubblico in continua trasformazione, ma caratterizzato da un livello costante di partecipazione elevata. Una parte notevole è costituita dai cittadini liguri, che rappresentano oltre il 50% dei partecipanti, a cui si affianca una quota sempre più vasta di visitatori provenienti da altre regioni italiane e dall’Europa. Questa dinamica evidenzia una doppia funzione del patrimonio: da un lato esso diventa motore di sviluppo territoriale, restituendo a chi lo vive ogni giorno la consapevolezza del valore dello spazio urbano ed extraurbano; dall’altro costruisce percorsi di avvicinamento anche turistici, capaci di generare indotto e di promuovere lavoro culturale qualificato, tema su cui il Paese dovrebbe riflettere con maggiore profondità. Questi due elementi insieme confermano una direzione chiara: i cittadini continuano a riconoscere valore all’iniziativa e, al tempo stesso, l’evento si è trasformato in un vero motore di crescita per la città.
Molti genovesi hanno scoperto i Palazzi dei Rolli proprio grazie ai Rolli Days. Dieci o quindici anni fa erano quasi sconosciuti al grande pubblico. Quando ha capito che il progetto stava davvero cambiando il rapporto tra la città e il suo patrimonio?
A un certo punto è avvenuto un passaggio importante: hanno iniziato a contattarci per partecipare alle aperture, mentre solo pochi anni prima erano gli altri a chiudere la conversazione quando li chiamavamo. Il motivo è evidente: si trattava, e si tratta ancora oggi, di entrare in spazi non sempre destinati alla fruizione pubblica. Questa è una delle caratteristiche che rendono il sito UNESCO di Genova profondamente diverso rispetto a molti altri contesti italiani ed europei. I beni che lo compongono presentano una natura estremamente eterogenea: alcuni sono pubblici, altri privati; alcuni accessibili, altri normalmente chiusi. Non esiste quindi un modello unico di gestione dei Palazzi dei Rolli, ma una casistica vasta e articolata. In questo scenario, chiedere ai proprietari di aprire le proprie dimore a migliaia di visitatori in pochi giorni ha sempre rappresentato una criticità rilevante. Significa accogliere un flusso consistente di persone in spazi che non sono stati progettati per tale funzione. Si tratta, senza dubbio, di un’invasione positiva, ma pur sempre complessa da gestire. Per questa ragione, all’inizio è stato necessario un grande lavoro di coinvolgimento. Nel tempo abbiamo messo in campo competenze solide e riconoscibili. Da un lato, sul piano della conoscenza: spesso siamo stati noi a fornire ai proprietari informazioni, studi e ricerche inedite sui loro stessi palazzi. Dall’altro, abbiamo costruito un sistema organizzativo avanzato, sia sotto il profilo della sicurezza sia per quanto riguarda la qualità delle visite guidate. Il numero chiuso, con prenotazione obbligatoria, non rappresenta soltanto uno strumento organizzativo, ma una garanzia di qualità. Permette di evitare situazioni ingestibili e di assicurare a ogni visitatore un’esperienza adeguata, calibrata sugli spazi e sulle loro caratteristiche. In questo modo l’incontro con il patrimonio diventa realmente di qualità. Un ulteriore elemento decisivo è rappresentato dalle figure professionali coinvolte, in particolare i divulgatori scientifici, che contribuiscono a costruire una relazione consapevole tra pubblico e contenuti storico-artistici. Nel tempo, questi fattori hanno convinto anche molti proprietari privati. Hanno compreso che il progetto possiede un valore ideale e risulta anche sostenibile e vantaggioso per tutti. Partecipare vuol dire contribuire a una restituzione concreta del patrimonio alla città. Il vero cambio di passo si è verificato quando i palazzi hanno iniziato a essere percepiti come immagine stessa di Genova, come espressione di una città riconosciuta patrimonio UNESCO e città della cultura. Naturalmente, il percorso ha radici più lontane. Le ricerche di Ennio Poleggi hanno posto le basi scientifiche per il dossier di candidatura, in una fase che coincide con il riconoscimento di Genova come Capitale Europea della Cultura nel 2004. La nomina UNESCO del 2006 ha rappresentato un passaggio fondamentale, ma il lavoro di comunicazione verso l’esterno era ancora tutto da costruire. In questo senso, lo sviluppo di strumenti e contenuti, anche digitali, ha avuto un ruolo decisivo nel consolidare il progetto e ampliarne la portata.
Nel 2026, come detto, ricorrono i vent’anni del riconoscimento UNESCO delle Strade Nuove e dei Palazzi dei Rolli. Dopo due decenni, qual è la conquista più concreta del riconoscimento per la città?
Prima di tutto, il risultato più importante è stato accendere consapevolezze diverse, che non riguardano soltanto la conservazione in senso stretto, ma anche la ricerca come passaggio indispensabile per conoscere, e la valorizzazione come forma concreta di condivisione. Non è un caso che, in occasione di questo ventennale, sia stato scelto il motto “Condividere e proteggere”. L’esperienza ha mostrato con chiarezza che, se il patrimonio non diventa realmente condiviso, non solo dagli specialisti, ma dalla collettività, allora anche la sua tutela (intesa sia come conservazione sia come conoscenza) diventa estremamente difficile. È emersa con forza l’idea che tutti gli elementi che definiscono l’approccio a un sito UNESCO, ricerca, didattica, valorizzazione, tutela, siano parti di un unico sistema e non ambiti. Una visione ancora più necessaria quando si parla di patrimonio monumentale. Se manca la consapevolezza che questi beni appartengono a tutti, e se non si costruiscono strumenti per renderli accessibili ai diversi livelli di pubblico, il lavoro resta incompleto. Non si tratta, quindi, di beni da ridurre a semplice attrazione turistica o da trasformare in risorsa economica. Allo stesso modo, non possono essere considerati patrimonio esclusivo degli esperti. Sono, prima di tutto, patrimonio culturale civico, parte integrante dell’identità collettiva. Il risultato più importante è proprio questo: aver contribuito a far nascere nei genovesi un senso di appartenenza e di orgoglio nei confronti del proprio patrimonio. Un patrimonio che oggi desiderano conoscere e riconoscono come elemento fondamentale per il futuro della città. In questa prospettiva, Genova può immaginarsi come città della cultura e non soltanto attraverso la sua dimensione industriale più recente. Una definizione che indica un luogo capace di offrire qualcosa di unico, che altrove non esiste e che non coincide automaticamente con quella di città turistica. Per vedere i palazzi dell’aristocrazia genovese, infatti, è necessario venire qui. Proprio come accade a Venezia per chi desidera conoscere i suoi canali.
Lei ha dichiarato che l’obiettivo è creare “un contatto quotidiano con la cultura”. Ma come si fa a trasformare un weekend di apertura dei palazzi in un’abitudine culturale per chi vive a Genova tutto l’anno?
Spesso ci è stato chiesto di rendere permanenti queste aperture diffuse. Una richiesta comprensibile, ma difficilmente realizzabile. Innanzitutto per ragioni pratiche: molti di questi luoghi sono ancora spazi abitati o sedi di lavoro e non possono essere aperti in modo continuativo senza compromettere la loro funzione. In secondo luogo, il punto non è la quantità delle aperture, ma la qualità della relazione che si costruisce con il patrimonio. Non è il numero di occasioni a fare la differenza, quanto la capacità di offrire strumenti che permettano a ciascuno di sviluppare un proprio modo di avvicinarsi ai beni culturali. Durante i Rolli Days, ad esempio, le visite accompagnate dai divulgatori scientifici non raccontano soltanto una storia: cercano di fornire chiavi di lettura. L’obiettivo è rendere il patrimonio comprensibile, accessibile sul piano culturale prima ancora che fisico. In questa prospettiva, diventa centrale anche l’abitudine quotidiana allo sguardo. Si tratta di imparare a osservare ciò che si incontra ogni giorno. Come suggeriva Adolfo Venturi, è necessario allenarsi a vedere e rivedere, a riconoscere il valore del patrimonio anche nei percorsi più ordinari. In territori come la Liguria, e in particolare a Genova, la densità culturale non deriva tanto da una quantità assoluta di beni, quanto dalla stratificazione in uno spazio ristretto: chiese medievali inglobate nel tessuto urbano, edifici barocchi che si sovrappongono a strutture più antiche, architetture storiche integrate nella vita quotidiana. Si tratta di luoghi che fanno parte del tragitto verso il lavoro, della routine quotidiana, ma che spesso restano invisibili. Questa distanza dipende in larga parte da una mancanza di strumenti. L’insegnamento della storia dell’arte è oggi marginale e, di conseguenza, manca un vocabolario condiviso per leggere il patrimonio. A questo si aggiunge un altro elemento critico: molti eventi culturali, incluse alcune mostre, finiscono per creare distanza invece che prossimità. L’opera viene posta su un piedistallo, più da venerare che da comprendere. Il contatto quotidiano con la cultura dovrebbe invece produrre l’effetto opposto. Per sentirsi a proprio agio in un luogo culturale è necessario comprenderlo: sapere cosa si sta guardando, perché è stato realizzato, quale significato può avere oggi. È su questa direzione che si muove il lavoro sviluppato attorno al patrimonio UNESCO, attraverso i Rolli Days, ma anche con attività formative, incontri, momenti di seminari e collaborazioni con il sistema museale cittadino. Il polo museale rappresenta infatti l’infrastruttura permanente su cui costruire una relazione continua con il pubblico, tanto più in una città in cui molti musei coincidono con gli stessi Palazzi dei Rolli. Il confronto, quindi, consiste nel ricostruire una familiarità diffusa. Molte persone dichiarano apertamente di non possedere gli strumenti per comprendere un’opera o un edificio. È qui che emerge una responsabilità precisa: sviluppare percorsi di mediazione culturale efficaci, capaci di fornire a tutti una cassetta degli attrezzi per interpretare il patrimonio. In questo senso, il riferimento è anche costituzionale. L’accesso al patrimonio culturale non può essere ridotto alla possibilità di entrare, gratuitamente o meno, in un luogo. Accesso significa anche comprensione. Senza strumenti interpretativi, l’esperienza resta superficiale e indistinta, da qui l’idea, diffusa in passato, che “visto uno, visti tutti”. Riconoscere le differenze, cogliere le specificità, attribuire valore: tutto questo richiede competenze che devono essere condivise. È proprio in questa direzione che si colloca il tentativo di costruire una mediazione culturale realmente inclusiva, in grado di restituire il patrimonio alla collettività in modo pieno e consapevole.
Secondo Lei, la cultura non deve essere trattata come un “giacimento di petrolio” da sfruttare turisticamente. I Rolli Days sono diventati un enorme successo di pubblico: come si tiene insieme il rischio del turismo di massa con la qualità della comunicazione?
È una domanda molto importante, anche perché tocca un nodo centrale del dibattito sul patrimonio culturale. Negli ultimi anni ho riflettuto spesso sul concetto di “giacimento culturale”, una metafora che considero profondamente problematica. Il giacimento, per definizione, è qualcosa da sfruttare fino all’esaurimento, per poi passare oltre. Applicare questa logica ai beni culturali significa introdurre, anche inconsapevolmente, un’idea estrattiva che rischia di danneggiarli in modo irreversibile. Questa visione è ormai così radicata da essere entrata nel linguaggio comune. Si traduce in domande apparentemente innocue, come: “Perché non ci guadagnate?”. Il tema economico non è da demonizzare, il biglietto, ad esempio, può essere uno strumento legittimo, ma deve essere gestito secondo un principio di equità: sostenibile per chi può permetterselo e accessibile per chi si trova in difficoltà. La cultura non deve essere uguale per tutti, deve essere equa. Il problema, però, è più profondo. Quando il valore del patrimonio viene misurato esclusivamente in termini numerici, si innesca una corsa infinita al record. Per questo abbiamo scelto di invertire la prospettiva. Attraverso il sistema di prenotazione, il numero dei visitatori è noto in anticipo: non esiste più l’ossessione del superare il dato dell’anno precedente, perché quel dato è già definito. È un cambio di paradigma. A quel punto, la domanda diventa un’altra: l’esperienza proposta è davvero di qualità? Entrare in centinaia in uno spazio ristretto, affrontare code interminabili e vivere il patrimonio in condizioni di sovraffollamento può essere considerato un momento culturale importante? La risposta, anche da parte dei visitatori, è negativa. Il tema centrale è quindi quello della sostenibilità. Qual è il limite oltre il quale il patrimonio smette di essere fruibile in modo adeguato? Come si può garantire, allo stesso tempo, la conservazione dei beni, una buona esperienza per il pubblico e un impatto positivo sulla città? Il punto di equilibrio si trova proprio nell’integrazione di questi tre fattori: un numero adeguato di visitatori, la tutela effettiva del patrimonio e un indotto economico che sostenga il territorio. È su questa linea che abbiamo lavorato. E i risultati mostrano che questa impostazione funziona. La città accoglie flussi distribuiti e gestiti, senza assembramenti; le attività economiche beneficiano di una presenza costante e organizzata; l’esperienza culturale mantiene un livello qualitativo elevato. Tutto ciò dimostra che gestire i flussi è possibile, a patto di adottare strumenti adeguati. Al contrario, molti fenomeni di overtourism in Italia derivano proprio da una mancanza di gestione. Spesso si interviene con misure emergenziali, prive di una visione culturale. È il caso di alcune politiche adottate a Venezia, dove strumenti come biglietti di ingresso elevati rischiano di funzionare più come barriere che come soluzioni strutturali, senza incidere realmente sulla qualità dell’esperienza o sulla comprensione della città. Nel caso dei Rolli Days, si è scelto un approccio diverso. Non si è mai verificato un eccesso incontrollato di flussi, né durante l’evento né nella gestione complessiva del patrimonio. Questo perché l’obiettivo non è mai stato riempire, bensì governare. Sarebbe stato semplice aumentare i numeri, ad esempio raddoppiando le visite, e la domanda avrebbe certamente sostenuto questa scelta. Ma ciò avrebbe compromesso sia la conservazione dei luoghi sia la qualità dell’esperienza. Il punto, quindi, è bilanciare. Un’esperienza culturale autentica richiede tempo, attenzione e condizioni adeguate. Se questi elementi vengono meno, il rischio è trasformare la visita in un passaggio rapido e superficiale, privo di reale comprensione. L’obiettivo resta quello di mantenere un equilibrio tra qualità dell’esperienza e benefici per la città. I dati dimostrano che questa direzione produce risultati: continuità nelle presenze, stabilità nella qualità dell’offerta e un riscontro positivo da parte del pubblico e dei media.
Nei Suoi diversi interventi, Lei insiste sulla qualità della divulgazione. In eventi così partecipati come si evita il rischio di trasformare un patrimonio complesso in un consumo veloce?
Genova, per sua natura, non è una città da mordi e fuggi. Richiede tempo, attenzione, disponibilità a essere compresa. In uno o due giorni si riesce a coglierne solo la superficie, che spesso non coincide con gli aspetti più belli. Da qui nasce l’esigenza di costruire un rapporto più profondo tra patrimonio e pubblico. In questa direzione, uno degli elementi centrali è stato il coinvolgimento di figure altamente formate. Si è scelto di lavorare con persone che hanno dedicato il proprio percorso di studi al patrimonio culturale: laureati, specializzati, dottorandi. A loro viene offerta l’opportunità di misurarsi con la divulgazione scientifica e la mediazione culturale in un contesto reale. Si tratta di un modello ancora raro in Italia. Richiede una struttura organizzativa solida e competenze specifiche, a partire dai formatori, che devono essere professionisti attivi nel campo delle discipline umanistiche. Inoltre, implica per i partecipanti un impegno concreto: saper analizzare fonti, costruire percorsi di visita, interpretare luoghi spesso mai aperti prima al pubblico. La selezione avviene su base nazionale, attraverso un bando di idoneità per divulgatori scientifici. Il fatto che oltre il 40% dei partecipanti provenga da fuori Genova dimostra l’attrattività del progetto e anche la vitalità degli studi storico-artistici. Ciò che conta, però, è il metodo. L’obiettivo infatti non è affidarsi a narrazioni aneddotiche o a conoscenze tramandate informalmente, è costruire un racconto fondato su basi scientifiche. Servono professionisti capaci di leggere il patrimonio, interpretarlo e restituirlo in modo comprensibile, senza rinunciare al rigore. Detto questo, viene rifiutata anche una certa retorica semplificante, come quella dei “giovani ciceroni”, che rischia di sminuire la complessità del lavoro di mediazione culturale. La trasmissione del patrimonio richiede competenze specifiche e una preparazione adeguata, non può essere improvvisata. Il contesto italiano presenta, su questo punto, una criticità evidente. Anche nei percorsi ufficiali, come quello per diventare guida turistica, non sempre è richiesto un titolo di studio coerente. Si tratta di una semplificazione che rischia di impoverire la qualità complessiva dell’offerta culturale, privilegiando logiche di accesso rapido al mercato rispetto alla costruzione di competenze solide. Per questo motivo, il modello proposto punta su una divulgazione scientifica di qualità, affidata a figure qualificate e sottoposta a un processo continuo di valutazione. Non basta possedere un titolo: è necessario dimostrare sul campo la capacità di comunicare, interpretare e coinvolgere. Il lavoro viene monitorato, valorizzando chi raggiunge risultati elevati e accompagnando chi necessita di ulteriore formazione. Si tratta, in sostanza, di un approccio profondamente pratico. Il patrimonio si conosce ma anche attraverso un’esperienza diretta: osservare, confrontare, verificare le fonti, sviluppare uno sguardo critico. In molti casi, l’apertura stessa dei luoghi ha generato nuove conoscenze, portando alla luce dati inediti e attivando processi di ricerca. Questa integrazione tra studio e divulgazione rappresenta uno degli aspetti più innovativi del progetto. E potrebbe costituire anche una prospettiva concreta per molti giovani professionisti, che oggi si trovano spesso di fronte a un’alternativa limitata: da un lato il percorso accademico, complesso e selettivo; dall’altro la guida turistica, che risponde a logiche differenti. In altri Paesi europei esiste una figura intermedia, il mediatore culturale, che lavora in sinergia con musei e istituzioni come ponte tra conservazione e pubblico. In Italia, questa figura fatica ancora ad affermarsi.
Lei è passato da studioso e divulgatore ad assessore. Guardando i Rolli Days oggi dal ruolo di amministratore, cosa vede che prima non vedeva?
Non è semplice rispondere, perché il rapporto con il patrimonio è stato così profondo e continuativo che prenderne le distanze risulta ancora difficile. Quello che oggi appare più chiaro è quanto il patrimonio UNESCO, con tutto ciò che implica in termini di conservazione e valorizzazione, sia determinante per il futuro della città. Il potenziale che può esprimere per Genova è enorme e, in larga parte, ancora inesplorato. In questi anni si è soltanto iniziato a scalfire la superficie. Questa consapevolezza suscita sentimenti contrastanti: da un lato entusiasmo, dall’altro una certa inquietudine. Dopo diciassette anni di lavoro, rendersi conto che il percorso è ancora in una fase iniziale significa confrontarsi con la profondità e la complessità di un patrimonio che non ha ancora rivelato tutte le sue possibilità. Per lungo tempo l’attenzione si è concentrata su aspetti più immediati, come l’organizzazione degli eventi e la misurazione dei risultati in termini numerici. È la dimensione più semplice, ma anche la più limitante. Il rischio è quello di ridurre tutto a una logica effimera, assimilabile a una sagra, perdendo di vista la portata strutturale del patrimonio culturale. La prospettiva, invece, deve essere più vasta. Il patrimonio non può essere banalizzato: deve diventare parte integrante di una visione strategica per la città. In questo senso, il passaggio al ruolo amministrativo ha imposto un cambio di sguardo. Se la posizione dello studioso consente una maggiore radicalità, amministrare significa tenere insieme esigenze diverse, spesso complesse e talvolta in tensione tra loro. Una priorità chiara è quella di mettere il patrimonio a sistema. Ciò implica lavorare in sinergia con il sistema museale, attivare politiche che abbiano anche una ricaduta sociale, dalla formazione all’inserimento lavorativo, e costruire collaborazioni solide con le università. Il nuovo piano di gestione si muove proprio in questa direzione: rafforzare la rete territoriale e coinvolgere in modo strutturato tutti gli attori presenti. L’obiettivo è costruire percorsi di valore che producano effetti diffusi, a partire dai cittadini. La domanda di fondo resta sempre la stessa: cosa rimane ai genovesi dopo queste esperienze? La risposta non è mai completamente misurabile, ma i segnali sono evidenti: partecipazione, entusiasmo, desiderio di riscoprire la città come luogo di cultura. Da qui nasce l’idea di rendere permanente questa percezione, trasformando gli spazi culturali in luoghi vissuti quotidianamente. Il piano strategico triennale è stato sintetizzato in un’espressione semplice “la cultura è casa tua”. Più che uno slogan, è un obiettivo: favorire una partecipazione diffusa e consapevole alla vita culturale. Naturalmente, questa visione non esclude l’apertura verso l’esterno. È importante che la città attragga visitatori e che il tessuto economico locale ne tragga beneficio. Ad ogni modo, questo aspetto deve integrarsi in un equilibrio che tenga insieme identità, qualità e sviluppo. Il fatto che queste dinamiche stiano già producendo risultati, in modo sinergico, consente di immaginare un’estensione progressiva del modello, coinvolgendo sempre più soggetti e ampliando l’impatto sul territorio.
I Rolli nacquero come un sistema di ospitalità pubblica nelle case private dell’aristocrazia genovese, è stata una forma di diplomazia culturale. Oggi, con i Rolli Days, Genova sta recuperando quella funzione internazionale?
Non credo si possa attribuire tutto il merito ai Rolli Days, ma è evidente che abbiano contribuito a sviluppare uno sguardo più consapevole sul patrimonio, soprattutto in una prospettiva internazionale. Genova ha avuto un ruolo straordinario sul piano industriale, una fase che nel tempo si è trasformata o in parte conclusa. Ciò che invece non è stato pienamente valorizzato è la continuità del suo tessuto storico, la sua identità stratificata e ancora viva. Ed è proprio qui che si gioca una partita fondamentale. Naturalmente, l’obiettivo non è trasformare la città in un sistema di attrazioni, in una sorta di parco tematico. Al contrario, il valore di Genova risiede nel fatto di essere rimasta una città autentica, vissuta quotidianamente dai suoi abitanti, con tutte le complessità che questo comporta. Come osservava Xavier Salomon, che ha raccontato Genova anche in un video realizzato durante la sua esperienza al Metropolitan di New York, la differenza rispetto a città come Venezia o Roma sta proprio in questa autenticità: Genova è ancora una città vera. Non esiste una separazione netta tra spazi turistici e spazi di vita quotidiana, come accade, ad esempio, in alcune aree di Firenze. Questo equilibrio rappresenta un valore da preservare. La scelta di puntare su Genova come città della cultura sta producendo risultati importanti anche sul piano internazionale. I Palazzi dei Rolli sono stati raccontati da testate come il New York Times, il Times e il Guardian, emergendo come una scoperta inattesa rispetto alle narrazioni più stereotipate legate alla città. A differenza di altri fenomeni, come quello delle Cinque Terre, spesso associato a dinamiche di overtourism, Genova ha saputo proporre un modello diverso. Ciò che ha colpito non è stato soltanto il valore dei palazzi trasformati in musei, ma anche la presenza di spazi ancora vissuti: edifici storici che ospitano attività, ristoranti, abitazioni. Questa dimensione così coinvolgente, in cui il patrimonio continua a essere parte della vita quotidiana, si è rivelata vincente. Fino a pochi anni fa si riteneva che solo luoghi completamente restaurati e destinati al turismo potessero risultare attrattivi. Oggi emerge invece una prospettiva diversa: è proprio la vitalità del patrimonio a generare interesse. In un contesto internazionale sempre più saturo di destinazioni costruite esclusivamente per i visitatori, cresce il desiderio di esperienze autentiche. Le città percepite come eccessivamente turisticizzate producono spesso frustrazione. Per questo motivo, il vero confronto consiste nel mantenere Genova una città pensata prima di tutto per chi la abita. Solo una città vivibile, qualitativamente alta e importante per i suoi cittadini può diventare, di conseguenza, anche una meta culturale apprezzata a livello internazionale.
Una delle novità più interessanti di questa edizione è l’apertura di luoghi normalmente invisibili, come la Grotta Doria Pavese. Quanto conta, oggi, il luogo nascosto, o meno conosciuto, nel racconto del patrimonio? I Rolli funzionano anche perché promettono qualcosa che di solito resta chiuso?
Probabilmente sì. La retorica del “segreto” e del “nascosto” continua a essere uno dei principali driver comunicativi. In ogni caso, è importante chiarire alcuni aspetti. Nel caso della Grotta Pavese d’Oria, ad esempio, i posti disponibili erano pochissimi, circa trecento, proprio perché si tratta di un ambiente estremamente fragile, che richiede attenzioni particolari. L’obiettivo era infatti accendere un’attenzione consapevole. Da almeno due anni, i Rolli Days hanno lanciato un vero SOS per questi luoghi monumentali: a Genova ne esistono pochissimi, solo cinque conservati, spesso in condizioni non ottimali. Si tratta, peraltro, di beni privati, che necessitano di interventi importanti e che non possono essere sostenuti esclusivamente da risorse pubbliche. In questo contesto, l’apertura della grotta, resa possibile grazie alla disponibilità della proprietà e del Ministero, impegnato in un intervento di restauro, è stata anche un’occasione di restituzione. Dopo aver sollevato il tema della tutela, era importante permettere al pubblico di comprendere concretamente il valore di questi spazi. La retorica del luogo segreto risponde, in fondo, a una dimensione quasi voyeuristica, che spesso guida anche la narrazione giornalistica. È una leva potente, ma che cerco di utilizzare con cautela, evitando che diventi l’unico elemento di interesse. Non sempre i luoghi meno accessibili sono i più belli, né quelli su cui esiste una maggiore profondità di ricerca. Accanto a questo aspetto, emerge però un dato più interessante: il desiderio diffuso di riscoprire spazi che fanno parte del tessuto storico quotidiano, in particolare nel centro storico. Molti edifici, apparentemente ordinari, nascondono una stratificazione complessa: palazzi quattrocenteschi trasformati nei secoli successivi, con apparati architettonici importanti ma poco visibili dall’esterno. La riscoperta di questi luoghi ha un valore culturale, urbano e sociale. Permette di riattivare porzioni di città che presentano criticità, offrendo una narrazione positiva e restituendo centralità a contesti spesso marginalizzati. In questo senso, anche l’elemento del “segreto”, se utilizzato con equilibrio, può diventare uno strumento utile: come mezzo per orientare l’attenzione verso temi più profondi, come la conservazione, nel caso delle grotte, o il recupero e il presidio culturale del territorio, come accaduto per palazzi come Palazzo Brancaleone Grillo o Palazzo De Franchi alla Posta Vecchia. L’obiettivo resta quello di spostare lo sguardo: dal fascino superficiale dell’inaccessibile a una comprensione più consapevole del patrimonio.
Quest’anno i Rolli Days hanno dialogato anche con la musica, con i flash mob dedicati a Gino Paoli nei palazzi storici. Che effetto fa vedere la canzone d’autore entrare negli spazi dell’aristocrazia genovese? Può essere un modo per togliere i Rolli da una dimensione troppo museale?
In occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa di Fabrizio De André, i Rolli Days sono stati l’unica iniziativa istituzionale a dedicare un’intera edizione alla sua figura. Il titolo, Sacro e profano. Ballata per Genova, restituiva bene l’intento: legare i luoghi della città legati alla sua poetica con una lettura storico-artistica, mettendo in dialogo dimensioni apparentemente distanti. Un’immagine in particolare sintetizzava questo approccio: l’Immacolata Lomellini reinterpretata con un’aureola viola. Un intervento che poteva sembrare provocatorio, ma che è stato accolto con entusiasmo anche in ambito ecclesiastico. Questo dimostra come connessioni tra linguaggi diversi, musica, arte, letteratura, siano spesso più naturali di quanto si pensi. Il patrimonio, in fondo, possiede questa capacità: essere sempre contemporaneo a sé stesso, includere, accogliere, generare significati nuovi. Non è un sistema chiuso, si tratta invece di uno spazio aperto a molteplici interpretazioni. Lo dimostrano anche esperienze più sperimentali, come l’inserimento di musica contemporanea, persino techno, all’interno di spazi storici. Inizialmente può sembrare una forzatura, ma nella pratica funziona, perché il patrimonio ha una forza propria che supera le categorie rigide in cui spesso si cerca di confinarlo. Del resto, la dimensione musicale è sempre stata parte integrante di questi luoghi. Nei palazzi e nelle ville genovesi del Cinque e Seicento, affrescate da artisti come Giovanni Battista Carlone o Giovanni Andrea Ansaldo, compaiono frequentemente scene con musicisti, logge e spazi destinati alla performance. La musica faceva parte della vita sociale e rappresentativa di questi ambienti. Recuperare questa dimensione vuol dire restituire una percezione più completa dei luoghi. Non è necessario ricorrere a ricostruzioni teatrali o a travestimenti: ciò che conta è riattivare una relazione sensoriale con lo spazio, permettere al visitatore di immaginarlo nella sua funzione originaria. In questa prospettiva, anche pratiche come ascoltare musica, vivere gli ambienti in modo più informale, o, dove possibile, introdurre momenti conviviali, non rappresentano una banalizzazione, ma un ritorno alla natura plurale di questi spazi. Il punto fondamentale è la qualità. Non esistono linguaggi incompatibili con il patrimonio, esistono semmai modi più o meno consapevoli di utilizzarli. Superare le barriere ideologiche tra alto e basso, tra antico e contemporaneo, significa restituire al patrimonio la sua vitalità.
Negli ultimi anni si è parlato di una possibile candidatura del Cimitero monumentale di Staglieno, uno dei vincitori del bando 2025 del FAI – I luoghi del cuore, a patrimonio UNESCO. I Rolli potrebbero diventare il modello per raccontare altri grandi patrimoni della città?
I Rolli possono certamente diventare un modello per raccontare altri patrimoni della città, e, in parte, lo sono già stati. Le aperture dedicate a Cimitero Monumentale di Staglieno, ad esempio, hanno seguito proprio l’impostazione culturale e divulgativa dei Rolli Days. Si tratta, infatti, di un modello scalabile, applicabile a contesti diversi del patrimonio italiano. Un caso rilevante è rappresentato dalle giornate dell’Oltregiogo, che coinvolgono territori tra Liguria, basso Piemonte e Lombardia: pur sviluppandosi in un sistema diffuso e non urbano, riprendono gli elementi fondamentali del metodo, dalla centralità della divulgazione scientifica alla prenotazione delle visite, dall’attenzione alla qualità dell’esperienza alla cura della comunicazione. Ciò che cambia sono i luoghi e i contenuti, ma non l’approccio. Ed è proprio questo il punto: il patrimonio monumentale richiede un metodo solido e coerente, capace di adattarsi senza perdere qualità. In Italia, questa consapevolezza dovrebbe diventare centrale, perché solo così il patrimonio può trasformarsi in una risorsa reale per lo sviluppo territoriale. Anche sul piano delle politiche culturali internazionali, questa visione trova riscontro. Il percorso di candidatura UNESCO per Cimitero Monumentale di Staglieno si inserisce in una logica diversa rispetto al passato. UNESCO orienta sempre più le candidature verso sistemi di rete, capaci di collegare più luoghi e contesti, piuttosto che singole emergenze isolate. In questa prospettiva, si sta lavorando anche con il Cimitero Monumentale di Milano per costruire una possibile alleanza europea tra cimiteri monumentali, con l’obiettivo di presentare una candidatura condivisa.
Se dovesse immaginare i Rolli Days tra vent’anni, cosa cambierebbe?
Innanzitutto spero che, nel frattempo, sia cambiato l’approccio delle persone. Che si sia affermata una maggiore consapevolezza del fatto che sono i luoghi, nel loro insieme, a restituire la pienezza del senso delle opere d’arte, e non la loro estrazione dal contesto per essere confinate esclusivamente in musei o mostre, dove finiscono per essere semplicemente venerate. Da qui deriva una conseguenza fondamentale: il nostro approccio non può che essere orientato alla tutela non solo dell’oggetto artistico, ma anche del territorio, del paesaggio e del tessuto urbano. È una visione che trova riscontro sia nelle indicazioni dell’UNESCO sia nei principi della nostra Costituzione. Il rischio, altrimenti, è quello di danneggiare proprio ciò che si vorrebbe valorizzare: si impoverisce il patrimonio quando si trasforma una città in un insieme di spazi commerciali temporanei, pensati solo per il consumo turistico, o quando si riduce l’esperienza culturale a un’offerta superficiale. Ma si produce un danno ancora più profondo quando si indebolisce il capitale umano che si occupa di ricerca, tutela e valorizzazione: studiosi, funzionari, università, soprintendenze. Non ha senso, ad esempio, valorizzare pochi grandi capolavori isolati mentre si lasciano in abbandono contesti straordinari diffusi sul territorio, dalle pale di Alvise Vivarini nelle aree meno centrali, alle sculture di Pietro Bernini o di Filippo Parodi conservate nelle ville della Riviera ligure, fino alle opere di Brea nei piccoli centri difficilmente raggiungibili. Se non si valorizza questa straordinaria densità diffusa del patrimonio italiano, unica al mondo, si perde uno degli elementi più caratterizzanti del Paese. Allo stesso modo, se non si riconosce la qualità della formazione italiana nel campo delle discipline storico-artistiche e la necessità di una divulgazione scientifica strutturata e competente, il rischio è quello di un progressivo impoverimento del sistema. La speranza, quindi, è che Genova continui nel percorso intrapreso, mettendo al centro il patrimonio UNESCO come fattore di sviluppo e di apertura. Un patrimonio che amplifica le possibilità della città: in termini culturali, economici, formativi e identitari. E soprattutto che questo modello possa estendersi, coinvolgendo il resto del Paese in un ripensamento complessivo del rapporto tra patrimonio, ricerca e valorizzazione culturale.
L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia
Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.Per inviare il commento devi
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