Il nipote di un collezionista ebreo chiede al Musée d’Orsay la restituzione di un Van Gogh


La famiglia del collezionista ebreo tedesco Felix Kallmann chiede la restituzione di un dipinto di Vincent van Gogh conservato al Musée d’Orsay. La vicenda sarà esaminata dalla Commissione francese per l’indennizzo delle vittime di spoliazione, chiamata a valutare una provenienza ancora segnata da zone d’ombra.

Un’importante opera conservata al Musée d’Orsay di Parigi, Hôpital Saint-Paul à Saint-Rémy-de-Provence, dipinto realizzato da Vincent van Gogh nel 1889, è oggetto di una richiesta di restituzione, avanzata dal novantottenne Klaus Kallmann, discendente del collezionista tedesco Felix Kallmann: l’uomo è infatti convinto che l’opera facesse parte della collezione familiare dispersa in seguito alle persecuzioni antisemite avviate con l’ascesa al potere del nazismo. A raccontare la storia è un articolo sul quotidiano francese Le Monde firmato da Roxana Azimi e Cécile Boutelet. Il caso, fa sapere il giornale, è ora all’esame della Commission pour l’indemnisation des victimes de spoliation (CIVS), l’organismo francese incaricato di valutare le richieste di restituzione dei beni sottratti alle vittime delle persecuzioni antisemite. La pratica dovrebbe essere discussa a partire dal mese di settembre dopo una lunga fase istruttoria che ha coinvolto storici, archivisti e specialisti nella ricostruzione della provenienza dell’opera.

Klaus Kallmann, oggi residente negli Stati Uniti, conserverebbe a sua detta un ricordo personale del dipinto, che vide da bambino nella villa berlinese del nonno. L’opera raffigura il dottor Théophile Peyron, il medico che seguì Van Gogh durante il ricovero nell’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole, a Saint-Rémy-de-Provence, negli ultimi anni di vita dell’artista olandese. Da quasi un decennio Kallmann porta avanti la richiesta di restituzione, sostenendo che il quadro venne perduto nel contesto delle persecuzioni subite dalla famiglia. La vicenda presenta tuttavia un elemento che rende particolarmente complessa la valutazione: le indagini hanno infatti confermato che la famiglia Kallmann fu certamente vittima delle persecuzioni antisemite e subì numerose spoliazioni. Rimane però irrisolta una questione decisiva: stabilire se proprio quel dipinto sia stato venduto volontariamente oppure ceduto in condizioni determinate dalla persecuzione.

Vincent van Gogh, Hôpital Saint-Paul à Saint-Rémy (1889; olio su tela, 58 x 45 cm; Parigi, Musée d'Orsay)
Vincent van Gogh, Hôpital Saint-Paul à Saint-Rémy (1889; olio su tela, 58 x 45 cm; Parigi, Musée d’Orsay)

Le ricerche hanno infatti individuato una significativa lacuna documentaria nella storia dell’opera, compresa tra il giugno del 1932 e il febbraio del 1934. Prima di questo intervallo esistono documenti che attestano come Felix Kallmann avesse tentato di vendere il dipinto alla Staatsgalerie di Berlino, che però rifiutò l’acquisto avendo già ampliato la propria collezione di opere di Van Gogh negli anni precedenti. Successivamente le tracce del quadro si interrompono fino alla sua comparsa nella galleria parigina del celebre mercante d’arte Paul Rosenberg.

Proprio questo vuoto documentario costituisce il nodo centrale della vicenda. Non è stato possibile accertare se il dipinto sia stato ceduto prima dell’ascesa al potere di Adolf Hitler, avvenuta il 30 gennaio 1933, oppure successivamente, quando le persecuzioni contro gli ebrei tedeschi avevano già iniziato a incidere profondamente sulla loro possibilità di mantenere proprietà e patrimonio. La differenza temporale assume un peso determinante perché potrebbe modificare la qualificazione giuridica della vendita. Tuttavia, secondo gli esperti incaricati delle ricerche, il caso rappresenta una situazione in parte inedita per la Francia, poiché impone di interrogarsi sul significato delle vendite effettuate da cittadini ebrei tedeschi nei primi mesi del 1933, in una fase in cui le discriminazioni stavano rapidamente trasformandosi in persecuzioni sistematiche.

Per comprendere la portata della controversia occorre ricostruire la storia della famiglia Kallmann. Felix Kallmann era un importante avvocato berlinese e un collezionista d’arte appartenente all’alta borghesia tedesca. Aveva costruito una prestigiosa villa nel quartiere residenziale di Westend e nel corso della propria carriera aveva diretto aziende di primo piano dell’industria tedesca, tra cui la Deutsche Gasglühlicht, nota per la produzione delle lampadine Osram, e la società cinematografica Universum Film AG. Felix Kallmann morì nel novembre del 1938, pochi giorni dopo la Notte dei Cristalli, il pogrom che segnò un’escalation della violenza antisemita nella Germania nazista. Suo figlio, Hartmut Kallmann, riuscì a evitare la deportazione grazie al matrimonio con una donna classificata come ariana secondo la legislazione razziale del tempo e, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, emigrò negli Stati Uniti insieme alla famiglia.

Nel dopoguerra l’attenzione dei Kallmann si concentrò soprattutto sul recupero degli immobili confiscati e sul riconoscimento dei danni subiti. Nel 1953 la Germania riconobbe infatti che la vendita della villa di famiglia era avvenuta sotto costrizione, accordando un risarcimento economico. Solo molti decenni più tardi gli eredi iniziarono a ricostruire sistematicamente anche la sorte della collezione artistica.

Le ricerche hanno consentito di accertare che il dipinto oggi conservato al Musée d’Orsay era stato acquistato da Felix Kallmann nel 1914 presso la galleria Paul Cassirer di Berlino insieme a un secondo Van Gogh, oggi conservato al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. Le due opere seguirono un percorso analogo almeno fino ai primi anni Trenta, quando risultano entrambe acquisite da Paul Rosenberg in un momento non precisamente documentato. Secondo una delle ipotesi formulate dagli studiosi, le opere potrebbero essere state trasferite attraverso la rete commerciale della galleria Cassirer, che in quel periodo stava spostando parte delle proprie opere ad Amsterdam per sottrarle al rischio delle confische naziste. Tuttavia nessun documento d’archivio ha finora consentito di verificare definitivamente questa ricostruzione. Successivamente il quadro cambiò più volte proprietario. A partire dal 1936 passò attraverso diverse mani fino a essere donato al Museo del Louvre dal mercante d’arte Max Kaganovitch, anch’egli ebreo e perseguitato dal nazismo. Con la nascita del Musée d’Orsay, nel 1986, l’opera entrò a far parte della collezione del nuovo museo, dove è tuttora conservata.

La posizione della famiglia al momento resta ferma: Klaus Kallmann sostiene che la collezione del nonno fosse ancora integra quando Hitler arrivò al potere e che la successiva dispersione delle opere sia stata una conseguenza diretta delle persecuzioni. I suoi legali ritengono che il caso rientri pienamente nel concetto di spoliazione definito dai Principi di Washington del 1998, sottoscritti anche dalla Francia, che invitano gli Stati a considerare come involontarie anche le vendite effettuate sotto la pressione delle persecuzioni antisemite. La vendita potrebbe dunque essere equiparata a un trasferimento involontario della proprietà quando risulti influenzata dal contesto persecutorio: un orientamento, spiega Le Monde, che ha trovato ulteriore conferma anche nella giurisprudenza francese, con una decisione della Corte di cassazione pronunciata nel novembre 2025 relativa alla collezione dell’avvocato Armand Isaac Dorville.

Il fascicolo è ora nelle mani del magistrato relatore della CIVS, che dovrà completare l’istruttoria prima dell’esame da parte della commissione, composta anche da rappresentanti dei ministeri della Cultura e degli Affari Esteri francesi. La presidente della Commissione ha già indicato il dossier come prioritario.




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