Il furto delle due tavole di Antonello da Messina dal Museo Regionale “Maria Accascina” di Messina, il MuMe, non è soltanto la sottrazione di due opere di grande valore. È un episodio che colpisce direttamente una parte essenziale della storia artistica dell’Occidente, perché riguarda uno dei pittori che più profondamente contribuirono a trasformare la pittura del Quattrocento. Le opere sottratte sono lo scomparto centrale del Polittico di San Gregorio, con la Madonna col Bambino in trono, e una piccola tavola bifronte raffigurante sul recto la Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione e sul verso il Cristo in pietà. I due pannelli laterali del polittico, con San Gregorio e San Benedetto, sono stati invece abbandonati durante la fuga e recuperati dalle autorità. Si tratta, in entrambi i casi, di opere fondamentali di Antonello: il Polittico di San Gregorio è uno dei soli due polittici noti di Antonello (l’altro è il Polittico dei Dottori della Chiesa, conservato agli Uffizi), mentre la tavola bifronte è una rarissima attestazione della prima fase della sua carriera, l’unica che si trovi in Sicilia e tra le poche che si custodiscano in Italia.
Per comprendere perché il furto sia particolarmente grave occorre dunque andare oltre la valutazione economica delle opere, che è comunque altissima. Basterà pensare che la tavola bifronte venne acquistata dalla Regione Siciliana per la somma di 257.188,75 sterline (circa 360mila euro) in asta da Christie’s nel 2003, ma andrà considerato che il recente Ecce Homo acquistato dallo Stato italiano è stato pagato 14,9 milioni di dollari, ovvero circa 13 milioni di euro. Le quotazioni di Antonello, pittore molto raro (si conoscono soltanto poco più di quaranta opere a lui riconducibili), sono infatti molto alte: potenzialmente, le due opere rubate varrebbero milioni di euro, anche se sono invendibili sul normale mercato dell’arte, in quanto immediatamente riconoscibili.
Antonello, tuttavia, non è soltanto uno dei più importanti pittori italiani del Quattrocento: la sua produzione rappresenta uno dei punti di incontro più significativi tra la tradizione artistica dell’Italia centro-settentrionale e la cultura figurativa fiamminga e provenzale. La sua pittura contribuì a portare nel Rinascimento italiano una nuova concezione della luce, della resa dei materiali, dello spazio e della rappresentazione psicologica dei volti. E proprio da questo incontro tra culture differenti nasce una parte fondamentale della sua originalità. Antonello da Messina nacque probabilmente intorno al 1430-1431 e morì nella sua città natale nel febbraio del 1479. Della sua vita rimangono relativamente poche informazioni e anche le date fondamentali della biografia sono in parte ricostruite dagli studiosi attraverso documenti indiretti e testimonianze successive. Il terremoto che devastò Messina nel 1908 ha inoltre cancellato una parte enorme della memoria documentaria della città, rendendo ancora più difficile ricostruire le vicende personali e professionali dell’artista. Questa scarsità di informazioni non ridimensiona però il ruolo di Antonello: al contrario, rende ancora più preziose le opere che ci sono pervenute, perché sono tra le testimonianze principali attraverso cui è possibile ricostruire la sua formazione e la sua evoluzione.
La sua città d’origine ebbe un ruolo importante nella formazione di questo linguaggio: nel Quattrocento Messina era un porto di primo piano, inserito nelle grandi rotte commerciali del Mediterraneo. La città aveva rapporti intensi con il mondo catalano e iberico e costituiva anche una tappa delle rotte marittime che collegavano Venezia alle Fiandre. Le navi dirette verso i centri commerciali del Nord Europa passavano infatti dallo Stretto, portando con sé merci, persone, informazioni e, indirettamente, anche immagini e modelli artistici. Antonello si formò probabilmente a Napoli nella bottega di Colantonio, in un ambiente profondamente influenzato dalla cultura fiamminga. Le collezioni della corte aragonese conservavano opere provenienti dal Nord Europa e gli artisti attivi a Napoli avevano modo di confrontarsi con un linguaggio pittorico caratterizzato da un’attenzione straordinaria per la luce, le superfici, i dettagli e la resa dei materiali. È in questo contesto che Antonello costruì progressivamente una cultura figurativa destinata a diventare personale e innovativa. Le sue prime opere mostrano infatti il rapporto con la pittura franco-fiamminga e con quella provenzale, ma già contengono gli elementi di una ricerca che avrebbe portato il pittore verso una sintesi originale. Il contributo più importante di Antonello può essere individuato proprio nella capacità di mettere in relazione due tradizioni che spesso vengono considerate separatamente. Da una parte c’è dunque la pittura fiamminga, con il suo interesse per la luce, la precisione ottica, la consistenza delle superfici e la descrizione minuziosa degli oggetti. Dall’altra c’è la cultura rinascimentale italiana, fondata sulla costruzione geometrica dello spazio, sulla prospettiva e sulla ricerca di una rappresentazione razionale e coerente della realtà. Antonello da Messina è il punto d’incontro fra questi due mondi.
L’artista ebbe quindi un ruolo che va ben oltre la sua produzione personale. La sua esperienza siciliana, arricchita dai rapporti con Napoli, con la cultura fiamminga e con Venezia, contribuì a mettere in comunicazione realtà artistiche diverse. È anche per questo che la sua figura è centrale nella storia dell’arte italiana. E tra le opere che meglio documentano questo percorso c’è proprio il Polittico di San Gregorio, oggi al centro della vicenda del furto. Il dipinto fu commissionato dalla badessa Frabia Cirino per il monastero di Santa Maria extra moenia a Messina. L’opera, datata 1473 e firmata da Antonello, era originariamente composta da sei tavole. Al centro si trova la Madonna col Bambino in trono, accompagnata da angeli reggicorona; ai lati compaiono san Gregorio e san Benedetto. Nel registro superiore sono rappresentati l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. La tavola centrale della cimasa, probabilmente dedicata a una Pietà con Cristo morto sorretto dagli angeli, è invece perduta. Il polittico fu smembrato, probabilmente già nel corso del Cinquecento, e la sua struttura originaria venne compromessa. Le tavole furono poi ricomposte nell’Ottocento dopo un intervento di restauro che non risolse correttamente tutti i problemi dell’opera.
Nonostante la storia travagliata, il Polittico di San Gregorio costituisce una testimonianza fondamentale della maturità di Antonello. È un’opera nella quale la cultura fiamminga e quella rinascimentale italiana convivono in maniera particolarmente evidente. Uno degli aspetti più importanti riguarda il modo in cui il pittore affronta il fondo oro, ancora legato alla tradizione delle pale medievali. Antonello non lo elimina, ma lo supera attraverso la costruzione di uno spazio unitario. Il parapetto in muratura, insieme alla base del trono, attraversa le diverse tavole creando una continuità visiva. Le figure dei santi non appaiono isolate in altrettanti scomparti, ma partecipano a uno stesso ambiente e sembrano avanzare verso chi guarda.
Al centro, la Madonna domina la composizione con una presenza monumentale: le superfici, gli ornamenti, i riflessi e la definizione dei materiali mostrano la precisione di derivazione fiamminga, mentre la disposizione delle figure e la costruzione dello spazio rivelano la lezione della prospettiva italiana e il confronto con Piero della Francesca. La tavola centrale sottratta non è dunque un elemento isolato: è il fulcro di una composizione concepita come organismo unitario e una delle testimonianze più importanti della maturità messinese di Antonello.
Ancora diverso è il significato della seconda opera trafugata, la tavoletta bifronte con la Madonna col Bambino e il Cristo in pietà. L’opera è stata attribuita ad Antonello nel 2003 e, come detto, nello stesso anno è stata acquistata dalla Regione Siciliana presso Christie’s, dopo essere appartenuta alla collezione di Wilhelm Soldan, dove risultava presente almeno dal 1930. Le sue dimensioni ridotte fanno pensare a una destinazione originaria legata alla devozione privata: una piccola immagine da utilizzare durante la preghiera personale, non una pala destinata a uno spazio pubblico o liturgico di grandi dimensioni. Gli studiosi la collocano generalmente tra il 1465 e il 1474, sulla base dei confronti con le opere certe di Antonello. Particolarmente interessante il verso: la superficie di questo lato risulta infatti maggiormente consumata, probabilmente anche in relazione all’uso devozionale dell’immagine: il volto di Cristo potrebbe essere stato baciato ripetutamente dai fedeli. È un dettaglio che aiuta a comprendere una dimensione diversa della storia dell’arte. Ovvero, non si tratta soltanto di un’opera da studiare per il suo stile o per la sua attribuzione: è anche un oggetto che conserva le tracce dell’uso che ne è stato fatto, del rapporto concreto instaurato nei secoli tra un’immagine e le persone che l’hanno venerata.
Il furto delle due tavole è particolarmente grave anche perché interviene su un patrimonio che non ha soltanto un valore regionale. Antonello da Messina appartiene alla storia della pittura italiana e occidentale nel suo complesso. La sua vicenda mostra come nel Quattrocento l’Italia non fosse un insieme di culture artistiche rigidamente separate, ma un territorio attraversato da artisti, mercanti, opere, idee e modelli. La Sicilia di Antonello era collegata alla Napoli aragonese, al Mediterraneo, alla penisola italiana, alla Provenza e alle Fiandre. Venezia fu poi il luogo nel quale alcune delle esperienze maturate dal pittore trovarono un nuovo sviluppo. La sua importanza consiste proprio nella capacità di trasformare questi stimoli in una sintesi personale. Antonello porta nella pittura italiana una nuova attenzione per la luce e per la resa della realtà, ma allo stesso tempo utilizza la prospettiva e la costruzione geometrica proprie della cultura rinascimentale. Il risultato non è una semplice somma di influenze, ma una lingua pittorica autonoma.
Questa posizione rende Antonello una figura decisiva per comprendere la nascita della pittura moderna: il suo lavoro aiuta a spiegare come la pittura italiana del secondo Quattrocento abbia potuto sviluppare una nuova concezione dello spazio, della luce e della presenza umana. E il fatto che due opere di questo artista siano state sottratte proprio dal museo della sua città assume inoltre un significato particolare: il MuMe conserva infatti una parte fondamentale della memoria artistica messinese e rappresenta uno dei luoghi nei quali il rapporto tra Antonello e la città può essere concretamente ricostruito. Il recupero delle due tavole laterali del Polittico di San Gregorio è certamente un elemento importante della vicenda, ma non riduce la gravità della sottrazione delle opere ancora mancanti: un dipinto di Antonello non è un bene sostituibile attraverso il suo valore economico. Anche qualora un’opera potesse essere assicurata o valutata sul mercato, il problema del furto riguarderebbe comunque la perdita di un documento storico e culturale insostituibile. Il patrimonio culturale ha del resto una caratteristica che lo distingue da una normale merce: il suo valore cresce anche attraverso la possibilità di essere conosciuto e messo in relazione con altre opere, documenti e contesti. Un’opera custodita in un museo appartiene alla storia di una comunità e, nello stesso tempo, diventa parte di una conoscenza condivisa. Per questo il furto delle due tavole di Antonello da Messina non può essere considerato semplicemente come un episodio di cronaca criminale: è un danno alla conoscenza della pittura del Quattrocento e alla possibilità di ricostruire una delle esperienze artistiche più importanti della storia italiana e occidentale.
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