Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato il regolamento di esecuzione (UE) 2026/509 del 23 aprile 2026, rafforzando ulteriormente il quadro delle misure restrittive nei confronti della Russia in relazione alla guerra contro l’Ucraina. La decisione si basa sul Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e su una proposta dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Nelle premesse del regolamento, il Consiglio richiama esplicitamente le conclusioni del Consiglio europeo del 19 dicembre 2024, nelle quali l’Unione aveva ribadito la propria condanna della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, definita una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite. In quell’occasione, i leader europei avevano riaffermato il sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale, dichiarando anche la disponibilità a intensificare la pressione su Mosca attraverso nuove sanzioni.
Il nuovo regolamento si colloca dunque nel solco di questo orientamento politico, in risposta a quella che viene definita una aggressione continua ed escalation da parte della Federazione russa. Il Consiglio sottolinea in particolare la recente campagna militare che ha preso di mira infrastrutture civili, tra cui strutture energetiche, idriche e sanitarie, causando gravi sofferenze alla popolazione e puntando a indebolire la resilienza del Paese. Alla luce di tali sviluppi, Bruxelles ha ritenuto necessario adottare ulteriori misure restrittive.
Il cuore del provvedimento consiste nell’inserimento di 37 persone e 80 entità nella lista delle sanzioni. Si tratta di soggetti ritenuti responsabili di azioni che minano o minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. L’aggiornamento dell’elenco comporta l’applicazione di misure come il congelamento dei beni e il divieto di ingresso o transito nel territorio dell’Unione europea.
Tra i nomi inseriti figurano anche quelle di quattro rilevanti personalità della cultura. Il più celebre è Michail Borisovič Piotrovskij, direttore di lungo corso del Museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo e considerato vicino al presidente russo Vladimir Putin. Secondo il Consiglio, Piotrovskij ha sostenuto attivamente e giustificato la guerra contro l’Ucraina, arrivando a paragonare la diffusione globale della cultura russa alla cosiddetta “operazione militare speciale”, espressione utilizzata dal Cremlino per indicare l’invasione. Il dirigente museale avrebbe inoltre appoggiato una legislazione russa che consente l’incorporazione di beni culturali provenienti da musei ucraini nel fondo statale russo. Sotto la sua guida, il museo Hermitage è accusato di aver condotto scavi archeologici non autorizzati nella Crimea occupata, provocando la distruzione di siti protetti del patrimonio ucraino. Tali attività vengono interpretate dall’Unione europea come funzionali agli obiettivi del Cremlino di legittimare le proprie rivendicazioni territoriali attraverso iniziative presentate come scientifiche.
Un altro nome incluso nella lista è quello di Sergej Gennadievič Obryvalin, primo vice ministro della Cultura della Federazione russa. Obryvalin supervisiona dipartimenti chiave del ministero, tra cui quello per la protezione del patrimonio culturale, la gestione dei musei e la Società storica militare russa. Secondo il Consiglio, queste strutture sono direttamente coinvolte nel sequestro di beni culturali ucraini e nella loro riclassificazione come patrimonio russo. Il funzionario avrebbe firmato permessi, noti come “lettere aperte”, che autorizzano scienziati russi a condurre scavi archeologici in Crimea. Inoltre, il ministero della Cultura, in collaborazione con le autorità considerate illegittime nei territori occupati, promuove iniziative culturali in quelle aree, con il coinvolgimento attivo dello stesso Obryvalin. Per l’Unione europea, tali attività costituiscono un sostegno concreto a politiche che minano la sovranità ucraina.
Tra i soggetti colpiti dalle sanzioni figura anche Andrej Vladimirovič Polyakov, direttore dell’Istituto per la storia della cultura materiale dell’Accademia delle scienze russa. Tra il 2014 e il 2023, sotto la sua guida, l’istituto ha condotto sistematicamente scavi archeologici nei territori della Crimea occupata dalla Russia. L’ente ha ottenuto oltre venti permessi dal ministero della Cultura russo, che coordina e autorizza tali attività insieme ad altre istituzioni statali. Secondo il Consiglio, questi scavi sono stati effettuati senza il consenso dell’Ucraina, riconosciuta a livello internazionale come sovrana sulla penisola. Polyakov avrebbe inoltre sostenuto pubblicamente la prosecuzione delle attività dell’istituto nella regione occupata, indicando come in corso lavori a Chersonesos e in altre aree, nell’ambito di un programma più ampio che prevedeva oltre quaranta scavi nel 2024. La sua leadership viene considerata determinante non solo per l’esecuzione di attività ritenute illegali, ma anche per la normalizzazione istituzionale della presenza russa in Crimea e per l’appropriazione culturale del territorio.
Nella lista compare anche Nikolaj Andreevič Makarov, direttore dell’Istituto di archeologia dell’Accademia delle scienze russa e vicepresidente della stessa Accademia. Makarov è responsabile delle operazioni scientifiche, tecniche ed economiche dell’istituto, inclusa la strategia di sviluppo e le politiche relative al lavoro sul campo. Sotto la sua direzione, l’istituto è diventato uno dei principali attori nello sfruttamento archeologico della Crimea occupata, attività considerata parte di una strategia statale più ampia. Per il Consiglio dell’Unione europea, il ruolo di Makarov implica un sostegno e un’implementazione di politiche e azioni che minano o minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. Le accuse rivolte ai soggetti inseriti nella lista riflettono un’attenzione crescente da parte dell’Unione verso il ruolo del settore culturale e scientifico nelle dinamiche del conflitto.
Il regolamento stabilisce che le modifiche all’allegato I entrino in vigore dalla data di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Come previsto, il testo è vincolante in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri, senza necessità di recepimento nazionale.
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