Cosa rende il modello Biennale di Venezia unico al mondo? Primo format di mostra d’arte internazionale biennale al mondo fondato nel 1893 e inaugurato nel 1895 (in un’Italia da poco unificata, e ancora guidata dai Savoia), tra gli anni Venti e Trenta del Novecento venne traghettato da figure come Vittorio Pica e Antonio Maraini (nonno di Dacia) verso una modernità sancita definitivamente dalla prima esposizione di Rodolfo Pallucchini nel 1948 con retrospettive su Cubismo e Futurismo e da successive operazioni di recupero culturale. Lo stesso anno viene ospitata nel Padiglione Greco la collezione d’arte di Peggy Guggenheim tra Astrattismo, Informale e Action Painting con Jackson Pollock come frontman dell’arte americana, premessa che porterà l’America a vincere l’edizione del 1964 con Robert Rauschenberg dando una svolta internazionale definitiva alla Biennale di Venezia. Ma bisognerà aspettare il 1995 perché la Biennale in occasione del suo centenario nomini finalmente suo primo curatore straniero, Jean Clair.
Prima della Biennale di Venezia, il primato del format espositivo universale spetta a Londra, con la Grande Esposizione del 1851 voluta dai regnanti Victoria e Albert, ma incentrata su innovazione scientifica, tecnologica e industriale, seguita da Parigi sotto Napoleone III che introduce nell’Exposition una sezione dedicata alle Belle Arti nel Palais de l’Industrie che rivaleggia con il Crystal Palace di Londra, oggi entrambi distrutti ma che hanno rivoluzionato il concetto di mostra d’arte e aperto la strada all’arte monumentale per cui è oggi collaudato il Grand Palais a Parigi. La Biennale di Venezia invece è la prima esposizione universale dedicata esclusivamente all’arte. Per chiudere le premesse sul primato veneziano, la multidisciplinarietà della Biennale che unisce i principali settori dell’arte in un’unica creative industry conferisce all’Italia un controllo centralizzato dell’arte, e la rende una super-Academy, come quella degli Oscar ma multisettore (e non solo per il cinema), controllata da un unico Cda. Questa fusione dei settori, l’Italia la eredita dalla politica statale e propagandistica operata durante il ventennio fascista.
Parlando in maniera informale con Lia Durante, storica dell’arte del Fondo artistico dell’ASAC (l’Archivio della Biennale di Venezia che traslocherà dai grandi magazzini del VEGA, nel porto di Marghera, nella nuova sede all’Arsenale, a conclusione della Biennale d’Arte 2026), e riferimento scientifico con un’esperienza pluriennale a fianco dei direttori artistici della Biennale, ci si rende conto del divario tra i malintesi che nascono tra le polemiche politiche o mediatiche e il funzionamento giuridico della Biennale. Facendo un rapido riepilogo della Storia della Biennale, ci si potrebbe interrogare sul potere reale e sui limiti di questa istituzione.
Dopo la riforma del 1973 in cui momentaneamente era subentrata anche una sezione Televisione, la Biennale di Venezia cambia forma giuridica sotto il governo Prodi, con il Decreto Legislativo del 29 gennaio 1998, noto come “Riforma Veltroni” dal nome dell’allora ministro della cultura: da Ente Pubblico, la Biennale diventa Società di cultura, apre a finanziamenti privati e partnership e istituisce le sei sezioni artistiche attuali (Arte, Architettura, Cinema, Teatro, Musica e Danza). Un’altra riforma viene varata poco dopo dal governo Berlusconi con il Decreto Legislativo dell’8 gennaio 2004 che finisce di privatizzare la Biennale e la trasforma in Fondazione conferendole una logica più aziendale e commerciale.
Dalla sua nascita, la Biennale di Venezia ha cambiato raramente il proprio Statuto, in media una volta ogni 32-33 anni. In 131 anni di Biennale si contano solo 4 grandi riforme: la prima, nel 1938, durante il regime Fascista. A oggi è passata quasi una trentina d’anni dalle ultime due riforme della Biennale che, sul piano giuridico-economico, ha raggiunto un equilibrio ottimale fin qui convenuto a tutti i governi succedutisi da allora. Statisticamente, ma anche storicamente, è dunque lecito dire che i tempi sono maturi per ripensare la Biennale. In più, le criticità emerse quest’anno con le dimissioni della Giuria e con la diffida in atto di metà degli artisti partecipanti contro il voto popolare (istituita d’urgenza dalla Biennale il mese scorso), rimettono sul tavolo la questione della necessità di un cambio di Statuto. Se i “Leoni dei Visitatori” abbiano o meno la stessa legittimità istituzionale dei Leoni d’oro e d’argento, e sempre se verrà mantenuta una premiazione a mostra conclusa il 22 novembre 2026, il Cda dovrebbe in ogni caso risolvere il vuoto normativo emerso da questa edizione.
Nella sua Storia ormai secolare, la Biennale d’Arte di Venezia è saltata solo in casi del tutto eccezionali, finora tre volte: fra le due guerre mondiali; dopo le contestazioni del 1968 e il successivo commissariamento della Biennale dal governo, il tempo di democratizzarla (Carlo Ripa di Meana nel 1974 trasforma la kermesse in una grande manifestazione politica fuori dai Giardini a favore del Cile contro il golpe di Pinochet); e l’ultima volta nel 2020 con la Pandemia del Covid. Senza voler cadere in statistiche e solo per inquadrare meglio il caso attuale, la morte di un direttore artistico nella Storia della Biennale d’Arte era già capitata una volta, ha voluto precisarmi Lia Durante (tra il 1980 e il 1982, tra la 39a e la 40a edizione), e il direttore all’epoca era Luigi Carluccio. Un giovane Harald Szeemann, oltre ad Achille Bonito Oliva, curarono una sezione sperimentale che li mise sotto i riflettori, un po’ come accade oggi ai curatori del team di Koyo Kouoh in questa edizione corale dopo la sua morte improvvisa.
Fra le informazioni più illuminanti che ho ricevuto dall’esperta del Fondo c’è quella della connection Venezia - San Paolo del Brasile. L’unica Biennale al mondo che, non a caso, ha lo stesso Statuto della Biennale di Venezia è quella di San Paolo in Brasile, nata nel 1951 dalla vicinanza tra il presidente della Biennale veneziana che allora era Rodolfo Pallucchini e il primo Presidente della Biennale di San Paolo, Francisco Matarazzo, di origine italiana. L’ASAC ne conserva la corrispondenza che spiega come la nascita della Biennale di San Paolo sia anche collegata al Padiglione del Brasile e perché sia stata concessa proprio a questo paese una posizione privilegiata nei Giardini. Questo gemellaggio tra le Biennali di Venezia e San Paolo (e l’amicizia tra questi due Presidenti) ha chiaramente comportato un vantaggio per l’Italia – sfiorando, si potrebbe pensare, lo spionaggio industriale – giacché Pallucchini e Matarazzo si scambiavano informazioni preziose in anticipo sui progetti artistici ed espositivi di altre nazioni come la Francia, facendo sì che l’Italia potesse giustamente competere agli stessi livelli.
Se quest’anno l’Italia risulta fuori competizione a causa dell’assenza di artisti italiani nella mostra internazionale, chissà se la causa non è da cercare nel lungo processo di trasformazione dell’assetto giuridico della Biennale di Venezia ancora da completare. Fra le missioni ufficiali della Biennale di Venezia dal 1929 al 1973, anno di un nuovo Statuto (il secondo), vi era quella della promozione dell’arte italiana all’estero, funzione fondamentale diventata con il cambiamento dei tempi fonte d’imbarazzo per via di una politica forse più democratica ma più complessata, che cerca di schivare le accuse di favoreggiamenti e in un contesto geopolitico tesissimo fra Anni di Piombo e Guerra Fredda. Questo ha comportato in generale un mascheramento delle dinamiche politiche che sottendono sempre e devono sottendere all’arte e alla cultura, ma in maniera trasparente e pubblica e non ufficiosamente come negli anni successivi per vie diplomatiche.
Fino alla presidenza di Paolo Baratta, la più longeva della Biennale di Venezia, anche se interrotta momentaneamente dalle nomine di Franco Bernabè e David Croff tra il 2002 e il 2007 e con la nascita nel 2006 di un padiglione italiano all’Arsenale per la prima volta separato dal Padiglione Centrale, non sarebbe tecnicamente stata possibile una Biennale senza artisti italiani come quest’anno. Se la curatrice Koyo Kouoh non abbia fatto in tempo o non abbia effettivamente contemplato artisti italiani fra le sue priorità, questo di fatto è il risultato di una presidenza come quella di Pietrangelo Buttafuoco, che non interferisce più né ha più motivi di interferire con il lavoro e le scelte espositive del Padiglione Centrale.
Altra criticità di questa edizione: il Padiglione della Russia. Nei fatti, il “caso” del Padiglione della Russia non sussiste poiché, non avendo mai chiuso, non può tecnicamente essere stato “riaperto”, come molti invece hanno dichiarato. Nella precedente edizione, la Biennale Arte 2024, il governo russo ha ospitato la Bolivia, una provocazione camuffata solo apparentemente da passo indietro. Non avendo la Russia né la Biennale di Venezia– che ne ratifica burocraticamente la partecipazione – violato nessun regolamento, spettava tutt’al più al governo italiano, se riteneva la presenza russa a Venezia politicamente inconcepibile, sequestrarne il padiglione, cosa che però equivale a una dichiarazione di guerra. Con lo Statuto attuale, i padiglioni nazionali dei Giardini sono vere e proprie ambasciate estere sul territorio italiano e non possono giuridicamente essere chiusi senza che si cada in campo bellico. Si direbbe insomma che vale la pena prendere in considerazione questo elemento quando e se si riesaminerà lo Statuto.
Collegata solo lontanamente alla Storia della Biennale di Venezia, merita di essere menzionata (per via di una scadenza importante nel panorama artistico-culturale di Venezia) la vicenda della destinazione museale di Punta della Dogana intuita e voluta dall’allora Sindaco di Venezia Massimo Cacciari e fortemente ambita dal padre dell’Arte Povera, Germano Celant, curatore della Biennale d’Arte nel 1997, attraverso la fondazione americana Guggenheim. Il bando lo vinse però il Francese François Pinault che firma la concessione trentennale nel 2007, ristruttura con Tadao Ando e inaugura nel 2009 con Francesco Bonami come co-curatore. Tecnicamente il Comune di Venezia avrà quindi l’obbligo di rifare il bando internazionale nel 2040.
Nel 2003 la sede della Biennale, prima stabilita a Ca’ Corner della Regina (ora sede veneziana della Fondazione Prada), viene trasferita a Ca’ Giustinian a San Marco. Lì sono allestite alcune delle 500 opere d’arte del Fondo artistico dell’Asac, da Turcato a Severini, Vedova e Bonalumi, per ora solo per una fruizione interna e di rappresentanza. Non è per ora previsto uno spazio espositivo nei nuovi spazi Asac all’Arsenale né è in corso un progetto di musealizzazione della Fondazione Biennale di Venezia per cui il Fondo artistico della Biennale possa essere giuridicamente considerato una collezione d’arte. Per ora, le opere del Fondo artistico si possono ammirare ogni tre mesi sulla rivista solo cartacea “La Biennale di Venezia” voluta dal Presidente Buttafuoco e tornata dopo 53 anni in edicola nel 2024. Chi non può permettersi un abbonamento alla rivista può consultare le opere del Fondo online. Diretta da Debora Rossi (pilastro amministrativo della Biennale di Venezia con vari incarichi fra cui quello di rappresentante legale) e Luigi Mascheroni (firma de Il Giornale fra le altre cose) e redatta dai funzionari dei vari settori della Biennale, non troverete nella rivista nulla che comprometta ovviamente l’imparzialità della Fondazione Biennale di Venezia, e nulla sull’edizione in corso della 61a Biennale d’Arte. Un prudenzialismo istituzionale un po’ rinunciatario e che forse, per dirla in termini liberisti-competitivi, non coglie perfettamente il proprio vantaggio culturale.
Resta, per concludere, da affrontare il discorso sulla mostra di Koyo Kouoh. Rimandare la premiazione a chiusura dell’esposizione d’arte veneziana potrebbe diventare la norma e giustificarne la durata. Quest’anno intanto e per la prima volta, le opere degli artisti esposti hanno da Maggio fino a Novembre 2026 per sedimentarsi, far discutere, irradiare la loro forza estetica e portata culturale, e per essere viste dal più ampio bacino possibile di pubblico. Il Leone d’Oro di ogni edizione dovrebbe spettare all’opera che risulta in tutto questo arco di tempo (sette mesi) la più amata e ricordata, quella che crea insomma più attaccamento collettivo. La premiazione a priori al lancio della mostra non lascia tempo utile e risulta scientificamente prematura. La premiazione rapida è più simile ad una promozione giacché mette in avanti gli artisti premiati a priori ad inizio mostra. L’arte dal vivo (performance, happening, processioni) dovrebbe slittare nella sezione Teatro della Biennale, oppure queste forme d’arte continueranno ad essere superate in immediatezza dai flash mob fuori programma come quello delle Pussy Riot di fronte al padiglione russo durante la pre-apertura della Biennale. Una premiazione più lenta, a posteriori o a chiusura, invece, riequilibrerebbe la competitività delle arti visive nella loro diversità e longevità. D’altronde si tratta di consegnare opere ed artisti alla Storia (o almeno di provarci) e al mercato. Questa 61a Biennale costringe il sistema dell’arte a rallentare regalandoci tempo per pensare.
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