Da Antonello a Caravaggio, la lunga storia dei furti contro l'arte in Sicilia


Il furto delle due tavole di Antonello da Messina riaccende l’attenzione su una storia lunga oltre un secolo: quella dei furti contro l’arte in Sicilia. Musei, chiese, scavi e depositi siciliani sono stati colpiti da razzie che hanno disperso opere e reperti, spesso mai più recuperati.

La vicenda delle due tavole di Antonello da Messina trafugate nel giorno di Ferragosto dal Museo Regionale “Maria Accascina” di Messina riporta l’attenzione su una lunga storia di furti che in Sicilia ha radici lontane. Dal museo sono scomparse la Madonna col Bambino in trono, elemento centrale del Polittico di San Gregorio, e una tavola bifronte con la Madonna col Bambino benedicente e un francescano sul recto e un Cristo in pietà sul verso, dipinti fondamentali per comprendere l’arte di Antonello da Messina: anche per questo motivo il furto è di una gravità estrema. Durante la fuga, i responsabili hanno peraltro abbandonato i due pannelli laterali del polittico, con san Gregorio e san Benedetto, successivamente recuperati.

Il caso di Messina ha un precedente particolarmente significativo proprio nella stessa città e nello stesso museo, richiamato in queste ore dalla testata messinese Lettera Emme: si tratta del furto del 1939 avvenuto presso l’allora sede del Museo Regionale, l’ex filanda Barbera-Mellighoff, individuata come sede dell’istituto dopo il devastante terremoto nel 1908 e rimasta tale fino al 2017, quando il museo è stato traslocato nell’attuale complesso che lo ha fatto diventare uno dei musei più grandi d’Italia, con una superficie espositiva di 17mila metri quadrati. Il museo venne sottoposto a un sistematico saccheggio che portò alla scomparsa di opere, ori e tessuti, ma gli anni della guerra, i trasferimenti e una gestione amministrativa non sempre ordinata lasciarono il caso sospeso, e le collezioni esposte a ulteriori dispersioni. Soltanto nel 1951, quando tre dei massimi studiosi del tempo, ovvero Federico Zeri, Ferdinando Bologna e Raffaello Causa, lavoravano alla preparazione di una mostra dedicata ad Antonello, si accorsero che la tavola centrale di un trittico fiammingo del primo Cinquecento risultava essere una copia, così una successiva ispezione ministeriale, affidata a Emilio Lavagnino, che si era distinto per la sua opera di salvaguardia dei beni artistici durante la seconda guerra mondiale, accertò che il museo era stato oggetto di un sistematico saccheggio e numerosi originali erano stati rimpiazzati con falsi. La svolta arrivò solo nel 1957, quando Zeri riconobbe casualmente l’originale del pannello nella collezione dell’industriale milanese Aldo De Angelis, che si dichiarò disposto a restituire il dipinto. Tuttavia una nuova ricognizione, in cui venne coinvolto anche Rodolfo Siviero, il più noto dei “monuments men” italiani della seconda guerra mondiale, stimò in circa 600 i pezzi mancanti, tra cui almeno 260 dipinti di pregio.

Antonello da Messina, Polittico di san Gregorio: Madonna col Bambino o del Rosario tra i Santi Gregorio e Benedetto, Angelo Annunciante e Annunciata (1473; tavola, 170 x 203 cm; Messina, Museo Regionale Accascina)
Antonello da Messina, Polittico di san Gregorio: Madonna col Bambino o del Rosario tra i Santi Gregorio e Benedetto, Angelo Annunciante e Annunciata (1473; tavola, 170 x 203 cm; Messina, Museo Regionale Accascina)
Antonello da Messina, Tavola bifronte, recto, Madonna col Bambino e francescano (1465-1470; tempera su tavola, 16 x 11,9 cm; Messina, Museo Regionale Accascina)
Antonello da Messina, Tavola bifronte, recto, Madonna col Bambino e francescano (1465-1470; tempera su tavola, 16 x 11,9 cm; Messina, Museo Regionale Accascina)
Antonello da Messina, Tavola bifronte, verso, Cristo in pietà (1465-1470; tempera su tavola, 16 x 11,9 cm; Messina, Museo Regionale Accascina)
Antonello da Messina, Tavola bifronte, verso, Cristo in pietà (1465-1470; tempera su tavola, 16 x 11,9 cm; Messina, Museo Regionale Accascina)

Le indagini, che partirono proprio dal racconto di De Angelis, il quale spiegò d’aver acquistato il dipinto da un impresario teatrale messinese, si concentrarono sull’ex custode Domenico Omero, pittore e copista. L’antiquario Gennaro Rubinacci riferì di aver acquistato da lui tre dipinti e diverse maioliche provenienti dalle collezioni museali. Omero riconobbe alcune vendite, pur sostenendo di avere ricevuto le opere da altre persone. Il caso arrivò anche in Parlamento, nel novembre 1959, e infine nel luglio 1960 De Angelis restituì altri beni e fu in seguito accusato di ricettazione, mentre Omero venne chiamato a rispondere dell’appropriazione di numerosi oggetti, insieme ad altre persone rimaste ignote. Il bilancio dei recuperi rimase però molto limitato: al museo tornarono soltanto una cinquantina di pezzi tra dipinti, maioliche, croci, tessuti e altri manufatti (tra i recuperi figura anche la Madonna col Bambino di Antonello de Saliba, allievo di Antonello da Messina: è uno dei pezzi più pregiati del museo). Alcune copie realizzate per sostituire gli originali risultano ancora oggi nei depositi dell’istituto. Anche l’allora direttrice Maria Accascina, alla quale il museo è oggi intitolato, denunciò la “situazione amministrativa gravissima, che si è resa ancor più grave per il fatto che l’unico inventario esistente, ma già manomesso dal custode ladro, veniva richiesto dalla Corte dei Conti”.

Il caso di Messina si inserisce tuttavia in una sequenza più ampia di furti avvenuti in Sicilia. Il primo documentato in un museo pubblico siciliano dopo l’Unità d’Italia risale al 1861, al Museo Salnitriano di Palermo, la cui raccolta sarebbe confluita poi nel Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas”, subì il saccheggio di numerosi reperti (tra cui tutte le monete d’oro e d’argento che conservava e diversi pezzi del monetiere islamico). Nel dicembre del 1871 si verificò un furto al Regio Museo Nazionale di Palermo, l’attuale Museo archeologico regionale Antonino Salinas che portò alla sparizione dei pezzi più pregiati del suo medagliere, tra cui un anello di epoca araba, gemme, ori e monete. La refurtiva sarebbe stata recuperata solo in minima parte, col risultato che il medagliere del museo venne quasi completamente cancellato: il furto poté essere compiuto anche attraverso la complicità di un dipendente, e destò molto scandalo all’epoca. Scorrendo avanti di qualche decennio si arriva al 1943, quando durante l’occupazione americana di Palermo vennero sottratti alcuni mosaici bizantini dalla Cappella Palatina: la relazione tecnica del restauro che seguì il bombardamento della Cappella, occorso il 30 giugno del 1943, riportava che dall’edificio erano stati trafugati alcuni mosaici particolarmente pregiati: “le teste aureolate dei due angeli sulla fronte verso la nave dell’arco di trionfo e dei Santi Niceta ed Oreste nel primo e terzo medaglione del semi-intradosso Sud dell’arco stesso”. In quel caso, la situazione bellica impedì che si facessero indagini accurate sul furto.

Un episodio gravissimo colpì invece, nel 1962, la città di Castelvetrano, quando dal municipio della città in provincia di Trapani venne rubato l’Efebo di Selinunte, statua bronzea destinata a diventare uno dei simboli delle opere siciliane trafugate. I responsabili tentarono di immetterla sul mercato internazionale e arrivarono a chiedere un riscatto di trenta milioni di lire. Dopo sei anni di indagini, guidate dal questore di Agrigento, Ugo Macera, l’opera venne ritrovata a Foligno e recuperata nel corso di un’azione che culminò in uno scontro a fuoco terminato con l’arresto di quattro persone (venne coinvolto, di nuovo, Rodolfo Siviero che finse di essere un acquirente interessato al bronzo). Il Comune di Castelvetrano avrebbe poi donato sette medaglie d’oro alle persone coinvolte nell’operazione. Dopo il recupero, l’Efebo venne destinato al Museo Salinas di Palermo per poi tornare a Castelvetrano nel 1997, quando fu collocato nel nuovo Museo Civico Selinuntino.

Nell’ottobre del 1969 fu la volta del furto forse più celebre della storia del patrimonio artistico italiano: la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco di Caravaggio venne rubata dall’Oratorio di San Lorenzo, a Palermo. Il dipinto non è mai stato ritrovato e la sua sorte rimane incerta (qui un approfondimento). Pochi mesi prima, a Palermo era stata trafugata un’importante pala di Pietro Novelli detto il Monrealese, San Michele che combatte Satana, mai recuperata.

Efebo di Selinunte (480-460 a.C.; bronzo, altezza 85 cm; Castelvetrano, Museo Civico Selinuntino)
Efebo di Selinunte (480-460 a.C.; bronzo, altezza 85 cm; Castelvetrano, Museo Civico Selinuntino)
Caravaggio, Natività con i santi Lorenzo e Francesco (1600; olio su tela, 268 x 197 cm; Palermo, già nell’oratorio di San Lorenzo, trafugata nel 1969)
Caravaggio, Natività con i santi Lorenzo e Francesco (1600; olio su tela, 268 x 197 cm; Palermo, già nell’oratorio di San Lorenzo, trafugata nel 1969)

Gli anni Settanta segnarono una nuova fase del saccheggio del patrimonio archeologico. Il 17 gennaio 1973 dal Museo Archeologico Nazionale di Gela furono sottratte monete dal medagliere, e le ricostruzioni successive portarono a stimare il bottino in circa 600 pezzi. Il 7 agosto dello stesso anno, dal Museo Civico Baldassare Romano di Termini Imerese, scomparvero una lebes, un vaso per conservare acqua o per cuocere, e tre lekythoi, ovvero vasi per contenere e versare olio. Nello stesso decennio furono trafugati dalla Rocca di Entella i decreti bronzei di Entella e Nakone, rubati tra il 1977 e il 1980 e poi immessi sul mercato (vennero dispersi tra Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti). A oggi, delle nove tavole rubate (otto originali e un falso contemporaneo) ne sono state recuperate quattro, mentre delle altre sopravvivono solo le testimonianze fotografiche. Alla fine degli anni Settanta sarebbe stata sottratta anche da una necropoli di Centuripe la Pisside centuripina, giunta in epoca imprecisata ad Amsterdam e poi venduta all’Allard Pierson Museum, museo archeologico della capitale olandese che l’ha poi restituita ai legittimi proprietari, così che nel 2021 l’opera ha potuto tornare in Sicilia ed essere esposta all’Antiquarium di Centuripe.

E sempre da Centuripe, il 29 maggio 1978 dall’Antiquarium comunale furono sottratti due vasi antichi, un lebes-gamikos e una lebes. Nello stesso periodo, nel corso della lunga stagione degli scavi clandestini di Morgantina, prese la strada del mercato internazionale quella che sarebbe diventata nota come la Dea di Morgantina, trafugata nel 1979, finita negli Stati Uniti tramite il mercato illegale, al centro di un lungo contenzioso tra Italia e USA, e restituita infine dal Getty Museum di Los Angeles, dove nel frattempo era arrivata, nel 2007 (dal 2011 si trova al Museo Archeologico di Aidone).

Decreto C1 di Entella (Palermo, Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas)
Decreto C1 di Entella (Palermo, Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas). Foto: Davide Mauro
La Pisside centuripina
La Pisside centuripina
Dea di Morgantina (V secolo a.C.; marmo e calcare, 220 x 80 cm; Aidone, Museo Archeologico Regionale)
Dea di Morgantina (V secolo a.C.; marmo e calcare, 220 x 80 cm; Aidone, Museo Archeologico Regionale). Foto: Wikimedia/Algon

Ancora, nel settembre 1982, dal Museo Pitrè di Palermo, venne rubato un dipinto su vetro raffigurante la Fuga in Egitto. Sempre negli anni Ottanta sparirono la pala con la Madonna col Bambino, san Giuseppe, san Michele e sant’Antonio da Padova dalla chiesa di San Domenico a Rometta (Messina), nel 1988, e l’anno dopo, nel 1989, fu rubato il fonte battesimale cinquecentesco in marmo della chiesa di Santa Maria La Nova di Palermo: quest’ultimo pezzo venne recuperato nel 2014 (si trovava in Versilia, nella villa di un imprenditore milanese peraltro noto alle cronache giudiziarie e coinvolto nella stagione di Mani Pulite). Nel 1991 venne trafugata l’importante phiale di Caltavuturo, importante coppa greca di epoca ellenistica, recuperata nel 2004 e oggi esposta all’Antiquiarium di Himera. Nel 1992 fu invece la volta di una Madonna del riposo trafugata dalla curia arcivescovile di Santa Lucia del Mela (Messina), mentre due anni più tardi un’altra opera di Pietro Novelli, un Cristo benedicente, fu sottratto da una collezione privata.

Si arriva così nel nuovo millennio, quando, nel 2003, dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie di Torretta (Palermo) venne rubata una tavola raffigurante santa Rosalia, di scuola siciliana del Settecento: venne rinvenuta quattro anni più tardi. Primi mesi del 2004, fu presumibilmente trafugato nel Ragusano un grande mosaico di probabile epoca romana, poi recuperato in Germania. Nello stesso anno il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale riferì anche il recupero di 110 reperti sottratti in precedenza da archeosub clandestini in siti marini siciliani. Un nuovo furto portò alla sparizione di una testa-ritratto di una dama di età flavia proveniente dalla Villa Romana del Casale: nel 2006 una laureanda chiese di consultare il reperto, conservato in un deposito della Soprintendenza di Enna, e si scoprì che era scomparso, assieme a un secondo ritratto virile, anch’esso mancante. La testa femminile fu poi recuperata dai Carabinieri il 2 ottobre 2007.

Phiale di Caltavuturo (IV-III secolo a.C.; oro, diametro 22,75 cm; Termini Imerese, Antiquarium di Himera)
Phiale di Caltavuturo (IV-III secolo a.C.; oro, diametro 22,75 cm; Termini Imerese, Antiquarium di Himera)

Il 31 gennaio 2007, dopo tre anni di indagini, l’operazione Ghelas consentì di recuperare circa 1.600 reperti provenienti dal saccheggio di numerosi siti siciliani, tra cui Kamarina, Himera, Morgantina, Centuripe, Montagna di Marzo, Montagna dei Cavalli, Gela e Monte Bubbonia. Il 2007 fu anche l’anno del furto di nove antichi volumi dal Museo Mandralisca di Cefalù, successivamente recuperati (alcuni erano stati addirittura messi all’asta su eBay).

Il 3 aprile 2013 tre dipinti furono rubati dal Museo civico “Sebastiano Guzzone” di Militello Val di Catania (uno di scuola francese ispirato a François Boucher, uno di Giuseppe Sciuti, noto pittore siciliano attivo alla fine dell’Ottocento, e uno attribuito a Sebastiano Guzzone, altro artista attivo in Sicilia nella seconda metà del XIX secolo): dieci anni più tardi, nel 2023, i Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale li recuperarono durante una perquisizione in un garage di Aci Castello (il proprietario del box disse di averli acquistati da una bancarella, ma non fu in grado di dimostrarlo) e li restituirono al Comune di Militello. Sempre nel 2013 tornarono in Sicilia 38 reperti archeologici sottratti al relitto della Secca di Capistello, a Lipari, un sito subacqueo risalente al III secolo a.C. I materiali erano finiti all’Allard Pierson Museum di Amsterdam ed erano stati individuati dal compianto Sebastiano Tusa durante la preparazione della mostra Mirabilia Maris. Nel 2017 a subire un furto fu il Museo Falcone allestito nei locali del Palazzo di Giustizia di Palermo: furono sottratti un documento compilato dal giudice Rocco Chinnici e alcuni floppy disk di Giovanni Falcone.

Nel settembre 2018 un altro istituto, il Museo Savasta di Paternò, fu colpito dalla sottrazione di quattro vasi preistorici e di altri reperti archeologici. E infine, a fine gennaio 2024, dal Museo Civico del Castello Ursino, a Catania, venne rubata un’epigrafe giudaica in marmo, redatta in greco e databile tra il IV e il V secolo dopo Cristo.

Il furto delle tavole di Antonello da Messina riporta così in primo piano una questione che non appartiene soltanto alla cronaca del momento. In Sicilia, la tutela del patrimonio deve fare i conti con una storia di sottrazioni nei musei, nei depositi, nelle chiese, negli scavi e persino nei fondali marini. Una parte delle opere è tornata nei luoghi d’origine; un’altra rimane dispersa. E in alcuni casi, come dimostra proprio la storia del museo messinese, gli originali scomparsi continuano a lasciare dietro di sé copie, inventari incompleti e interrogativi che durano da generazioni.




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