Il World Press Photo ha annunciato i vincitori del World Press Photo Contest 2026, confermando la propria missione di “connettere il mondo alle storie che contano” attraverso il lavoro di fotogiornalisti e fotografi documentaristi provenienti da ogni parte del globo. L’edizione 2026 ha selezionato i migliori progetti tra 57.376 immagini inviate da 3.747 fotografi di 141 Paesi. Tra i lavori premiati emergono sia storie già note al pubblico sia narrazioni meno visibili, capaci di offrire prospettive ampie accanto a sguardi più intimi. I temi spaziano dai conflitti e dalle crisi globali a esempi di resistenza, resilienza e tradizioni poco conosciute.
Le fotografie vincitrici raccontano scenari complessi e attuali, restituendo una testimonianza visiva intensa della vita nel mondo: dagli Stati Uniti all’Ucraina, dal Nepal al Pakistan fino alla Palestina. La selezione mette inoltre in luce l’impatto diffuso della crisi climatica, con immagini provenienti da contesti diversi come Los Angeles, le Filippine, il Messico e la Norvegia. Non mancano riferimenti alle mobilitazioni sociali e alla difesa dei diritti, documentate attraverso proteste negli Stati Uniti e movimenti femminili in Guatemala e Kenya.
Molti dei progetti premiati si distinguono per un approccio intimo e profondamente umano, affrontando temi come la malattia, l’isolamento, il lutto e la sopravvivenza. Accanto a queste storie emergono anche racconti legati alle nuove generazioni: giovani ballerine di danza classica in Sudafrica, donne a cavallo in Marocco e famiglie segnate dalle politiche migratorie negli Stati Uniti. I ritratti ambientali, inoltre, offrono un contatto diretto con la natura, dalle immagini di elefanti abbattuti in Zimbabwe a quelle di un orso polare accanto a una carcassa di capodoglio, fino al primo piano di un panda in un parco nazionale cinese. Nel loro insieme, questi lavori delineano un quadro potente e urgente del mondo contemporaneo.
Il formato del concorso, riorganizzato per aree geografiche a partire dal 2021, continua a favorire una maggiore varietà di voci e narrazioni. Nel 2026, 31 dei 42 vincitori provengono dai territori che raccontano nei loro progetti. Rispetto all’anno precedente, si registra un aumento dell’11% dei partecipanti dal Sud America e del 14% dall’area Asia-Pacifico e Oceania. Le fotografe e le persone non binarie rappresentano il 22% dei partecipanti, confermando un progressivo miglioramento in termini di inclusività.
Le opere selezionate saranno esposte nella tradizionale mostra itinerante World Press Photo, che ogni anno raggiunge oltre sessanta sedi in tutto il mondo, coinvolgendo milioni di visitatori, oltre a essere diffuse attraverso le piattaforme digitali. La selezione è avvenuta in due fasi: inizialmente tramite sei giurie indipendenti, una per ciascuna area geografica, e successivamente attraverso una giuria globale composta dai presidenti delle singole giurie e da un presidente generale.
“Questo è un momento cruciale”, ha dichiarato la presidente della giuria globale 2026, Kira Pollack, ricercatrice presso l’Harvard Shorenstein Center, “per la democrazia, per la verità, per ciò che noi, come società, siamo disposti a vedere e a denunciare, e ciò che siamo disposti a ignorare. I fotografi qui riconosciuti hanno fatto la loro parte. Hanno creato una testimonianza. Ora tocca a noi guardarla”.
Tra i vincitori c’è anche un’italiana, Chantal Pinzi, premiata per il progetto Farīsāt: Gunpowder’s Daughters, dedicato alle donne che sfidano una tradizione equestre marocchina storicamente riservata agli uomini, rivendicando il proprio spazio all’interno della cultura del Paese.
La tradizione della Tbourida, riconosciuta dall’UNESCO e risalente al XVI secolo, consiste in spettacolari esibizioni di gruppi di cavalieri - solitamente tra 15 e 25 - che galoppano all’unisono sparando colpi di fucile in una coreografia ispirata alle antiche parate militari. I partecipanti indossano costumi tradizionali rappresentativi della propria tribù o regione e portano con sé una spada e una piccola copia del Corano. L’evento assume spesso anche un valore spirituale, accompagnato da rituali di purificazione e momenti di preghiera collettiva. Questa pratica, tramandata di generazione in generazione, richiede grande abilità tecnica, equilibrio e coraggio. Per lungo tempo esclusivamente maschile, la Tbourida ha iniziato ad aprirsi alla partecipazione femminile dopo la riforma del codice di famiglia marocchino del 2004, che ha rafforzato i diritti delle donne. Oggi esistono sette gruppi composti interamente da cavallerizze su circa 300 complessivi. Le cosiddette farīsāt sostengono spesso ingenti costi personali, occupandosi autonomamente dei cavalli, dei costumi e dei permessi necessari. La loro presenza rappresenta una forte affermazione del ruolo delle donne nel patrimonio culturale marocchino.
La fotografa, che è anche atleta, considera lo sport uno strumento capace di mettere in luce disuguaglianze ed esclusioni sociali. Proprio per questo ha scelto di concentrarsi su comunità in cui le donne incontrano ancora ostacoli significativi alla partecipazione, sottolineando il potenziale emancipatorio della pratica sportiva.
Nata nel 1996, Chantal Pinzi è una visual activist con base a Berlino, specializzata in fotogiornalismo e fotografia documentaria. Il suo lavoro esplora spesso temi legati alla resilienza in contesti frammentati o marginalizzati, dando voce soprattutto alle esperienze femminili. Attraverso la fotografia, Pinzi analizza e mette in discussione le dinamiche sociali complesse, costruendo narrazioni visive che sfidano sistemi di oppressione e invitano alla riflessione. Il suo obiettivo è contribuire alla memoria collettiva, promuovendo empatia, consapevolezza e autenticità.
Il suo lavoro ha ottenuto riconoscimenti a livello internazionale ed è stato presentato in numerosi contesti, tra cui i Sony World Photography Awards (2025), l’Xposure Festival (2024), LensCulture, l’Helsinki Photo Festival e PhotoEspaña. Attualmente è rappresentata dall’agenzia Panos Pictures.
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