Van Dyck al Palazzo Ducale di Genova, l'irresistibile fascino della compilation


Nonostante le ambizioni “europeiste”, la sfida ai numeri e perplessità su alcune scelte, la mostra su Van Dyck a Genova conserva tutto il fascino di un’antologia di successi. Una mostra da vedere soprattutto per farsi abbagliare dalla forza della pittura del fiammingo. La recensione di Federico Giannini.

Vale per Van Dyck, grosso modo, lo stesso ragionamento che Giuliano Briganti faceva per Rubens: data la vastità del suo catalogo, è irrealizzabile una mostra che s’intitoli semplicemente “Van Dyck”. Poco conta che gli s’attacchi, com’è stato fatto per la mostra aperta da qualche settimana al Palazzo Ducale di Genova, una di quelle etichette aperte, onnivore, a prova di tutto (nel caso in fattispecie, “l’europeo”), o la si presenti come “la più grande mostra degli ultimi venticinque anni” dedicata ad Antoon van Dyck, specie se poi tocca il compito di circoscrivere il terreno di gioco. La più grande dove, dunque? In Europa di sicuro no, c’è stata nel 2012 El joven Van Dyck al Prado, che quanto a numero di opere, se dev’esser questo il parametro principe della fondamentale, elettrizzante tenzone, quasi doppiava la mostra di Genova. Quindi no, passata Ventimiglia c’è stata sicuramente una mostra più grande negli ultimi venticinque anni. Ma perché accanirsi col centimetro? Terribilmente noioso, inutilmente agonistico. Certo: i nostalgici del confronto potrebbero dire che sì, il Van Dyck genovese batte il Van Dyck torinese del 2018 per una decina di opere in più, ma invocherebbero l’intervento della giuria per valutare il peso da attribuire alle superstar in mostra (a Palazzo Reale c’era la marchesa Grimaldi Cattaneo della National Gallery di Washington ch’è forse il ritratto più famoso di Van Dyck, c’era la Venere nella fucina di Vulcano del Kunsthistorisches Museum, c’era il Giove e Antiope) e vedere se si dànno gli estremi per togliere qualche punto alla vincitrice. Ma Genova risponderebbe con altrettanti capidopera, lavori celebri, lavori eccelsi come il Matrimonio mistico del Prado, o il Carlo V a cavallo, per non dire di quello sbalorditivo ritratto che è il Giovane armigero di Dresda e che da solo vale la visita. Insomma, il talk show finirebbe col solito pollaio in cui è impossibile capire chi è che abbia vinto, e soprattutto nessuno guarderebbe un quadro che fosse uno.

Che sia meglio allora evitare di farsi cogliere a quota mille e sei da smanie competitive e concentrarsi sulla sostanza? Ci si potrebbe domandare, a questo punto, perché ad Antoon van Dyck sia stata affibbiata la qualifica di pittore “europeo”. Chiaro: perché s’è formato con Rubens, ha studiato e lavorato in Italia, ha conosciuto il trionfo in Inghilterra. Se allora l’etichetta deve servire a riassumere la traiettoria dell’artista, vale l’assunto di Briganti. Se invece vogliamo considerare Van Dyck una specie di antesignano dell’Erasmus, almeno volendo imboccare la direzione verso cui ci spingono i testi istituzionali che aprono il catalogo (il presidente regionale Marco Bucci, per esempio, ci dice che la mostra “restituisce al pubblico […] una storia che intreccia arte, città e identità europea”), allora, al di là del fatto che ci pensano subito gli apparati in mostra a fugare ogni sospetto (“Questa mostra”, leggiamo prima ancora d’entrare, “racconta l’affascinante vicenda artistica di Antoon van Dyck mettendo in luce il ruolo decisivo che tre città straordinarie – Anversa, Genova e Londra – ebbero nella formazione e nell’evoluzione del suo stile”: nessun riferimento ad alcuna eventuale pulsione europeista del nostro), verrebbe piuttosto da pensare che siamo noi gli europei di Van Dyck (ma anche del Primaticcio, di Artemisia Gentileschi, dell’Arcimboldo, di Rubens, di tutte quelle schiere d’artisti che studiarono e lavorarono, tra Cinque e Seicento, al di fuori delle zone in cui si parlava la loro lingua madre).

Allestimenti della mostra Van Dyck l'europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l’europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l'europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l’europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l'europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l’europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l'europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l’europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l'europeo. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Van Dyck l’europeo. Foto: Federico Giannini

Se dunque una mostra “tutto Van Dyck” appare impresa poco plausibile, non restano che due opzioni: l’affondo mirato, dunque la mostra con un taglio ben preciso (Genova stessa ha offerto in questo senso un mirabile esempio, quando anni fa Palazzo della Meridiana presentò al suo pubblico la mostra sul Van Dyck genovese, peraltro opera della stessa curatrice della mostra attuale, Anna Orlando, nell’occasione presente al lavoro assieme a Katlijne van der Stighelen), oppure l’antologica che non s’intesti pretese d’esaustività. La rassegna di Palazzo Ducale si muove necessariamente verso la dimensione dell’antologica, sebbene col proposito dichiarato d’indirizzare lo sguardo sulle tre città più importanti per la carriera dell’artista, e con l’intento d’offrire, leggiamo nel pannello che ci accoglie in mostra, “un vero e proprio sguardo d’insieme sulla complessità e varietà della sua arte”. Legittimo: se però cominciano a mancare, mettiamo, il Ritratto del cardinale Guido Bentivoglio (Maria Grazia Bernardini, in catalogo, lo definisce il “massimo capolavoro” di Van Dyck, un dipinto “insuperabile”), o l’Autoritratto col girasole, o l’Amore e Psiche di Kensington Palace, allora è un po’ come voler offrire uno sguardo d’insieme sui Rolling Stones a uno che fino a oggi s’è interessato solo di musica trap, e non ascoltare sentire Satisfaction o Route 66 o Let’s spend the night together. Il che, ovviamente, non significa che non ne possa sortire una compilation interessante e pure gradevole. Van Dyck l’europeo, dunque, ha il genuino difetto d’essere irresistibile. Cinquanta opere di Antoon van Dyck tutte raccolte in un unico posto! Manca qualcosa? Ce ne faremo una ragione. È un’iniezione di goduria. Un orgasmo. Qualcuno potrebbe forse negare che si goda ad ascoltare Emotional Rescue o Miss you anche riprodotte in loop?

Ecco, allora forse è questo il punto: perché cercare una presunta pienezza dello sguardo, perché cercare d’abbracciare quel ch’è difficile abbracciare, quando è proposito infinitamente migliore lasciar perdere ogni sovrastruttura, evitare d’imbarcarsi lungo traiettorie che hanno ambizione di “sguardo d’insieme” e abbandonare quel “viaggio alla scoperta del Van Dyck di ‘tre patrie’ e di ‘tre stagioni’ distinte”? Per esempio, laddove la presentazione ribadisce che “il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare”. Appunto: farsi coinvolgere senza pensare ad altro. Certo, a tal proposito si potrà obiettare che forse avremmo scoperto meglio il Van Dyck delle opere sacre se la Pala Orero, anziché costretta a subire il trasloco dalla sua chiesa per essere messa dentro la Cappella dei Dogi a chiusura di percorso (sempre secondo l’assunto che la Cappella dei Dogi dev’esser per forza riempita con qualcosa), se ne fosse rimasta a San Michele di Pagana. Si potrà dire che, con tutti i Van Dyck dei musei genovesi che non si son mossi d’un millimetro perché, evidentemente, si vuole incentivare il turista a far lo sforzo di lanciarsi verso Palazzo Rosso o Palazzo Spinola, s’è spostato proprio l’unico Van Dyck genovese che andava lasciato dov’era. Si potrà dire che sarebbe stato più coinvolgente di quanto si possa pensare conoscere un Van Dyck sacro nel suo contesto, vedere la pala nella chiesa a cui era destinata in origine e guardare il profumiere Francesco Orero adorare il Crocifisso sopra al suo altare, osservare in mezzo a quei marmi la pala, propaggine necessaria del buio, della polvere e del salmastro, sentendo sulla pelle il freddo della chiesa, con le orecchie impegnate ad abituarsi alla cantilena della risacca. Si potrà allora dire che, per scoprire meglio gli artisti delle opere sacre, è forse meglio vederli nei loro contesti, data anche l’attuale propensione a ricucire le relazioni piuttosto che a disfarle, seppur temporaneamente, a meno che non sia proprio necessario. Poi accade che talvolta si preferisca privare la pala del suo silenzio per offrirla ai faretti della Cappella dei Dogi. San Michele di Pagana, qualche centinaio di metri dal lungomare di Rapallo, vicino Santa Margherita Ligure, vicino Portofino, quel tratto di costa, insomma. Almeno per questo inizio d’estate abbiamo salvato la Pala Orero dai dogui in Sebago rigorosamente senza calza per offrirla ai turisti di Palazzo Ducale: forse per questa volta ci abbiamo guadagnato. È tuttavia, la Pala Orero, testimone d’una progressione interessante. Nel 2015, a Bologna, quando Sgarbi propose di spostare (e ci riuscì) la Maestà di Cimabue dalla chiesa dei Servi a Palazzo Fava venne lanciato un appello cui aderirono oltre cento studiosi. Due anni fa, quando la Crocifissione del Guercino lasciò la Basilica della Ghiara di Reggio Emilia per andare alla mostra sul papato Ludovisi alle Scuderie del Quirinale (l’opera aveva subito un intervento di manutenzione straordinario, dunque un passaggio in mostra prima di rientrare nella sua chiesa era del tutto sensato) si contò qualche flebile protesta, ma niente più. Adesso, per il trasferimento della Pala Orero, senza che neppure ci sia un restauro di mezzo, almeno da quanto è dato sapere, non s’è fatto vivo nessuno. Probabile che di qui a due o tre anni, il sonnacchioso mondo dell’arte si risveglierà dal suo torpore per domandare alle chiese di prestare le loro opere alle mostre, anche quando non hanno granché da aggiungere al discorso. Tanto, chi ci va a San Michele di Pagana?

Antoon van Dyck, Autoritratto (1615-1617; olio su tavola, 36,5 × 25,8 cm; Anversa, Rubenshuis, inv. RH.S.216)
Antoon van Dyck, Autoritratto (1615-1617; olio su tavola, 36,5 × 25,8 cm; Anversa, Rubenshuis, inv. RH.S.216)
Antoon van Dyck, Matrimonio mistico di Santa Caterina (1618-1620 circa; olio su tela, 121 × 173 cm; Madrid, Museo Nacional del Prado, inv. P001544)
Antoon van Dyck, Matrimonio mistico di Santa Caterina (1618-1620 circa; olio su tela, 121 × 173 cm; Madrid, Museo Nacional del Prado, inv. P001544)
Antoon van Dyck, Ritratto equestre dell’imperatore Carlo V (1620-1621 circa; olio su tela, 191 × 123 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, inv. 1890. 1439)
Antoon van Dyck, Ritratto equestre dell’imperatore Carlo V (1620-1621 circa; olio su tela, 191 × 123 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, inv. 1890. 1439)
Antoon van Dyck, Giovane armigero (1626 circa; olio su tela, 90 × 70 cm; Dresda, Gemäldegalerie Alte Meister, Staatliche Kunstsammlungen Dresden, inv. Gal-Nr. 1026)
Antoon van Dyck, Giovane armigero (1626 circa; olio su tela, 90 × 70 cm; Dresda, Gemäldegalerie Alte Meister, Staatliche Kunstsammlungen Dresden, inv. Gal-Nr. 1026)
Antoon van Dyck, Francesco Orero introdotto al cospetto del Cristo spirante dai santi Francesco di Assisi e Bernardo da Chiaravalle (1626-1627 circa; olio su tela, 325 × 210 cm; Rapallo, San Michele di Pagana, chiesa di San Michele Arcangelo, cappella del Santissimo Crocifisso)
Antoon van Dyck, Francesco Orero introdotto al cospetto del Cristo spirante dai santi Francesco di Assisi e Bernardo da Chiaravalle (1626-1627 circa; olio su tela, 325 × 210 cm; Rapallo, San Michele di Pagana, chiesa di San Michele Arcangelo, cappella del Santissimo Crocifisso)

C’è, poi, la curiosa circostanza che la mostra abdica deliberatamente a un percorso cronologico in favore d’una scansione per temi, nella convinzione che questa sia la maniera più chiara per far comprendere al pubblico la maturazione dell’arte di Van Dyck, la sua capacità d’adattamento, la spontaneità di quel “talento disposto ad una bella e dilettevole facilità di dipingere” come l’aveva definito Giovan Pietro Bellori (o, come l’ha rinominato la mostra su tutti i pannelli del percorso, “Pietro Bellori”). Più utile, in questo senso, il catalogo, un buon catalogo, dove le opere sono invece ordinate dalle più lontane alle più recenti: le sale, al massimo, son più adatte a far respirare al visitatore l’aria delle città di Van Dyck. Esercizio interessante, anche in virtù delle propensioni del pittore, ch’è stato soprattutto un inimitabile ritrattista (e la mostra ha radunato in buona parte ritratti, tutti d’altissima qualità), con la conseguenza che osservando questo campionario passeggero di morti, questa temporanea pinacoteca di fantasmi, questa sequenza di volti fissati sulla tela, nella loro solitudine sontuosa, quando già stavano diventando memoria e ricordo, forse si può annusare qualcosa di quelle tre città. Accade soprattutto nelle sale centrali, a patto di non indugiare sui cartelli.

Coi quadri genovesi, in mezzo a questa piccola galleria dell’aristocrazia mercantile che governava la città, sembra sempre di respirare un’umidità pesante, grave, rigida. Si guardino, a metà percorso, i cosiddetti Balbi children in arrivo dalla National Gallery, adesso identificati, dopo varie proposte, coi nipoti del senatore Alessandro Giustiniani Longo. Broccati e sete, giacche di velluto e tuniche cremisi bordate d’oro, capotain piumati e scintillanti spade da lato. Un’esibizione incurante di qualunque legge suntuaria, di qualsiasi richiamo a quella morigeratezza che si nota, per esempio, nel Ritratto di vedova della Collezione De Groeve, o anche nel Ritratto dei fratelli de Wael (dove l’esigenza d’alleggerimento è semmai da rinvenire nell’atteggiamento teatrale di Lucas, preso a gesticolare dietro un più serioso, imperturbabile Cornelis), eppure mitigata da tutti quegl’inequivocabili segni di morte: i corvi, il ramoscello reciso, l’usignolo stretto tra le mani di uno dei fratellini Giustiniani Longo.

Ad Anversa fa freddo, si gela, ma i suoi abitanti vivono. Quando si guardano i ritratti del secondo periodo anversano, fine anni Venti e inizio anni Trenta del Seicento, sembra d’aver a che fare con gente che sta per dire qualcosa. Per alzarsi dalla sedia. Per sollevare un braccio. Ci si ferma davanti al Ritratto di Jacques Le Roy, arrivato dal Thyssen-Bornemisza di Madrid, uno dei vertici di tutta la ritrattistica di Van Dyck, e s’aspetta che quel mercante francese sposti la testa, s’aggiusti la toga bordata di pelliccia, comincia a spiegazzare nervosamente la lettera che tiene con noncuranza tra le mani. Poco distante c’è un giurista, Justus van Meerstraeten, goffo e impettito mentre la luce disegna arabeschi sulla seta della sua giubba, sposta leggermente in avanti il peso del corpo per evitare che il librone che finge di sfogliare scivoli giù dal banco. E poi a Londra cambia tutto. Una Londra insolitamente assolata, una Londra azzurra, briosa. Il ritratto di Lady Venetia Digby acceca coi suoi cangiantismi. Quello di Elizabeth Howard è un affronto, un’insolenza, un atto di prevaricazione tessile. Il ritratto di Carlo I e di Enrichetta Maria, unico ritratto in mostra del re d’Inghilterra, è un esperimento, è un ritratto ufficiale che abbandona qualunque ufficialità, è una specie di pièce teatrale mascherata da effigie di Stato, senza neppure darsi pena di riuscire nell’intento. Sappiamo già come andrà a finire, ovvero Carlo I finirà decapitato una quindicina d’anni dopo questo ritratto. Evidentemente i londinesi dovevano aver pensato che l’aria di Londra era diventata un po’ troppo leggera.

Antoon van Dyck, Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo (1626-1627 circa; olio su tela, 219 × 151 cm; Londra, The National Gallery, inv. NG6502)
Antoon van Dyck, Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo (1626-1627 circa; olio su tela, 219 × 151 cm; Londra, The National Gallery, inv. NG6502)
Antoon van Dyck, Ritratto di Jacques Le Roy (1631; olio su tela, 117,8 × 100,6 cm; Madrid, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, inv. 1929.9)
Antoon van Dyck, Ritratto di Jacques Le Roy (1631; olio su tela, 117,8 × 100,6 cm; Madrid, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, inv. 1929.9)
Antoon van Dyck, Ritratto di Justus van Meerstraeten (1634-1635; olio su tela, 107,5 × 97 cm; Kassel, Hessen Kassel Heritage, inv. GK126)
Antoon van Dyck, Ritratto di Justus van Meerstraeten (1634-1635; olio su tela, 107,5 × 97 cm; Kassel, Hessen Kassel Heritage, inv. GK126)
Antoon van Dyck, Ritratto di Carlo I e della regina Enrichetta Maria (1632 o 1633; olio su tela, 104 × 176 cm; Repubblica Ceca, Archbishopric of Olomouc, Archdiocesan Museum in KromeÅ™íž, inv. KE 2372 O 406)
Antoon van Dyck, Ritratto di Carlo I e della regina Enrichetta Maria (1632 o 1633; olio su tela, 104 × 176 cm; Repubblica Ceca, Archbishopric of Olomouc, Archdiocesan Museum in KromeÅ™íž, inv. KE 2372 O 406)
Antoon van Dyck, Cavallo andaluso (1620-1621 circa; olio su tela, 130,8 × 105,4 cm; Anversa, The Phoebus Foundation)
Antoon van Dyck, Cavallo andaluso (1620-1621 circa; olio su tela, 130,8 × 105,4 cm; Anversa, The Phoebus Foundation)
Antoon van Dyck, Ecce Homo (1625?; olio su tela, 143 × 107 cm; Collezione privata)
Antoon van Dyck, Ecce Homo (1625?; olio su tela, 143 × 107 cm; Collezione privata)

Poi ci sono anche le novità, importanti: il cavallo di Van Dyck scoperto neanche un anno e mezzo fa, venduto da Christie’s per tre milioni e mezzo di sterline, e adesso offerto alla visione di tutti per la prima volta, vicino a quel Carlo V degli Uffizi che monta un destriero nella stessa posa. Un Ecce Homo proposto come autografo. Un inedito ritratto di dama prestato dalla Phoebus Collection, attribuito qualche anno fa a Van Dyck da Susan J. Barnes e Katlijne van der Stighelen e confermato in quest’occasione. Proposte d’aggiustamenti cronologici, utili anche alla luce del fatto che l’ultimo catalogo ragionato di Van Dyck rimonta al 2004 e a più di vent’anni di distanza si rende pertanto necessario un aggiornamento. C’è però da star certi che al visitatore interessino soprattutto i fondamentali. Sui quali meglio insistere, dunque. Diciamo, per esser sicuri, la più grande mostra su Van Dyck degli ultimi venticinque anni a Genova, che è già ottima cosa, Genova è pur sempre Genova, per di più gravata da tutti i Van Dyck genovesi che ci son rimasti, che sono straordinari, e che in queste settimane hanno tirato fuori gli abiti migliori per accogliere i parenti che arrivano da Londra, da Edimburgo, da Madrid, da Parigi, da Milano (e non si finirà mai d’evidenziare a sufficienza il merito di un’impresa com’è radunare qui un consesso simile). Venite allora a vedere l’antologia d’un genio del Seicento. La cantina è fornita di tutto l’occorrente per una finissima degustazione di Van Dyck (ci si può anche sbronzare, se si preferisce), bottiglie di gran qualità, senza cedimenti. Tranne, forse, uno soltanto: la Madonna col Bambino della Galleria Nazionale di Parma sembra più un’opera di bottega che un lavoro del maestro, ma la mostra ci mette giustamente e correttamente in guardia, e soprattutto la si trova verso la fine del percorso, quando siamo già ubriachi di Krug Grand Cuvée e di Palazzo Lana Extrême e non avremo grosse difficoltà a mandar giù un calice di prosecchino del supermarket. Imbarcatevi allora sui vostri mezzi di trasporto preferiti e raggiungete Genova. La mostra avverte, la mostra attira, la mostra vale il viaggio. Splendidamente vaporosa, come tutto quello dà conforto.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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