Fino al 2 maggio 2026, Building Terzo Piano a Milano accoglie la mostra Le Fantasmagoriche, personale di Elena El Asmar (Firenze, 1978), a cura di Marina Dacci: in mostra più di quaranta opere, tra sculture e lavori a parete su vetro, tavola e carta, risalenti a un periodo compreso tra il 2008 e il 2026, che rivivono qui come intervento unitario appositamente pensato per questo spazio. La mostra vuole dunque proporsi come un insieme organico, avvolgente, dove scultura e opere su due dimensioni trovino uno spazio per dialogare e sostenersi a vicenda. Frutto di una pratica, quella di Elena El Asmar, da sempre attenta al tema della relazione tra spazio, ricordo e immaginazione: le sue opere mirano a tradurre la memoria in strutture visive e narrative col tramite del disegno, della pittura, della scultura, dell’installazione e anche della parola, in un un processo di stratificazione e trasformazione continua. Gabriele Landi, a margine della mostra, ha intervistato Elena El Asmar e Marina Dacci.
GL. Elena, come mai la mostra si chiama “Le Fantasmagoriche”?
EEA. Qualche mese fa, con Marina, abbiamo avviato una sorta di conversazione scritta e, dopo aver letto la sua introduzione e risposto alle sue domande le dissi che continuava a tornarmi in mente la parola “Fantasmagoriche” che lei aveva usato come aggettivo più volte soprattutto in relazione all’opera presente in mostra “Le ore terse”. Così, scrivendo, ho pensato di aggiungere l’articolo “Le” e trasformare l’aggettivo in sostantivo arrivando a “Le Fantasmagoriche” a indicare non un oggetto preciso, ma un insieme di apparizioni, immagini, forme o stati che attraversano lo spazio della mostra. Un plurale aperto. “Le Fantasmagoriche” non sono solo ciò che si vede, ma anche ciò che affiora, resiste o scompare. È un invito a entrare in uno spazio sospeso tra presenza e assenza, visibile e invisibile. Il termine fantasmagorico rimanda alle antiche fantasmagorie, spettacoli di immagini proiettate che evocavano apparizioni, ombre e illusioni ottiche. In questo senso, il titolo suggerisce opere che non si impongono in modo diretto, ma emergono come visioni: tracce, riflessi, frammenti di memoria o di identità che si manifestano e subito si sottraggono. Le opere possono essere lette come apparizioni sensibili, in cui il reale si intreccia con l’immaginario, e dove ciò che sembra familiare assume una qualità straniante, un luogo dove lo spettatore non è chiamato a “riconoscere” ma a lasciarsi attraversare da immagini e sensazioni che agiscono come fantasmi, rivelando ciò che normalmente resta ai margini dello sguardo. Il titolo non descrive la mostra, ma ne attiva l’esperienza, invitando il visitatore a sostare nell’incertezza, a riconoscere ciò che non ha nome preciso e a lasciarsi guidare da una percezione non lineare, fatta di apparizioni, echi e costellazioni di senso.
Che cos’è per te l’immaginazione e come la nutri?
EEA. L’immaginazione è uno strumento di conoscenza, di sé e del mondo. È una sorta di spazio intermedio, una soglia in cui memoria, esperienza e percezione si incontrano dando origine a una trasformazione simultanea del presente. L’immaginazione ci permette di abitare ciò che è stato vissuto ricucendolo a ciò che siamo e che vorremmo in futuro essere. In qualche modo si potrebbe dire che l’immaginazione è quel motore che trasforma il tempo in spazio abitabile, fruibile. In questo spazio le cose non sono mai intere ma si sfiorano, si sovrappongono a costruire geografie instabili, anti-gerarchiche. Esiste qualcosa di più intimo e politico al tempo stesso, di questa capacità dell’uomo di osare, visualizzare e sperare l’insperabile? Laddove il potere tende a fissare, definire in maniera categorica, costruire confini, l’immaginazione apre, sposta, disobbedisce. Nel tentativo di abbattere l’assoluto come categoria del pensiero, l’uomo può ancora trovare la forza di trasformare il mondo.
Marina, un testo che sicuramente Elena frequenta d’abitudine è La poetica della rêverie di Bachelard che con ogni probabilità fa coppia nella sua biblioteca segreta con La poetica della spazio dello stesso autore. In questi due, preziosi, volumi l’autore penetra a fondo nei due argomenti che affronta, attraverso un approccio che stimola la generazione di immagini sospese fra il poetico, lo psicanalitico e l’immaginifico: che riverberi ha secondo te tutto questo nel modo in cui Elena rende visibile il suo mondo?
MD. Non conosco la biblioteca segreta di Elena ma non ho dubbi che la visione di Elena sia in profonda sintonia con il pensiero di Bachelard. I paesaggi /spazi che Elena attraversa fisicamente non vengono semplicemente riprodotti, ma si sedimentano in uno spazio domestico e solitario. Qui, in quella postura tipica del dormiveglia, vengono ricordati, re-immaginati e infine restituiti attraverso una specifica formalizzazione pittorica e scultorea. È proprio il concetto di rêverie a trascinare il suo lavoro verso il tema dell’immensità. Come suggerisce Bachelard, il soggetto che sogna esce dal mondo circostante per entrare in una dimensione dove il tempo si azzera e lo spazio si estende all’infinito. Guardando gli Studio Portraits di Elena si ha esattamente questa impressione: navigare in spazi siderali. In questo processo, lo spazio si fa generatore di un’immagine poetica che vive in stretto rapporto con la parola. Elena scrive, ed entra nei suoi testi una speciale comunione con le immagini dei poeti e che diventano poi parte integrante del suo fare artistico. Il suo desiderio è che gli echi dei suoi ricordi possano risuonare nel vissuto di chi si avvicina alla sua opera, traslando nelle arti visive ciò che Bachelard riferiva strettamente alla poesia.
Elena, in questa mostra presenti una nuova variante de “L’Esercizio del lontano” bianca e allo stesso tempo composta di vetri trasparenti e colorati. Come sei arrivata a questa nuova definizione?
EEA. Nella sua prima versione de “L’esercizio del lontano” realizzata nel 2010 per Madeinfilandia, il gruppo scultoreo era ricoperto di reti elastiche medicali bianche, quindi in un certo qual modo, a livello cromatico, è stato un po’ come tornare a ‘casa’. Per la mostra abbiamo immaginato Building Terzo Piano come un mondo unico in cui opere a parete e sculture fossero in qualche modo la prosecuzione le une delle altre, un loro ritrarsi ininterrotto. Da qui la necessità di inserire, tra gli elementi di vetro trasparenti, anche degli oggetti che modulassero la trasparenza e la luce attraverso il colore. Il blu di un vaso dialoga con il colore che poi si ritrova in alcuni quadri, così come i verdi, i gialli, i grigi e i rosa.
Ti chiederei di parlare del ciclo di opere pittoriche che vanno sotto il titolo di Studio Portraits...
EEA. Gli Studio Portraits esposti in mostra sono dipinti ad acrilico e olio su tavola di legno e sono letteralmente dei ritratti dello studio. Quegli elementi che colleziono e che spesso uso per realizzare le mie sculture, diventano dei veri e propri soggetti andando così a perdere la loro funzione originaria, iniziando a comportarsi come porzioni di paesaggio. Non sono più cose da usare ma, grazie alla pittura, superfici da attraversare con lo sguardo come se al loro interno contenessero una distanza, una profondità, una possibilità di orientamento. Lo studio diventa così non più uno spazio chiuso ma una geografia in espansione costruita dallo spostamento di senso di presenze minime. Il paesaggio che si forma nello sguardo diviene disponibile a essere continuamente reinventato, un frammento può farsi orizzonte e un dettaglio può aprirsi come un territorio. Quando le cose smettono di coincidere con sé stesse avviene quella metamorfosi che attiva la vibrazione interna alle cose che guardiamo e a noi stessi.
Marina, il lavoro di Elena agisce in diverse dimensioni: oltre a quella installativo scultorea, c’è in questa mostra una forte dimensione pittorica, che si articola in due parti, quella degli Studio Portraits e quella degli acquerelli. Quest’ultima fa rima con del luoghi precisi di cui Elena ci restituisce un’immagine che ricorda quelle tratteggiate con le parole da Gaston Bachelard. Quale legame unisce Elena a questi luoghi?
MD. La mostra è stata concepita come un’unica, grande installazione: un habitat in cui il visitatore può circolare cogliendo le diverse sfaccettature di un percorso. L’anticamera della sala principale ospita gli acquerelli, che rappresentano il primo passaggio di questa visione dello spazio/paesaggio : sono esperienze vissute in modo fisico e sentimentale, esplorate e restituite “a volo d’uccello”. Qui ritroviamo gli elementi cardine del suo rapporto con la materia — acqua, terra, aria — insieme a visioni di architetture che sfumano verso ciò che ancora non esiste, ma che “potrebbe”. Entrando nella sala principale, la grande installazione scultorea centrale (L’esercizio del lontano) funge da finestra sul mondo: attraversandola il nostro sguardo filtra, ricodifica e re-immagina. I dipinti che la circondano -gli Studio Portraits- costituiscono una sorta di ribaltamento delle sculture; sono installati a parete con un ritmo preciso, quasi fossero note su un pentagramma che conduce verso quella dimensione siderale di cui parlavamo. Penso infine a Le Ore terse, un lavoro che è allo stesso tempo inizio e fine della mostra. Un richiamo proprio alla rêverie. L’’opera appare, a un primo sguardo, un vetro immacolato. A ben guardare è possibile scorgere un paesaggio inciso su un vetro che, nel silenzio e nella penombra della stanza, l’artista ha immaginato partendo dall’osservazione di un dettaglio di una sedia nella sua stanza.
Marina, personalmente credo che il lavoro di Elena si dispieghi davanti ai nostri occhi come un paesaggio di cui è impossibile cogliere l’insieme: c’è sempre qualcosa che sfugge che si nasconde ai nostri occhi avidi di conoscenza. Tu come lo vedi?
MD. Credo che il lavoro di Elena suggerisca un modo di stare al mondo che non è “fattivo”, ma contemplativo. Lasciarsi andare su quell’onda e, come ti dicevo, entrare in contatto, lasciar affiorare, espandere, far risuonare nel proprio intimo quello che ci circonda entrando in noi stessi.
Elena, Marina, vi conoscete da molto tempo e molte sono le occasioni in qui avete lavorato insieme: come definireste il legame che vi unisce?
EEA-MD. Fantasmagorico! E lo diciamo all’unisono.
L'autore di questo articolo: Gabriele Landi
Gabriele Landi (Schaerbeek, Belgio, 1971), è un artista che lavora da tempo su una raffinata ricerca che indaga le forme dell'astrazione geometrica, sempre però con richiami alla realtà che lo circonda. Si occupa inoltre di didattica dell'arte moderna e contemporanea. Ha creato un format, Parola d'Artista, attraverso il quale approfondisce, con interviste e focus, il lavoro di suoi colleghi artisti e di critici. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Milano, vive e lavora in provincia di La Spezia.Per inviare il commento devi
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