Acqua alta: Fabio Viale riflette sul dramma di Venezia e sullo scorrere del tempo con le sue opere in marmo


Dal 22 aprile al 16 maggio 2020, Fabio Viale torna in mostra Firenze, alla Galleria Poggiali, con la mostra ’Acqua alta - High tide’.

Dopo il successo al Padiglione Venezia della Biennale dello scorso anno, Fabio Viale (Cuneo, 1975) torna con una sua personale, che intende aprire una riflessione proprio su Venezia. La rassegna, che ha sede nella Galleria Poggiali di Firenze dal 22 aprile al 16 maggio 2020, s’intitola Acqua alta - High tide, e propone due diverse installazioni: una per la sede di via della Scala 35/Ar, che arriva direttamente da Venezia, e l’altra, monumentale, allestita nello spazio in via Benedetta 3r, dove sono stati collocati quintali di marmo a formare una ripida “cascata” di pietrisco.

Gli spazi di via della Scala sono occupati dal gruppo di sculture che l’artista ha realizzato appositamente per il Padiglione Venezia (ai Giardini) della 58a Biennale di Venezia, che si è conclusa lo scorso novembre. Si tratta di una dozzina di monoliti in pietra che replicano, a misura reale, le bricole di Venezia, i gruppi di pali in legno (di rovere o di castagno) altri tre metri e che vengono piantati nella laguna di Venezia per segnalare le vie di navigazione. Le bricole realizzate da Viale in marmo imitano il legno in maniera così stupefacente da far credere che queste sculture siano in realtà dei calchi. L’allestimento della Galleria Poggiali è stato pensato per ricordare quello di Venezia, ma non solo, perché nel frattempo si è aggiunto un dato di cronaca che ha trasformato disgraziatamente il virtuale in reale. Nel Padiglione ai Giardini, infatti, il paesaggio originale, cioè quello dei canali e della laguna veneziana caratterizzati dalle bricole, veniva evocato con una installazione multisensoriale che immergeva i visitatori in una ambiente realistico grazie a un pavimento immerso in un tappeto di acqua bassa e a una nebbia realizzata con teli di plastica leggermente opachi, che separavano i visitatori dai pali in pietra.

Il dramma dell’acqua alta, da cui il titolo della mostra odierna, ha cambiato tutto, a riprova che la realtà supera molte volte la nostra immaginazione. L’acqua alta infatti ha invaso anche il Padiglione dove si trovavano ancora le sculture di Viale: un motivo in più per spingere lo scultore a mantenere l’idea originale in questa esposizione di via della Scala. Ovvero per sottolineare in fondo l’emergenza che stiamo attraversando, quella dell’innalzamento del livello del mare, dei cambiamenti climatici e del progresso incontrollato che ha stravolto equilibri naturali e il paesaggio in ogni parti del mondo. La galleria è disseminata di “bricole” in un percorso dove i lunghi pali talvolta solitari, tal altra “abbracciati” da strette catene, diventano dei moniti. L’allestimento, così risolto, assume un aspetto drammatico e serve a collegare gli inquietanti eventi di questi giorni, conseguenza dei cambiamenti climatici, a quanto vissuto a Firenze nell’autunno del 1966, quando l’Arno superò gli argini, e con tutta la sua furia devastatrice il fiume invase il centro cittadino, raggiungendo l’altezza di molti metri in certi quartieri, come quello di Santa Croce. Ancora oggi, una lapide ricorda la linea dell’acqua in via della Scala e in Piazza Santa Maria Novella, dove furono superati i due metri, deturpando alla base affreschi preziosi e marmi pregiati.

In via Benedetta Viale ha invece realizzato, come detto sopra, una monumentale installazione rovesciando quintali di pietrisco, ovvero detriti di marmo delle Alpi Apuane direttamente prelevati dai ravaneti, ovvero gli strapiombi dove vengono gettati gli scarti della estrazione in cava: pietrame e schegge inutilizzabili, materiale prodotto dalla frantumazione della pietra che, precipitando e scivolando a valle, si sbriciola e crea dellecascate di marmo, che viste dalla marina sembrano quasi ghiacciai. Tra la massa informe dei detriti, che sembra muoversi come un fiume e trascinare con sé tutto, emergono però dall’installazione di Viale statue mozze, pezzi frantumati di vasi in marmo, arti e teste di pietra lavorati dal tempo e dalla caduta. Le Tre Grazie sono state ridotte a brandelli, un personaggio pittoresco, un moro con turbante, appare riportato allo stadio grezzo di macigno, e ancora un aggraziato Apollo è senza braccia, gambe e testa, mentre un molosso è restituito alla natura come sasso di fiume. Il paesaggio può ricordarci l’inevitabile tragedia del divenire che tutto riduce in polvere.

L’opera di Viale vuole riallacciarsi al Rinascimento, quando l’esperienza della caducità e della fine, anche quella di imperi e gloriose dinastie, veniva rappresentata con immagini e simboli significativi, come colonne spezzate, edifici diruti, sculture rese informi dal lento e inesorabile lavorio del tempo. Il fascino di questi moniti figurativi, dai significati morali riposti, derivava dal contrasto tra la bellezza dei manufatti, la perfezione delle arti e il loro opposto aspetto in disfacimento.

Fabio Viale ha un rapporto molto speciale con le cave di marmo Carrara, dove dai tempi di Giulio Cesare si estrae il marmo più puro al mondo. Molte delle sue più note sculture sono state scolpite nel marmo statuario, considerato il più pregiato per la sua lucentezza e morbidezza. Viale ha afferrato segreti tecnici dai vecchi cavatori, su come maneggiare i macigni e come intuirne la forma migliore, e ha acuito la sensibilità per riconoscere qualità e pregi della pietra da scolpire. Per Viale, compito dell’arte e della poesia è far giungere a noi l’immagine imprevedibile, quella che risvegli in noi un’altra esperienza conoscitiva, verità sopite, rimosse o diverse, occultate dall’abitudine, dagli stereotipi, dai pregiudizi.

La mostra apre tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19, la domenica su appuntamento. Ingresso libero.

Acqua alta: Fabio Viale riflette sul dramma di Venezia e sullo scorrere del tempo con le sue opere in marmo
Acqua alta: Fabio Viale riflette sul dramma di Venezia e sullo scorrere del tempo con le sue opere in marmo


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