Un progetto artistico nato per una fabbrica diventa oggi il fulcro di una mostra che intreccia arte, storia sociale e diritti. Il Munchmuseet di Oslo ospita infatti dal 21 maggio all’11 ottobre 2026 l’esposizione Edvard Munch and the chocolate factory dedicata alle decorazioni realizzate da Edvard Munch (Løten, 1863 – Oslo, 1944) per la fabbrica di cioccolato Freia, offrendo per la prima volta al pubblico la possibilità di osservare da vicino queste opere monumentali insieme a schizzi preparatori e materiali d’archivio. Le grandi tele furono commissionate nel 1923 e rappresentano un caso pionieristico nella storia dell’arte: si tratta infatti delle prime opere decorative mai realizzate appositamente per una fabbrica e, in particolare, per una mensa aziendale femminile. Oggi, grazie al trasferimento temporaneo dalla sede storica della Freia al Munchmuseet, il ciclo pittorico è accessibile in un contesto espositivo che ne valorizza i dettagli e ne approfondisce il significato.
L’esposizione prende le mosse dal fregio realizzato da Munch per la fabbrica e si sviluppa come un’indagine sul suo interesse per l’arte negli spazi pubblici. Parallelamente, ricostruisce il contesto sociale in cui nacque il progetto. All’inizio degli anni Venti, la Freia era considerata una delle aziende più moderne e progressiste della Norvegia, attenta al benessere dei dipendenti. Due terzi della forza lavoro era composta da donne, e proprio a loro era destinata la mensa decorata dall’artista. La mostra mette in luce il ruolo delle lavoratrici e il loro percorso di emancipazione, sottolineando il legame tra produzione industriale e diritti sociali.
Il progetto decorativo nacque su iniziativa di Johan Throne Holst, figura centrale nello sviluppo dell’azienda, che volle introdurre l’arte all’interno della fabbrica per migliorare la qualità della vita dei dipendenti. Fu Georg Dedichen, responsabile del laboratorio della Freia e amico d’infanzia di Munch, ad avviare nel 1921 le trattative con l’artista. Nello stesso anno Munch presentò una proposta che prevedeva dodici dipinti per la mensa delle donne e sei per quella degli uomini. Venne scelta solo la prima serie, completata in tempo per il venticinquesimo anniversario dell’azienda nel 1923.
Nonostante l’entusiasmo della direzione, l’accoglienza da parte dei lavoratori fu inizialmente contrastata. Alcuni elementi stilistici tipici dell’espressionismo di Munch, come le figure prive di tratti definiti o le architetture stilizzate, suscitarono perplessità tra gli operai, che arrivarono a chiedere modifiche alle immagini. Per mantenere un clima sereno all’interno della fabbrica, Munch accettò di intervenire nuovamente sulle opere, aggiungendo dettagli come porte e comignoli. Tuttavia, un episodio rimasto nella memoria racconta di una sua reazione improvvisa: contrariato per un disguido organizzativo, l’artista abbandonò il lavoro prima di completare tutte le modifiche, lasciando alcune parti volutamente incompiute.
Se il giudizio dei lavoratori fu inizialmente incerto, la critica dell’epoca accolse invece con entusiasmo le decorazioni. I giornali sottolinearono l’eccezionalità dell’intervento, definendo la mensa della fabbrica uno spazio unico nel panorama industriale mondiale. Nel tempo, il valore storico e artistico del ciclo è stato ulteriormente riconosciuto: nel 2015 la sala della Freia è stata dichiarata bene tutelato dalle autorità norvegesi, con un esplicito riferimento all’importanza delle opere di Munch.
La mostra al Munchmuseet approfondisce anche il processo creativo dell’artista attraverso l’esposizione di schizzi preparatori e opere correlate provenienti dalla collezione del museo. Questi materiali evidenziano il suo interesse per temi ricorrenti come il lavoro, l’infanzia e la figura femminile. Un’ampia selezione di documenti e materiali d’archivio consente inoltre di ricostruire le condizioni di vita e di lavoro nella fabbrica, offrendo uno spaccato della società norvegese in un periodo di trasformazione.
Il fregio realizzato per la Freia si inserisce nella più ampia ricerca di Munch sulle serie pittoriche. L’artista era particolarmente affascinato dalla possibilità di creare cicli di immagini interconnesse, in cui il dialogo tra le singole opere generasse un significato complessivo. In Norvegia, oltre al ciclo Freia, solo le decorazioni dell’Aula dell’Università rappresentano un esempio di questo tipo di intervento.
Dal punto di vista iconografico, le opere riprendono motivi già presenti in altri cicli realizzati in Germania, come il Linde-frieze e il Max Reinhardt-frieze, oltre a elementi del celebre Fregio della vita. I dipinti trasmettono un senso di armonia, tranquillità e vitalità, con scene ambientate in un paesaggio estivo che richiama la località di Åsgårdsstrand, dove Munch possedeva una casa. I soggetti raffigurano momenti di lavoro e di svago, con figure di diverse età immerse in un contesto naturale.
Nel 1934, con la costruzione della Freiasalen, una grande sala da pranzo capace di ospitare fino a 700 persone, le opere trovarono una nuova collocazione che ne valorizzava pienamente la dimensione monumentale. Progettata dall’architetto Ole Sverre, la sala divenne rapidamente un punto di riferimento culturale. L’ambiente, caratterizzato da soluzioni architettoniche moderne e da un’attenta integrazione con le opere di Munch, ospitava eventi, conferenze e concerti, attirando migliaia di visitatori già nelle prime settimane dall’inaugurazione.
Lo stesso Munch espresse soddisfazione per la nuova sistemazione delle sue opere, riconoscendo come lo spazio contribuisse a valorizzarne l’impatto visivo e simbolico. In alcune sue riflessioni, definì il ciclo Freia come una trasposizione del Fregio della vita in un contesto diverso, legato al mondo del lavoro e alla vita quotidiana di una comunità.
L’esposizione attuale rappresenta quindi un’occasione per rileggere questo progetto alla luce delle trasformazioni sociali e culturali del Novecento. Attraverso il dialogo tra arte e contesto industriale, la mostra mette in evidenza come l’opera di Munch possa essere interpretata non solo come espressione individuale, ma anche come strumento di riflessione collettiva sui temi del lavoro, dell’identità e dei diritti.
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