Adele Bloch-Bauer, la donna in oro di Gustav Klimt


È una delle opere simbolo del periodo aureo di Gustav Klimt (Baumgarten, 1862 - Vienna, 1918): il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I è un capolavoro sospeso tra sensualità e spiritualità in cui l’arte del passato, quella dei mosaici bizantini, viene riletta per esprimere il fascino della donna d’inizio Novecento. L’articolo di Ilaria Baratta.

Una profusione d’oro invade il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I di Gustav Klimt, travolgendo l’intera composizione come un fiume prezioso e sommergendo l’osservatore in una visione abbacinante. L’oro è protagonista assoluto dell’intera opera, è una presenza pervasiva che avvolge ogni centimetro della tela e che si fonde con la figura ritratta. Un’esplosione luminosa che annulla la tridimensionalità e annulla i confini tra corpo e spazio. Oro ovunque: brilla nello sfondo, scorre nelle pieghe dell’abito, dove si intrecciano simboli e forme geometriche, si insinua nei dettagli più minuti con una raffinatezza che ricorda i mosaici bizantini.

In questo ritratto Klimt non utilizza l’oro solo per decorare: è un elemento che trasforma la pittura in un’esperienza visiva, poiché la luce dell’oro emana direttamente dalla stessa superficie del dipinto, e in questo sfarzo dorato Adele, la donna ritratta, risulta sospesa tra sensualità e spiritualità, tra arte decorativa e pittura colta. Il suo sguardo, enigmatico e intenso, emerge da questo fiume dorato, quasi come un’apparizione.

Il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I è un capolavoro che incanta e ipnotizza attraverso lo sguardo della donna che il pittore eleva a una delle sue figure più magnetiche della sua produzione, ma allo stesso tempo è simbolo di un’epoca al culmine della sua raffinatezza. Klimt infatti utilizza l’oro citando l’arte del passato ma tendendo in realtà verso la modernità, dove ha modo di esprimere pienamente la sensualità femminile e la sperimentazione tecnica e formale di quello che è conosciuto come il suo periodo aureo, definito così per l’intenso utilizzo dell’oro e che include capolavori come Giuditta I, Il Bacio, L’Albero della vita, e Giuditta II, opera quest’ultima che segna la fine di quel particolare periodo.

Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1903-1907; olio, oro e argento su tela, 140 x 140 cm; New York, Neue Galerie)
Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1903-1907; olio, oro e argento su tela, 140 x 140 cm; New York, Neue Galerie)

Nota come la Donna in oro, il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I è considerata proprio l’opera simbolo del periodo dorato che si estende all’incirca dal 1903 al 1909. Klimt la terminò nel 1907 ma iniziò a lavorarci nel 1903, anno in cui l’artista ebbe occasione di soggiornare a Ravenna e di visitare quindi i più celebri monumenti della città, rimanendo straordinariamente affascinato dai mosaici bizantini che vi scoprì al loro interno, in particolare nella Basilica di San Vitale. Nei suoi resoconti di viaggio, Klimt racconta infatti di aver visto “mosaici di inaudito splendore” a Ravenna. E anche Maximilian Lenz, che lo accompagnò nel suo viaggio italiano, scrisse che il soggiorno ravennate fu per Klimt un momento decisivo: “i mosaici rutilanti d’oro delle chiese ravennati suscitano in lui un’impressione incredibile e decisiva. Klimt era davvero scosso. Non lo esternava, ma lo si vedeva chiaramente”. Rimase così colpito nella vista e nell’anima da quel trionfo color oro che lasciava nei mosaici la meravigliosa testimonianza dell’arte bizantina e dalla tecnica stessa del mosaico, che quell’esperienza segnò per un po’ di anni, fino al 1909, tutta la sua produzione: nacque infatti da quel soggiorno il suo periodo aureo e il fascino per ciò che lo aveva così colpito lo traspose in alcuni dei suoi capolavori più celebri, con l’utilizzo di una grande quantità di oro e di motivi ornamentali che richiamavano nei colori e nelle geometrie i tasselli da mosaico. Nel Ritratto di Adele Bloch-Bauer I si possono ben notare nell’abito caratterizzato da piccoli triangoli e da un particolare motivo che ricorda occhi a mandorla e nello sfondo decorato, un universo ornamentale a sé stante, costituito da linee sinuose, spirali, quadrati, ovali, semicerchi suddivisi per aree quasi fossero gioielli, pietre e tessiture preziose, in cui i confini tra quest’ultimo e l’abito si confondono. Si riconoscono inoltre le iniziali della donna, “AB”, che compaiono ripetutamente, come segni di identità e presenza. Non è chiaro se Adele sia raffigurata in piedi, come se il corpo stesso sia immerso nel fiume ornamentale che lo circonda, o se sia seduta su una poltrona. Le uniche parti a non essere inglobate e quindi distinguibili sono il volto, i capelli, la scollatura e le mani. Lo sguardo ipnotico, le guance leggermente arrossate. la bocca socchiusa con labbra di un rosso intenso trasmettono una voluta sensualità, che contrasta con una posizione del corpo quasi monumentale e ieratica. Le mani, elegantemente giunte ma in modo innaturale, attirano l’attenzione: dietro questa posa si nasconde una scelta personale della modella, che desiderava celare un dito deformato, segno di una vulnerabilità che rompe la perfezione apparente dell’insieme.

Al collo, un raffinato girocollo di diamanti, un dono di nozze del marito, aggiunge ulteriore luce alla figura, mentre una serie di bracciali dorati le ornano il polso sinistro. Un dettaglio compare poi nell’area in basso a sinistra del dipinto: una decorazione in bianco e nero che richiama esplicitamente gli elementi decorativi dei mobili nello stile della Wiener Werkstätte, le Officine Viennesi fondate nel 1903 dall’architetto Josef Hoffmann, dal banchiere Fritz Wärndorfer e dal pittore Koloman Moser su modello del movimento inglese e scozzese Arts and Crafts, con le quali Klimt collaborava. Questo legame tra pittura e design è tipico della cultura visiva della Vienna fin de siècle, in cui arte e artigianato si fondono in una visione estetica totale, la Gesamtkunstwerk, ovvero nell’introduzione nella vita quotidiana di oggetti di elevato valore estetico e artistico come mobili, porcellane, vetri e gioielli.

Gustav Klimt, Il Bacio (1908-1909; olio su tela, 180 x 180 cm; Vienna, Galerie Belvedere)
Gustav Klimt, Il Bacio (1908-1909; olio su tela, 180 x 180 cm; Vienna, Galerie Belvedere)
Gustav Klimt, Giuditta I (1901; olio e oro su tela, 84 x 42 cm; Vienna, Galerie Belvedere)
Gustav Klimt, Giuditta I (1901; olio e oro su tela, 84 x 42 cm; Vienna, Galerie Belvedere)

Figlia dell’imprenditore Maurice Bauer, Adele apparteneva a una benestante famiglia austriaca di origini ebree. Fin dalla giovinezza visse in un ambiente colto e borghese, tipico della Vienna di fine Ottocento. All’età di soli diciotto anni sposò Ferdinand Bloch, un ricco industriale, figlio di un barone che possedeva una fiorente raffineria di zucchero. La coppia condivideva una forte passione per l’arte e la cultura, che la portò a diventare tra i più influenti mecenati della Vienna dell’epoca e a riunire nel loro appartamento privato una delle collezioni artistiche più significative della città. Questa raccolta comprendeva una notevole selezione di dipinti di artisti appartenenti al periodo Biedermeier viennese, un’importante serie di sculture, pezzi decorativi e pregiate porcellane realizzate dalla celebre Manifattura imperiale di Vienna, nonché numerosi dipinti di Klimt, tra cui diversi paesaggi e i due ritratti di Adele, che erano stati commissionati all’artista dallo stesso Ferdinand. Fu infatti il marito a incaricare nel 1903 Gustav Klimt, considerato all’epoca uno dei pittori più innovativi del panorama austriaco, di realizzare un bel ritratto di Adele, con l’intento di fare un dono speciale ai genitori di lei in occasione dell’anniversario di matrimonio di questi ultimi. Tuttavia Klimt impiegò ben più tempo del previsto per portare a compimento l’opera. Il ritratto richiese oltre tre anni di lavoro e fu terminato solamente nel 1907. Qualche anno dopo, nel 1912, il pittore realizzò un secondo ritratto della stessa donna, rendendola così l’unica persona ad essere stata ritratta da Klimt due volte a figura intera. Ma si tenga inoltre conto che Adele Bloch-Bauer compare anche in un altro famoso dipinto dell’artista: è lei infatti la modella per la celebre Giuditta I realizzata nel 1901 e oggi custodita all’Österreichische Galerie di Vienna. Un capolavoro del suo periodo aureo che raffigura la famosa eroina della Bibbia con in mano la testa del generale assiro Oloferne: un’opera molto intensa e con una grande carica di sensualità in cui la donna diviene simbolo di un erotismo pericoloso, testimoniato dallo sguardo e dal gesto della mano di Giuditta che sembra evidenziare, accarezzando ironicamente e beffardamente i capelli della testa mozzata del generale, ciò che è in grado di compiere da sola.

Dal 2006 il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I è conservato alla Neue Galerie di New York, ma la sua storia è stata molto travagliata, tanto da diventare nel 2015 un film: Woman in Gold diretto da Simon Curtis, con un cast che vede tra gli attori Helen Mirren, Ryan Reynolds, Daniel Brühl, Katie Holmes.

Nel 1938, con l’Anschluss e l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, la famiglia Bloch-Bauer, di origini ebree, fu vittima delle pesanti politiche discriminatorie e delle confische sistematiche operate dal regime. Tra i beni che i nazisti sequestrarono alla famiglia vi erano cinque dipinti di Klimt. Ferdinand Bloch-Bauer, consapevole del pericolo imminente, fu costretto a fuggire dall’Austria, trovando rifugio in Svizzera. Negli anni successivi, nonostante i numerosi e infruttuosi tentativi di recuperare i beni confiscati, Ferdinand non riuscì a ottenere giustizia. Prima della sua morte, decise allora di redigere un testamento definitivo, nel quale espresse con chiarezza la volontà di lasciare tutto il suo patrimonio, comprese le cinque tele di Klimt, ai suoi familiari più stretti: tre nipoti, tra cui Maria Altmann, che sarebbe diventata protagonista di una delle più celebri battaglie legali per la restituzione di opere d’arte trafugate durante il periodo nazista.

Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer II (1912; olio su tela, 190 x 120 cm; Collezione Privata)
Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer II (1912; olio su tela, 190 x 120 cm; Collezione Privata)

Anche Maria fu costretta a fuggire dall’Austria nel 1938, insieme al marito, per sottrarsi alle persecuzioni antisemite. I due riuscirono a emigrare negli Stati Uniti e si stabilirono in California, dove Maria visse per oltre sessant’anni. Durante quel lungo periodo, la possibilità di recuperare l’eredità di famiglia sembrava remota. Tuttavia, nel 1998, emersero documenti d’archivio che dimostravano con chiarezza che Ferdinand Bloch-Bauer non aveva mai avuto intenzione di lasciare in deposito i cinque dipinti di Klimt al museo Belvedere di Vienna, dove si trovavano allora esposti. Forte di queste prove, Maria Altmann decise di intraprendere un’azione legale chiedendo la restituzione delle opere in base alla legge sulla Restituzione delle Opere d’Arte. Le autorità austriache respinsero la sua richiesta. Maria avviò a quel punto una causa legale negli Stati Uniti, nello stato della California. La vicenda giuridica si protrasse per diversi anni e attirò l’attenzione internazionale, fino a giungere alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Si arrivò a un accordo tra il governo austriaco e Maria Altmann, che prevedeva un arbitrato vincolante. Maria fu assistita e rappresentata legalmente dall’avvocato americano Randol Schoenberg. Nel 2005 fu stabilito che i cinque dipinti di Klimt erano stati sottratti illegalmente e dovevano essere restituiti ai legittimi eredi, tra cui anche il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I. Poco tempo dopo, nel 2006, questo capolavoro venne acquistato da Ronald S. Lauder, collezionista d’arte, imprenditore e co-fondatore della Neue Galerie di New York, per la cifra record di 135 milioni di dollari, che all’epoca rappresentava il prezzo più alto mai pagato per un dipinto. Da allora, il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I è diventato il fulcro della collezione della Neue Galerie, simbolo della memoria e della giustizia ritrovata.

Oltre a essere una delle opere simbolo del periodo aureo di Klimt, il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I è anche un’espressione potente dello spirito della Secessione Viennese, di cui l’artista fu proprio tra i fondatori. L’uso dell’oro, che domina questo dipinto come altri suoi capolavori del periodo, richiama immediatamente la celebre cupola dorata del Palazzo della Secessione a Vienna, simbolo architettonico del movimento fondato nel 1897 al cui interno vi è custodito il famoso Fregio di Beethoven realizzato da Gustav Klimt in omaggio al compositore per la XIV Esposizione dell’Associazione degli Artisti Visivi della Secessione Austriaca del 1902. Quella cupola quasi sferica, costituita da un intreccio di 2500 foglie di alloro dorate e 311 bacche, incarna lo stesso desiderio di rinnovamento, raffinatezza estetica e rottura con l’accademismo che si ritrova nel Ritratto. Entrambi condividono infatti un’estetica che unisce il decorativismo alla profondità simbolica: l’oro non è solo ornamento, ma diventa espressione di un vero linguaggio culturale che unisce tradizione e modernità, è un materiale prezioso che però diviene simbolo di rottura con l’accademismo. In questo senso, il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I può essere letto come espressione dei valori della Secessione: “A ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà”, come recita il motto del movimento, scritto sul Palazzo, in alto, sotto la cupola, su una sorta di trabeazione.

Oro. Oro sulle tele, nei fondi decorativi, negli abiti delle figure ritratte, nelle architetture. È più di un colore o di un materiale: è il tratto distintivo che rende immediatamente riconoscibile l’arte di Gustav Klimt. È questo splendore dorato, così inconfondibile, a rendere la sua arte un linguaggio visivo unico, capace di unire forma e significato in un equilibrio perfetto e inimitabile.



Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.




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