Frutto simbolo dell’estate, il cocomero (o anguria) è da sempre associato all’idea di freschezza e ristoro nei mesi più caldi dell’anno. La sua presenza sulle tavole, però, racconta una storia più antica, legata ai luoghi e alle culture che ne hanno accompagnato la diffusione. Con il tempo, la sua presenza ha trovato spazio anche nelle arti visive, dove il frutto è stato rappresentato come simbolo di piacere sensoriale e di rapporto con il mondo naturale. Il suo ingresso nel repertorio delle nature morte è il risultato di una lunga storia di coltivazione e rappresentazione, che ha portato il frutto a diventare parte dell’immaginario agricolo e alimentare di diverse civiltà.
Le testimonianze più antiche della sua coltivazione conducono all’Egitto faraonico, dove il frutto era già conosciuto migliaia di anni fa e, secondo la tradizione, veniva deposto anche nelle tombe come alimento destinato al viaggio nell’aldilà. Nel corso dei secoli la sua diffusione interessò diverse aree del Mediterraneo e dell’Asia: intorno al X secolo la coltivazione del cocomero era ormai consolidata in Cina, paese in cui il frutto avrebbe assunto nel tempo una particolare rilevanza culturale, testimoniata anche dalla nascita del China Watermelon Museum di Pechino, un museo interamente dedicato alla cultura di questo frutto. Nella penisola italiana invece, il cocomero arrivò probabilmente nel XII secolo attraverso gli Arabi, entrando progressivamente nelle pratiche agricole e alimentari locali.
La sua presenza è documentata anche nell’immaginario medievale: una delle testimonianze compare nel Tacuinum Sanitatis, il manoscritto illustrato dedicato ai rapporti tra alimentazione, salute e natura. Nella miniatura Landmann bei der Melonenernte (Contadino durante la raccolta dei meloni), realizzata intorno al 1390 e conservata nel Codex Vindobonensis Series nova 2644 della Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, il cocomero compare tra i prodotti della terra associati alla cura del corpo e ai cicli stagionali, mostrando come il frutto fosse ormai entrato nella cultura agricola europea.
È proprio questa lunga relazione tra uomo e natura a trovare una nuova interpretazione nella pittura del Seicento. Nelle nature morte toscane il cocomero supera infatti la dimensione del classico alimento e diventa un soggetto attraverso cui gli artisti possono indagare la varietà del mondo vegetale, la ricchezza della produzione agricola e la capacità della pittura di restituire la realtà con precisione e meraviglia. La rappresentazione diventa quindi un’occasione per osservare e descrivere ancora meglio il mondo naturale attraverso la pittura. In questo contesto il cocomero entra nel repertorio degli artisti e attira la loro attenzione per le sue caratteristiche formali e cromatiche: la forma volumetrica, il contrasto tra la buccia verde e la polpa rossa, la possibilità di mostrare, attraverso il taglio, la consistenza della materia naturale.
In ogni caso, la sua presenza nelle composizioni non è solo una scelta estetica. Il cocomero appartiene infatti alla cultura alimentare dell’epoca e diventa un elemento attraverso cui rappresentare la varietà dei prodotti della terra. Una delle prime testimonianze conservate in Toscana si colloca ancora alla fine del Cinquecento. La Natura morta con frutta, nota anche come L’Estate, opera attribuita a un artista che lavorava alla maniera di Giuseppe Arcimboldo, parte di un ciclo dedicato alle stagioni e oggi conservata alla Galleria Corsi all’interno di Palazzo Bardini a Firenze, mostra un insieme composto da melone, cocomero, prugne e grano. L’opera, databile tra il 1575 e il 1599, dimostra la fortuna delle invenzioni di Arcimboldo, noto per le sue composizioni costruite attraverso elementi naturali mutati in immagini sorprendenti. Pur non appartenendo ancora alla piena stagione della natura morta seicentesca, il dipinto mostra l’interesse crescente verso la rappresentazione autonoma di frutti e ortaggi, destinato a svilupparsi nei decenni successivi. Il cocomero compare qui come parte di un repertorio naturale nel quale tutti gli elementi contribuiscono alla costruzione dell’immagine. La sua presenza anticipa una nuova attenzione verso la descrizione della realtà e verso la possibilità di plasmare gli alimenti quotidiani in soggetti pittorici.
Nel corso del XVII secolo la natura morta acquisisce una propria autonomia come genere pittorico e il cocomero entra stabilmente nel repertorio degli artisti. Frutti e ortaggi vengono rappresentati con crescente attenzione alla forma, alla consistenza e ai dettagli botanici, in composizioni dove l’osservazione della realtà si unisce alla ricerca dell’armonia ottica. Un esempio è la Natura morta con frutta attribuita a Michelangelo Pace detto Michelangelo del Campidoglio (Roma, 1610 – 1670), databile tra il 1675 circa e il 1699 circa e conservata alla Pinacoteca Comunale Foresiana di Portoferraio.
La tela presenta una composizione ricca di elementi: due grappoli d’uva bianca e nera con pampini, ciliegie, un melograno, un melone, lamponi, una pera, una pesca e una parte di cocomero disposti su un ripiano in legno. A destra, su un livello rialzato, compaiono tre fichi. Il cocomero partecipa all’equilibrio cromatico dell’opera insieme agli altri frutti, contribuendo alla varietà di forme e colori della composizione. Il dipinto, inizialmente attribuito a Bartolomeo Bimbi, è stato successivamente ricondotto dalla critica a Michelangelo Pace per le differenze rispetto alla precisione quasi scientifica delle nature morte del pittore fiorentino.
Una nuova interpretazione della natura morta emerge nelle opere di Simone del Tintore (Lucca, 1630 - 1712), uno dei principali protagonisti della pittura di genere a Lucca nel Seicento e allievo di Pietro Paolini. Tra il 1675 e il 1699 circa realizza due tele oggi conservate al Museo Nazionale di Palazzo Mansi di Lucca: la Natura morta con figura femminile e la Natura morta con figura maschile.
Nella prima opera una donna vestita di rosso è affiancata da un recipiente in rame e da una composizione di frutti e vegetali. Accanto ad albicocche, melagrane, funghi e una zucca allungata compare anche un cocomero, inserito in un repertorio della natura. Qui il frutto partecipa alla costruzione di una scena legata alla quotidianità. Simone del Tintore utilizza infatti gli alimenti e gli oggetti come strumenti per raccontare un ambiente domestico e il rapporto tra l’uomo e ciò che produce e consuma. La tela trova un confronto diretto con la Natura morta con figura maschile, dove compare un uomo insieme a un tavolo, una sedia, una cesta, una sporta e alcuni colombi. Anche in questo caso gli elementi naturali e gli oggetti della vita comune assumono un ruolo centrale. Le due opere appartengono alla fase matura dell’artista, caratterizzata da composizioni più complesse rispetto alla semplice disposizione di frutti e oggetti. La presenza delle figure muta infatti la natura morta in una scena di genere, mentre le parti vegetali rimangono il risultato più riconoscibile della pittura di Simone del Tintore.
La rappresentazione del cocomero trova una delle sue espressioni più conosciute nella produzione di Bartolomeo Bimbi (Firenze, 1648 – 1729), artista noto per la precisione con cui rappresentava frutti, fiori e animali. La sua pittura si distingue per l’attenzione quasi scientifica alla registrazione delle varietà naturali. Le sue nature morte sono composizioni che conservano la memoria di specie botaniche e prodotti agricoli. La sua attenzione per la registrazione delle varietà naturali emerge anche in un episodio legato a un enorme cocomero fatto pervenire al pittore dal granduca Cosimo III de’ Medici. Secondo il racconto di Francesco Saverio Baldinucci (narrato da Andrea Fusani nell’articolo per Finestre sull’Arte, Bartolomeo Bimbi, il pittore che trasformò frutta e ortaggi in meraviglia), il frutto pesava 105 libbre, circa 36 chilogrammi, e fu mandato a Bimbi con l’ordine di essere rappresentato interamente e poi restituito alla corte.
Il pittore realizzò rapidamente l’opera e ricevette insieme al compenso anche una grande fetta dello stesso cocomero, conservata appositamente per essere aggiunta al dipinto. Il granduca dispose inoltre che quella porzione fosse consumata dall’artista con la sua famiglia e i suoi amici. L’episodio è legato alla tela nota come il Cocomero di Amerigo Baldi (dal nome del proprietario del podere in cui venne raccolto il prodigioso frutto) realizzata nel 1704 e oggi conservata al Museo di Storia Naturale di Firenze, nella Sezione Botanica.
La fortuna del cocomero come soggetto della natura morta prosegue anche oltre la stagione seicentesca, all’interno di una tradizione ormai consolidata nella pittura italiana. Nel primo Settecento il frutto continua infatti a comparire nelle composizioni di artisti interessati alla rappresentazione degli alimenti e degli oggetti della vita quotidiana, mantenendo quel rapporto tra osservazione della realtà e ricerca pittorica che aveva caratterizzato il secolo precedente. Un esempio è la Natura morta con cocomero attribuita a Cristoforo Munari (Reggio Emilia, 1667 - Pisa, 1720), databile tra il 1700 e il 1749 e parte della collezione di Palazzo Blu a Pisa. La tela si inserisce nel repertorio tipico della natura morta italiana, dove frutti e oggetti vengono organizzati all’interno dello spazio pittorico attraverso un attento equilibrio di forme, colori e superfici.
Il dipinto, passato sul mercato antiquario romano con un’attribuzione inizialmente dubitativa a Munari, è stato successivamente ricondotto al catalogo dell’artista da Luigi Salerno, che ha riconosciuto nella composizione alcuni elementi presenti in numerose altre opere del pittore, considerandoli parte del suo repertorio abituale. Un’interpretazione non condivisa dalla studiosa Baldassari, secondo la quale sia gli elementi compositivi sia la materia pittorica non presenterebbero confronti sufficientemente convincenti con la produzione certa di Munari. Alla stessa tradizione appartiene anche una Natura morta con frutta di ambito toscano, conservata a Lucca e databile al XVIII secolo. La tela riunisce anguria, uva, fichi e pesche e propone una composizione costruita intorno alla varietà stagionale dei prodotti agricoli.
La presenza del cocomero nelle nature morte toscane del Seicento restituisce dunque un aspetto singolare della pittura di genere: la capacità di trasformare gli elementi della quotidianità in strumenti di conoscenza. Attraverso la rappresentazione dei frutti, gli artisti costruiscono infatti immagini nelle quali confluiscono attenzione verso la botanica e cultura alimentare. In questo caso, il cocomero accompagna l’evoluzione della natura morta toscana e diventa un elemento che riesce a fondere la precisione della descrizione alla ricerca di equilibrio formale. La sua presenza nelle tele del Seicento racconta così il modo in cui gli artisti hanno guardato al mondo naturale, con lo scopo di mutarlo in immagine.
L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia
Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.La tua lettura settimanale su tutto il mondo dell'arte
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