Furto di Antonello da Messina: i ladri sono più professionisti dei professionisti?


A proposito del furto delle tavole di Antonello da Messina si parla già di un “furto studiato da professionisti”: ma allora vuol dire che i ladri sono più professionisti di chi dovrebbe proteggere le opere? Cosa occorre chiedersi in queste circostanze? L’editoriale di Federico Giannini.

Vengo sollecitato a scrivere un commento sul furto delle tavole di Antonello da Messina, eppure qualunque strada s’imbocchi non può che portare a una qualche uscita retorica, specialmente adesso che tutti han già indossato le gramaglie di circostanza e arrivo a espormi per ultimo. S’aggiunga a ciò il fatto che ci son persone ben più equipaggiate del sottoscritto di tutto quell’attrezzario di frasi fatte e di commenti di prammatica ch’è già stato messo a lustro per l’occasione, e soprattutto ben più convincenti, e si comprende ch’è impossibile aggiungere qualche cosa di sensato quando ci han già pensato gli altri a parlare di danno incalcolabile, a dire che non ci sono parole per descrivere la perdita, a rimarcare ch’è stata rubata l’anima della città, a ricordarci che questo furto è una ferita insanabile non solo per Messina ma per l’Italia e per il mondo, a sperare che venga fatta piena luce sull’accaduto e che i responsabili vengano presto assicurati alla giustizia. Ecco, con commenti così densi e significativi diventa impossibile trovare altro di originale da dire, anche perché non son passate neanche tre o quattro ore dacché è stata diffusa la notizia, ch’è già stato coperto tutto lo spettro delle possibili prese di posizione: c’è dunque chi chiede allo Stato d’investire di più in sicurezza per i nostri musei (anche se il museo è regionale, ma è giusto che ogni tanto si rinfreschi la memoria anche ad altri), chi si sorprende del fatto che il furto al Museo Regionale di Messina si sia consumato soltanto adesso, chi chiede dimissioni a caso (di tutti: dall’usciere del museo fino, probabilmente, al presidente della repubblica), chi lega il furto all’interesse suscitato dal recente acquisto dell’Ecce Homo di Antonello da parte del Ministero (toccherà allora indagare per concorso in furto aggravato pure il ministro Giuli, reo d’aver rivelato il valore delle opere di Antonello a una banda di ladri e a eventuali mandanti che occorrerà immaginare totalmente digiuni d’arte fino all’altro ieri), chi confida nel lavoro delle autorità e nel pronto recupero del maltolto, chi rammenta (un poco populisticamente, certo, ma vogliamo arrischiarci a dargli torto?) l’immobile, ottusa inadeguatezza d’una classe politica che neppure s’è espressa sul furto (i nostri leader vanno però capiti: primo, è Ferragosto, e secondo son tutti impegnati in cose più importanti, chi a denunciare i video fake dell’avversario, chi a rispondere ai suddetti tacciandoli d’invidia, chi ad augurare buone ferie ai seguaci, chi a sostenere il progetto d’assegnare il Nobel per la pace ai bimbi di Gaza, pertanto è comprensibile che nessuno sia ancora riuscito a trovare il tempo di commentare il furto di Messina).

Insomma, è già stato detto tutto quel che c’era da dire, e qualche spericolato commentatore s’è già spinto a suggerire possibili soluzioni, anche quando il problema non è ancora del tutto chiaro. Tornano utili a questo punto le dichiarazioni dell’assessore alla cultura del Comune di Messina, che parla di un “furto studiato da professionisti”: la circostanza dovrebbe indurci a ritenere che, se il furto è riuscito, allora i ladri sono più professionisti di chi avrebbe dovuto proteggere le opere di Antonello? O quanto meno che i sistemi antivirus del museo sono meno aggiornati del virus, si potrebbe dire. La Regione Siciliana consideri dunque la possibilità d’un affidamento diretto dei sistemi di sicurezza dei suoi musei a qualche professionista del furto con scasso, che verrà arruolato nei ranghi dei funzionari regionali esattamente come fanno certe aziende di cybersecurity (s’apra Wikipedia alla voce “Kevin David Mitnick” detto “Condor” e si scoprirà l’illuminante storia d’un informatico californiano che da giovane, invece di andare a fare surf e a importunare le bagnanti come tutti i suoi coetanei degli anni Ottanta, si divertiva a bucare i sistemi informatici del governo statunitense, pertanto venne arrestato, trascorse qualche anno al gabbio, dopodiché fondò una società di sicurezza informatica e prestò le sue consulenze a chi aveva necessità di proteggersi dai suoi ex colleghi). In alternativa, si potrebbe cavar fuori dalla polvere la soluzione che Umberto Eco aveva proposto all’indomani del furto di Piero della Francesca e Raffaello dalla Galleria Nazionale di Urbino, era il 1975: suggeriva di mettere i capolavori nei bunker e sostituirli con riproduzioni fotografiche. E visto che negli ultimi giorni s’è parlato tanto della Fondazione Magnani Rocca, andrà ricordato di come Luigi Magnani lo avesse preso in parola, quando, qualche anno dopo, per una mostra dei suoi lavori a Reggio Emilia, pensò bene di mandare una fotografia, peraltro di scarsa qualità, della Madonna del patrocinio di Dürer, uno dei pezzi più importanti della sua collezione (si diceva avesse ricevuto minacce di furto del capolavoro), e ciò nonostante la mostra, ricordano le cronache, fu visitata da quasi trentamila persone. All’epoca la marachella, ovviamente ideata in totale buona fede, venne scoperta (a niente valse l’espediente d’appendere l’opera bene in alto acciocché fosse più difficile scovare le differenze), ma adesso, con le tecniche di riproduzione che ci sono oggi, nessuno noterebbe la differenza. Ché poi, è quel che han fatto di recente a Castelnuovo Magra quando l’amministrazione comunale e i carabinieri, venuti a sapere della possibilità d’un furto, s’eran premuniti di sostituire il Brueghel della chiesa del borgo con una riproduzione, e alla fine i ladri si son portati via una foto.

La tavola bifronte di Antonello da Messina rubata. Foto: Museo Regionale Accascina di Messina
La tavola bifronte di Antonello da Messina rubata. Foto: Museo Regionale Accascina di Messina

Certo, rimane il presupposto fondamentale che chi s’occupi di sicurezza debba esser più professionista del ladro, e vero è che forse i musei dovrebbero spendere di più e meglio per proteggersi (e probabilmente non servirebbero nemmeno particolari dissanguamenti: tuttavia, se ormai è costume che a ogni avvicendamento di direttore la priorità percepita d’ogni museo sia il cambio degli arredamenti, non si potrà mai addivenire a qualcosa d’utile), ma forse non è neppure questo l’elemento centrale della faccenda, e a tale proposito si potrebbe dire che i ladri siano estremamente democratici, perché negli ultimi anni hanno rubato a tutti: ai musei statali (Pinacoteca Nazionale di Bologna nel 2018, Pompei nel 2017), ai musei comunali (tutti ricordiamo il furto del Museo di Castelvecchio a Verona ch’è stato forse il più grave fino a quello di oggi), ai privati (la Fondazione Magnani Rocca, il Vittoriale), ai musei diocesani (Nocera Inferiore, Pinerolo), alle chiese (il Guercino di Modena). Non sembra essere allora un problema d’efficienza della singola amministrazione, per quanto sia forse auspicabile che, in un futuro più o meno prossimo, per tornare al caso del giorno, la Sicilia dismetta finalmente questa sua anacronistica autonomia, almeno in materia di tutela dei beni culturali, e s’unisca al resto del paese cui è conferita, per mandato costituzionale, anche la custodia di quel che si trova sull’isola, e che dunque necessita quanto meno di un adeguamento agli standard del resto d’Italia. Non diciamo, per esempio, della fatica di trovare in rete una foto decente delle opere trafugate: quelle pubblicate sul sito del museo sembrano residuati dell’epoca in cui dovevi scegliere se andare su internet o tener libero il telefono (chiunque, pertanto, converrà sul fatto che non è possibile proteggere un’opera se manco ci si cura di farla vedere per bene a chi incappa nel sito web del museo). E, soprattutto, non diciamo del fatto che la Sicilia sia a oggi, come abbiamo denunciato largamente su queste pagine con gli articoli di Silvia Mazza, l’unica regione italiana priva di Carta del Rischio, quello strumento che dovrebbe individuare le priorità operative sui beni considerati minacciati. Normale amministrazione, ovvio, se la regione continua ad andar da sé: non che sia questa la causa del problema, ci mancherebbe, ma se l’Italia contasse su di un unico sistema di tutela ci sarebbero forse meno carenze amministrative? Nell’attesa di scoprirlo, possiamo almeno star certi che non si tratti d’un problema di singole responsabilità. Il direttore, il custode, l’assessore, l’allarme, la festa di paese che ha distratto tutti: a concentrarsi sugli errori si giungerà sicuramente a un finale gattopardesco. È il problema di domandarsi quale sistema renda possibile la sottrazione d’un capolavoro. Quanto s’allarga dunque il rischio se il sistema spende male, se non ha infrastrutture decenti, se non s’adegua agli standard? Ecco, forse ci piacerebbe ragionar più di questo che di danni incalcolabili e di ferite insanabili.

Resta tuttavia il fatto che i furti siano elemento costituente e probabilmente ineludibile della storia dell’arte. La sicurezza assoluta appartiene al dominio dei sogni: è prevedibile (anzi: è certo) che ci sarà sempre qualcuno che entrerà in un museo e si porterà via qualcosa. Accettiamolo realisticamente e serenamente. Dopodiché starà all’intelligenza dei nostri politici e alla prontezza dei nostri funzionari fare in modo che quel qualcosa almeno non sia un capolavoro di Antonello da Messina. In alternativa toccherà contare sulla scarsa professionalità dei ladri.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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