Con un provvedimento firmato dal Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, è nato l’Istituto Centrale per la gestione dei rischi del patrimonio culturale (ICRI), incardinato nel Dipartimento per la tutela (DIT). Il presidio serve a dare un assetto ordinario alle funzioni svolte in regime emergenziale dall’Ufficio del Soprintendente speciale per le aree del Centro Italia devastate dal sisma del 24 agosto 2016. Il nuovo istituto, in realtà, non è proprio nuovo… è l’ultimo atto riorganizzativo del Ministero per rafforzare in modo strutturale la capacità dello Stato di prevenire, monitorare e affrontare i rischi che minacciano il patrimonio culturale nazionale, alla luce dell’impatto dei cambiamenti climatici, degli eventi calamitosi e dell’esperienza maturata nella gestione delle emergenze sismiche degli ultimi anni.
La storia della prevenzione e gestione dell’emergenza passa, infatti, attraverso alcune tappe, che hanno il loro fondamento nel concetto di restauro “preventivo”, già elaborato da Cesare Brandi. Capisaldi ne sono la conoscenza approfondita dei processi di degrado, il controllo delle sollecitazioni esterne, come i fattori ambientali o gli inquinanti, e la messa in atto della manutenzione programmata sui beni. Il primo tentativo di concretizzazione di questa strategia risale al 1975, quando Giovanni Urbani, allora direttore dell’Istituto centrale del restauro (ICR), elaborò il “Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria”. Fu lo stesso ICR ha mettere a punto in seguito “Il sistema informativo territoriale della Carta del Rischio del Patrimonio culturale” (CDR), che permette una particolare modalità di applicazione delle indagini scientifiche, del controllo microclimatico ambientale e delle prove non distruttive, per la conservazione programmata dei beni culturali. Una metodologia di lavoro che propone di sviluppare, attraverso interventi sistematici di conservazione e manutenzione dei beni, una strategia basata proprio su quella prevenzione del danno di brandiana memoria.
Nel 2020 la gestione tecnica e amministrativa della Carta del Rischio transitò dall’ICR all’allora Direzione Generale (dg) Sicurezza del Patrimonio Culturale, nata l’anno prima. Sotto questa direzione si trovava anche l’ufficio sisma nato dopo il terremoto del 2016 (adesso ICRI). Arriviamo così all’ultima riorganizzazione ministeriale con cui la dg Sicurezza è stata abolita e sono nati tre servizi sotto il nuovo Dipartimento di tutela (DIT), dei quali il II si occupa dell’emergenza e ricostruzioni.
Oggi, dunque, la Carta del Rischio è gestita tra l’ICRI e il Servizio II del DIT. In tutti questi passaggi a garantire continuità nella trasmissione di esperienze e competenze è stato Carlo Cacace, responsabile del sistema, degno erede di Brandi e Urbani, che oggi collabora come volontario per supportare il nuovo responsabile.
Vediamo di capire meglio il sistema. Tutto ruota intorno al rischio di perdita del patrimonio culturale, assunto dalla Carta del Rischio come criterio per l’individuazione delle priorità operative. In quest’ottica la conoscenza della distribuzione georeferenziata dei beni sul territorio è necessaria per programmarne gli interventi ai fini della loro tutela, conservazione e uso. La rappresentazione su cartografia del livello di rischio permette una modalità comunicativa sintetica dei dati e costituisce uno strumento operativo per pianificare le attività di conservazione connesse. Tale visualizzazione, che consente di produrre rappresentazioni diverse (“tematismi”), sempre aggiornabili e sovrapponibili, in grado di definire i livelli di rischio del patrimonio nazionale in tempi e condizioni diverse, è stata resa possibile dallo sviluppo dei Sistemi informativi territoriali.
In estrema sintesi, il rischio esprime la probabilità che un evento indesiderato danneggi un bene culturale. Esso viene considerato in funzione di due differenti grandezze: la pericolosità, cioè la presenza o probabilità che si verifichino eventi dannosi sul territorio, e la vulnerabilità, intesa come attitudine del bene a essere danneggiato (la sua fragilità). Tale attività di analisi e studio dei rischi viene svolta in collaborazione con molti Enti preposti alla conoscenza e tutela del territorio come il Dipartimento di Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Nucleo di Tutela del Patrimonio culturale dei Carabinieri, l’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), l’Istituto Nazionale di Geofisica e vulcanologia (INGV), l’Autorità di bacino delle Alpi Orientali, l’Autorità di bacino della Regione Puglia.
Da questo scenario nazionale c’è un’unica regione a rimanere tagliata fuori: la Sicilia autonoma e con competenza esclusiva in materia di beni culturali. E dire che fino al 2010 aveva realizzato una sua versione della Carta del Rischio per certi versi più avanzata dello stesso modello statale e più aderente alle specificità del territorio regionale. Una sorta di cartella clinica dei monumenti utile anche a fissare una graduatoria di priorità per ottimizzare l’impiego delle risorse (mezzi, uomini, soldi) in caso di emergenze come quella della recente disastrosa frana a Niscemi.
Qui, il 2 febbraio scorso la soprintendente di Caltanissetta, Daniela Vullo, su disposizione dell’assessore dei Beni culturali e Identità siciliana Francesco Paolo Scarpinato, ha effettuato un sopralluogo per verificare lo stato dei beni culturali, tra cui la Biblioteca “Angelo Marsiano” che custodisce circa 5 mila volumi dedicati in gran parte alla storia della città, che trovandosi però in zona rossa non è accessibile. Tra i palazzi d’interesse storico a rischio, soltanto uno risulta essere integralmente vincolato, Palazzo Iacona di Castellana. Mentre per la chiesa di Maria Santissima delle Grazie è stato stilato solo sul momento un elenco di dipinti e statue da trasferire in altri locali. Se il patrimonio culturale interessato fosse stato più ingente, la Regione non avrebbe disposto di uno strumento per la gestione dell’emergenza, come avrebbe potuto fare, invece, in un ormai lontano passato.
La Carta del Rischio, infatti, era stata attivata nei primi anni del 2000 dal Centro Regionale Progettazione e Restauro (CRPR) di Palermo, sotto la direzione di Guido Meli, mentre responsabile del progetto era Roberto Garufi (entrambi in pensione), in collaborazione col responsabile del progetto a livello statale, Carlo Cacace (anche lui in pensione, supporta come volontario il nuovo Dipartimento di tutela).
Ma c’è molto di più. Nel 2007, con la Risoluzione di Palermo del 21 ottobre, nell’ambito del convegno internazionale promosso dal CRPR di Palermo, ancora sotto la direzione Meli, ci si era posti l’ambizioso obiettivo di avviare, alla presenza di ben 200 rappresentanti provenienti da 27 Paesi, la costruzione, per la pace e la cultura, di una rete tra gli Istituti di Ricerca applicati alla conservazione del patrimonio culturale nel Mediterraneo in grado di attivare politiche condivise di gestione e salvaguardia di quest’ultimo in un’area fortemente instabile. Perché tra i vari rischi da ponderare c’è anche quello antropico, legato agli atti terroristici. E la Sicilia nel Mediterraneo vi è profondamente immersa. Non è, naturalmente, solo una questione geografica.
Il coordinamento interregionale che allora si voleva tessere per il patrimonio su proposta della Sicilia era sicuramente un’azione complessa, di lungo periodo e dipendente dalle risorse mobilitate per la cooperazione culturale tra i Paesi.
Ma a naufragare fu anche il solo progetto entro i confini dell’isola. Della Carta del Rischio oggi non c’è più traccia né presso il CRPR né a livello dei servizi centrali del Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana. Lo smantellamento è iniziato nel 2011, quando non venne più finanziato il completamento del Sistema informativo territoriale, finalizzato più strettamente alle esigenze di protezione civile (Po Fesr 2007-2013, per 639.980,00 euro). Si intendeva anche fare confluire le altre banche dati del Dipartimento Beni culturali in “Vincoli in rete”, la piattaforma cooperativa tra i tre sistemi del Mibact (Carta del Rischio, Beni Tutelati e SIGECweb). Ma già dal 2010 si era assistito a una totale destrutturazione dello stesso Centro di Palermo con l’insensato trasferimento presso altri istituti del Dipartimento di personale altamente qualificato: una vera e propria diaspora delle competenze acquisite. Gettati alle ortiche 4 milioni di fondi europei che il Centro dal 2001 al 2008 aveva gestito, speso e concluso. Ciò significa che oggi in caso di eventi calamitosi come quello di Niscemi, in un’isola dove nove comuni su dieci presentano aree ad alto rischio frane (dati Ispra citati dal ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci), di un terremoto, operatori, Soprintendenze e Protezione civile non possono più accedere alla banca dati online. Oggi una frana, domani potrebbe trattarsi di un terremoto in una regione ad elevata sismicità. In questo caso, per esempio, cliccando sopra l’epicentro si apriva un ventaglio spaziale in cui era possibile individuare immediatamente i beni compresi all’interno della cosiddetta “buffer zone” di influenza sismica, consentendo, quindi, di intervenire in maniera mirata e stabilire le priorità.
La cecità della politica fece leva su ragioni tecniche. La chiusura del Sit fu attribuita, infatti, a presunte criticità rilevate in corso di funzionamento, ma anche alla più banale necessità di individuare locali più idonei dove allocare il server. Che tutto funzionasse fino al 2009 lo aveva, invece, confermato Cacace, per il quale “il sistema realizzato avrebbe dovuto prevedere spese per una manutenzione evolutiva in grado di correggere le normali criticità che emergono durante l’utilizzo”. Mentre il Paese si organizza, non resta da chiedersi se la Sicilia possa assumersi davvero il rischio… di farsi trovare impreparata alla prossima occasione di rischio.
L'autrice di questo articolo: Silvia Mazza
Storica dell’arte e giornalista, scrive su “Il Giornale dell’Arte”, “Il Giornale dell’Architettura” e “The Art Newspaper”. Le sue inchieste sono state citate dal “Corriere della Sera” e dal compianto Folco Quilici nel suo ultimo libro Tutt'attorno la Sicilia: Un'avventura di mare (Utet, Torino 2017). Come opinionista specializzata interviene spesso sulla stampa siciliana (“Gazzetta del Sud”, “Il Giornale di Sicilia”, “La Sicilia”, etc.). Dal 2006 al 2012 è stata corrispondente per il quotidiano “America Oggi” (New Jersey), titolare della rubrica di “Arte e Cultura” del magazine domenicale “Oggi 7”. Con un diploma di Specializzazione in Storia dell’Arte Medievale e Moderna, ha una formazione specifica nel campo della conservazione del patrimonio culturale (Carta del Rischio).Per inviare il commento devi
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