L'Italia dell'arte è come la Nazionale di calcio: fuori dalla scena mondiale. Problemi e soluzioni


L’Italia dell’arte è come la Nazionale di calcio: irrilevante e fuori dalla scena internazionale. Questo perché è intrappolata in un sistema autoreferenziale che non valorizza i talenti e soffoca il confronto critico. Ecco cosa si dovrebbe fare.

Nel catalogo di Exit, mostra sulla “giovane arte italiana” curata da Francesco Bonami nel 2002 presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Massimiliano Gioni, oggi curatore del New Museum di New York, definisce così i giovani artisti italiani: “L’Italia e l’arte italiana sembrano condannate a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici – e allora ecco che di volta in volta si scoprono l’arte cinese, thailandese, messicana e scandinava – ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con l’America, la Svizzera, l’Inghilterra, la Francia e la Germania”. Una dichiarazione profetica se non fosse che lo stesso Massimiliano Gioni è stato uno dei protagonisti del sistema dell’arte italiano che sembra aver condannato l’arte formata e prodotta in Italia negli ultimi venticinque anni. Gli artisti di qualità non nascono più sugli alberi, serve un sistema critico e formativo stimolante e informato del mondo.

L’assenza di artisti italiani dalla Biennale di Venezia 2026 e la recente inaugurazione della mostra Tragicomica al Museo MAXXI di Roma, con ben 140 artisti italiani, sembrano rimarcare e suggellare questa marginalità dell’arte nostrana. Una marginalità che rischia di diventare autoreferenzialità dove poche figure del sistema rischiano di suonarsela e cantarsela da soli. In questi stessi giorni anche la Nazionale di Calcio Italiana, vero tempio dell’orgoglio nazionale, è rimasta fuori dal mondiale di calcio per la terza volta consecutiva. Cosa sta succedendo? Se guardiamo al tennis, alla Formula Uno e al MotoGp troviamo invece tre personalità italiane individuali di grande successo e che sono ai vertici mondiali nei loro rispettivi sport: Jannik Sinner, Andrea Kimi Antonelli e Marco Bezzecchi.

La marginalità e i problemi del sistema dell’arte italiano erano già evidenti intorno al 2009 tanto che nel 2015, con gli Stati Generali dell’arte richiamati al Museo Pecci di Prato da Fabio Cavallucci, si era proposto e ottenuto l’istituzione dell’Italian Council che, in linea con il British Council inglese (la scelta del nome già era un programma e denunciava uno stato di sudditanza e marginalità), avrebbe dovuto finanziare e sostenere l’arte italiana. In pochi mesi il bando Italian Council, nato per sostenere il singolo artista, è presto diventato uno strumento di assistenzialismo per quello stesso sistema Italia che non stava funzionando negli anni precedenti. Ossia benzina per una macchina che non stava funzionano, un vero boomerang.

L'Italia fuori dai mondiali contro la Bosnia Erzegovina. Foto: FIGC
L’Italia fuori dai mondiali contro la Bosnia Erzegovina. Foto: FIGC

Dopo quindici, anni l’Italian Council ha erogato 25,4 milioni di euro, di cui il 50% sono stati erogati solo nelle ultime cinque o sei edizioni. Cosa è stato ottenuto? Nulla: semplicemente il finanziamento di progetti passati in sordina e già dimenticati, mentre la rilevanza dell’arte italiana a livello internazionale (che era l’obiettivo del bando) non è stata raggiunta vista la totale assenza degli artisti italiani sulla scena internazionale che conta.

Confrontando arte e sport, la sensazione è che quando l’Italia cerca di creare un sistema sia destinata a fallire mentre quando singole individualità riescono ad emergere autonomamente, come talenti individuali, i risultati arrivano eccome. Se guardiamo il percorso dell’artista Maurizio Cattelan, definito, dal famoso critico Nicolas Bourriaud, come l’unico artista italiano realmente riconosciuto all’estero, troviamo la prova di questo: Cattelan negli anni Novanta è stato costretto a creare una fondazione fasulla (la Fondazione Oblomov) per racimolare denaro per potersi trasferire a New York dove, a fine anni Novanta, è realmente decollata la sua carriera. Anzi, Cattelan era mal visto in Italia e non era realmente supportato. Solo il successo nella Grande Mela, ecco ancora il provincialismo italiano, gli ha permesso visibilità e riconoscimenti anche in Italia.

Se lasciamo da parte la condizione del calcio e dello sport, perché il sistema italiano dell’arte contemporanea non funziona? Ecco alcune possibili cause:

1) Senza qualità il sistema non può funzionare e la qualità si ottiene solo dall’humus critico che è capace di creare un confronto critico aperto, leale e professionale. In Italia la cultura del “clan familiare” non permette il pensiero critico e divergente e questa condizione, nel corso degli anni, uccide la formazione di artisti e curatori, quanto la divulgazione dell’arte contemporanea come “spazio di opportunità” per interessare e appassionare pubblico e collezionisti. Senza qualità i 25 milioni dell’Italian Council diventano un boomerang perché sostengono progetti deboli che contribuiscono a cristallizzare la bassa qualità dell’arte italiana e una cattiva percezione dell’Italia all’estero. Oggi se hai un pensiero critico nell’arte italiana cercano di farti fuori professionalmente.

2) L’Italia deve fare sistema ma non deve copiare quello che avviene all’estero dove hanno sicuramente molte più risorse materiali. Ecco l’errore di chiamare lo strumento di sostegno dell’arte italiana proprio “Italian Council” denunciando una sudditanza conclamata verso la scena internazionale. Mai un istituto di sostegno inglese, americano o svizzero si chiamerebbe: “Rinascimento Inglese”, “Rinascimento Americano” o “Rinascimento Svizzero”. L’Italia deve invece giocare da “late comer” ossia innovare l’arte contemporanea partendo da zero con il vantaggio di non avere i pesi e le zavorre di paesi molto più rigidi e istituzionalmente strutturati nel leggere la contemporaneità.

3) Se c’è un problema solo un artista lo può risolvere come se c’è un problema in un piatto del ristorante solo lo chef lo può risolvere. Quindi curatori, giornalisti e direttori devono far giocare il torneo ai Sinner e agli Alcaraz e smettere di giocarlo loro, ovviamente a patto che si riattivi quel confronto critico fondamentale per la formazione e la qualità degli artisti. Oggi i veri protagonisti “senza opere” del sistema dell’arte sono i curatori: al MAXXI, per 140 artisti nella mostra Tragicomica, abbiamo due curatori che emergono come i veri autori e registi della mostra quando invece non creano nulla ma si limitano a selezionare, affiancare e giustificare la loro selezione. Se non risolviamo questa anomalia ci ritroviamo a guardare Wimbledon giocato dagli arbitri, i raccattapalle e i direttori del torneo: bassa qualità, noia e marginalità, proprio le cose che percepiamo girando per fiere, mostre e biennali negli ultimi anni.

4) C’è una crisi internazionale di linguaggio che non investe solo l’Italia ma tutto il sistema internazionale dove negli ultimi 25 anni non emergono figure rilevanti come invece era successo negli anni Novanta. Basti pensare che quando si fanno “mostre di arte contemporanea” con grossi nomi si vanno a pescare artisti formati negli anni Ottanta-Novanta ed emersi appunto durante gli anni Novanta. Pertanto c’è un buco qualitativo di 25 anni dato da una crisi della rappresentazione avvenuta nel 2001 e nel 2008 e per la quale tutto quello che sale sul piedistallo dell’opera fatica a competere con una realtà sempre più complessa e pulsante, dove tutti noi siamo produttori e consumatori di migliaia di contenuti. Se il sistema non risolve questa crisi uscendo dal feticismo degli immaginari per affrontare attitudini e modalità per resistere e affrontare il presente, l’arte sarà sempre più marginale anche a livello internazionale.




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