Entrare al MoMA, il Museum of Modern Art di New York City, e trovarsi davanti a una capsula della Nakagin Capsule Tower produce una sensazione ambigua. Non è stupore nel senso tradizionale, è qualcosa di più instabile: la percezione di trovarsi davanti a un frammento che non appartiene più a nulla. La capsula A1305 è lì, restaurata, autonoma, quasi impeccabile. Ma allo stesso tempo è un resto. Un elemento sopravvissuto a un edificio che non esiste più, smantellato nel 2022 dopo cinquant’anni di vita. Kisho Kurokawa aveva immaginato la Nakagin Capsule Tower (1972) come un organismo capace di rinnovarsi continuamente: capsule intercambiabili, sostituibili, aggiornabili. Un’architettura pensata per mutare nel tempo, come un corpo vivente. Quella mutazione non è mai avvenuta. Le capsule non sono state sostituite, il sistema si è irrigidito, e il progetto, concepito come dinamico, è diventato fragile. La demolizione ha segnato la fine dell’edificio, ma non della sua esistenza culturale e oggi sopravvive sotto forma di frammenti, distribuiti in musei e collezioni.
Ed è qui che la mostra The Many Lives of the Nakagin Capsule Tower costruisce il suo nodo più interessante: come si espone un’architettura che non esiste più? Al centro della mostra non c’è la torre, ma una sua parte: una singola unità abitativa, una delle 140 capsule che componevano il sistema originario. Questa scelta cambia tutto. Perché? Perché l’architettura, per definizione, è relazione: tra spazi, tra corpi, tra contesto urbano. Qui, invece, viene isolata, estratta, resa oggetto. La capsula diventa qualcosa di ambiguo: non è più un’unità abitativa funzionante, ma nemmeno un semplice oggetto di design. È un frammento che porta con sé un’assenza e il MoMA evita di trattarla come una scultura. Non la colloca nel giardino, non la trasforma in icona isolata. La inserisce in uno spazio di passaggio, a livello strada, accessibile gratuitamente, quasi a mantenere una continuità con la sua origine urbana. Eppure, anche così, viene da chiedersi: “quella capsula è ancora architettura?”.
La mostra non ricostruisce semplicemente la storia dell’edificio. La complica. Accanto alla capsula, una serie di materiali, fotografie, filmati, documenti, scansioni digitali, raccontano le molte vite della torre, non basandosi esclusivamente sul progetto utopico iniziale, ma anche su ciò che è accaduto dopo: gli usi imprevisti, le trasformazioni quotidiane, le appropriazioni individuali. Alcune capsule sono diventate case, altre uffici, altre ancora spazi ibridi. Questa pluralità rompe la narrazione lineare dell’architettura come progetto compiuto. La torre non è più solo l’idea di Kurokawa, ma un insieme di vite, di modifiche, di deviazioni. In questo senso, la mostra sposta il focus: dall’oggetto al suo uso, dalla forma alla sua durata, dal progetto alla sua trasformazione.
Il gesto più radicale, però, resta quello della conservazione. Durante la demolizione sono state salvate alcune capsule, ventitré in totale, restaurate e distribuite in diversi contesti. Questo processo introduce un paradosso: si conserva qualcosa che era stato progettato per essere temporaneo. La Nakagin Capsule Tower nasceva infatti da un’idea metabolista: l’architettura come organismo in evoluzione, capace di rinnovarsi attraverso cicli di sostituzione. Oggi, invece, ciò che resta viene fissato, stabilizzato, musealizzato. La capsula, che doveva essere intercambiabile, diventa unica, il modulo, pensato per essere sostituito, diventa reliquia.
Ma forse il punto più interessante della mostra non è la capsula in sé, ma ciò che accade intorno. Osservando si può notare che le persone si avvicinano, si sporgono, cercano di guardare dentro. Alcuni fotografano l’oblò circolare, altri cercano di catturare l’interno compatto, quasi fantascientifico. Qualcuno resta più a lungo, cercando di immaginare la vita dentro quello spazio minimo. Ed è proprio lì che si sposta l’opera. Non nella capsula, ma nel comportamento che genera. Nel modo in cui il pubblico cerca di ricostruire mentalmente un edificio assente, una vita che non ha mai vissuto.
La capsula allora diventa una soglia tra interno ed esterno, tra passato e presente, tra esperienza reale e immaginata. In questo senso, il MoMA è riuscito a costruire una riflessione su cosa significhi esporre oggi, concentrandosi non soltanto sull’esposizione di oggetti ma soprattutto sull’attivazione di relazioni: tra frammento e totalità, tra memoria e presente, tra progetto e uso. La Nakagin Capsule Tower, una volta smantellata, non scompare. Si moltiplica. Esiste in forma distribuita, frammentata, ricostruita attraverso documenti, immagini, testimonianze. E il museo diventa il luogo in cui queste dimensioni si incontrano, senza essere ricomposte del tutto.
Alla fine della visita un quesito rimane sospeso dentro di noi, ovvero “Quella capsula è ancora architettura, o è diventata un oggetto museale? È un dispositivo abitativo o un frammento storico?”. Forse la risposta non sta in una definizione, ma nella tensione tra queste possibilità, in quanto la mostra in sé non risolve il paradosso. Lo espone. E proprio in questa esposizione, in questa impossibilità di chiudere il significato, si trova la sua forza. Perché costringe a pensare l’architettura non come qualcosa di stabile, ma come qualcosa che può continuare a esistere anche dopo la propria fine, in forme impreviste, frammentarie, incomplete. Come una capsula che, una volta separata dal suo edificio, continua a portarne dentro tutte le vite.
L'autrice di questo articolo: Federica Schneck
Federica Schneck, classe 1996, è una giornalista specializzata in arte contemporanea. Laureata in Storia dell'arte contemporanea presso l'Università di Pisa, il suo lavoro nasce da una profonda fascinazione per il modo in cui le pratiche artistiche operano all’interno, e in contrapposizione, alle strutture sociali e politiche del nostro tempo. Si occupa delle trasformazioni del sistema dell'arte contemporanea, del dialogo tra ricerche emergenti e patrimonio culturale, del mercato, delle istituzioni e delle fiere internazionali. Alla scrittura giornalistica affianca quella critica, con testi per artisti, gallerie e collezioni private.Per inviare il commento devi
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