Una vittima dell’incapacità politica: la città di Penne in Abruzzo e i suoi beni culturali


Un approfondimento sulla situazione della città di Penne in Abruzzo, vittima d'incuria, con diversi monumenti allo sbando.

Aperta per una mezza giornata dopo otto anni: è questo il riassunto della triste storia contemporanea di Santa Maria Assunta in Colleromano, prezioso complesso monastico medievale alle porte della città di Penne (Pescara). Sabato 2 Settembre, a cura della locale sezione FAI, è stata eccezionalmente aperta.

Alla chiesa, inagibile dal 2009, si poteva dare solo uno sguardo affacciandosi dal portale, opera dell’ambito di Raimondo del Poggio, uno dei protagonisti della scultura abruzzese tra Duecento e Trecento. Si notavano subito la sabbia di calcinacci sul pavimento e i mattoni messi a nudo sulle crociere, indizio di più profonde crepe. Dalla fugace osservazione fatta appariva in buono stato il monumentale altare maggiore, ligneo, eretto tra fine ‘500 e inizio ‘600, con le tele di Aert Mytens, pittore fiammingo molto attivo nell’Italia centro-meridionale, a Roma (dove morì nel 1602), a Napoli, a L’Aquila e a Penne. Appena intravisti gli altari laterali, frutto del rinnovamento di inizio ‘700 del comasco Giovan Battista Gianni, che però riutilizzano le pale e gli affreschi precedenti, come la copia tardo cinquecentesca della Visitazione di Raffaello al Prado, allora un must have dell’educazione artistica di committenti e pittori abruzzesi essendo l’originale all’Aquila.

Il convento annesso, prima benedettino e dal ‘500 francescano, è invece agibile, ma la sua sorte è forse ancora più triste: rimasti in pochi e mandati nel 2011 presso il convento di Lanciano (Chieti), i frati hanno ceduto tutto il complesso al Comune, che però ad oggi non ha avviato progetti di recupero e valorizzazione. L’abbandono totale è impedito solo dall’Associazione San Cesidio Giacomantonio, nata nel 2004, che ancora si prende cura del complesso e lo rende fruibile agli studiosi (ringrazio il dott. Paolo Di Simone, storico dell’arte, per la segnalazione).

Così non è normalmente visitabile il piccolo museo che i frati hanno messo su dagli anni ’70, anche se con un allestimento un po’ elementare, a metà tra il deposito e la camera delle meraviglie: in un vasto salone si trovano dipinti degli altari dismessi della chiesa, oreficerie, paramenti, immaginette e statue vestite per la devozione personale dei religiosi, frammenti ceramici, oggetti riportati dai frati in missione in Cina, Giappone e Palestina. La chiusura del convento ha comportato per il museo un altro problema irrisolto: i frati hanno rivendicato la proprietà di qualche oggetto, preso, portato ed esposto a Lanciano, come due busti reliquiario del ‘500, di cui a Penne rimangono le mensole vuote con le didascalie; e se ancora molto è rimasto in loco lo si deve ancora all’Associazione San Cesidio.

Colleromano ora è di nuovo chiusa. Chissà a quando i restauri, chissà a quando la riapertura definitiva. Non fa parte di nessun progetto della Soprintendenza, né degli interventi del Masterplan elaborato pochi mesi fa dalla Regione. D’altronde, solo due edifici di Penne rientrano in un qualche progetto di recupero, la Cattedrale e la chiesa dell’Annunziata, che non hanno avuto considerevoli lesioni negli eventi sismici di questi anni e infatti sono tra i pochi monumenti visitabili del centro.

Penne langue dal 2009. Forse, tra i centri storicamente rilevanti colpiti allora, è l’unico che segue una parabola discendente più che ascendente. Non ci sono stati crolli e sfollati, ma la vicinanza al settore orientale del Gran Sasso ha fatto ben sentire la scossa e provocato numerose e gravi inagibilità. Poco è stato fatto e gli ultimi tristi eventi hanno peggiorato la situazione.

Dettaglio di uno degli stucchi di San Giovanni Battista
Dettaglio di uno degli stucchi di San Giovanni Battista. Ph. Credit Gioele Scordella
La lista di ciò che è visitabile oggi è un po’ scarna se si considera il valore culturale della cittadina: la Cattedrale, il museo archeologico, le chiese dell’Annunziata, del Carmine, San Giovanni evangelista, San Nicola, San Ciro, Santa Croce e San Panfilo (non tutte facilmente aperte). È chiusa Sant’Agostino, chiesa barocca con importanti tracce della decorazione affrescata di fine ‘300 - inizio ‘400 (qui un articolo di Paolo Di Simone sugli affreschi); chiuso il Museo Diocesano, vero saggio visivo della storia artistica locale; chiusa la chiesa di San Domenico, ri-chiusa Santa Chiara, restaurata pochi anni dopo il sisma aquilano. Scandalosa la situazione di abbandono di ben tre chiese, antecedente però al terremoto: Sant’Antonio di Padova, ambiziosa cappella privata degli Aliprandi; Santa Maria della Cintura, da non molto sfondata e derubata dei dipinti nonostante i ripetuti appelli alla Soprintendenza (le due gallery realizzate nel 2009 e 2012 ben evidenziano il rapido degrado. Si apprende che è stato salvato quanto rimane della statua della Madonna); ma soprattutto San Giovanni Battista, unico monastero abruzzese delle Dame di Malta, uno degli edifici barocchi più rappresentativi della regione, chiusa dal 1975: i vetri sono sfondati, il tetto minaccia il crollo e lascia passare l’acqua in più punti, l’erba cresce tra i putti e i santi degli altari (ma i dipinti sono in salvo al Museo Diocesano…chiuso). Qui le foto degli esterni e degli interni di San Giovanni Battista.

Penne, 12.000 abitanti circa, ha un notevole passato. Di origine romana, sede di una delle più antiche e ricche diocesi d’Abruzzo, dimora di un’aristocrazia sfarzosa che costituiva il ceto dirigente, la città nel suo complesso era una piccola corte,capace di ospitare e di dialogare con i suoi feudatari: su tutti si ricorda Margherita d’Austria, che ebbe in dote Penne da suo padre, Carlo V.

Uno degli altari barocchi della Collegiata di Colle Castello
Uno degli altari barocchi della Collegiata di Colle Castello. Ph. Credit Gioele Scordella
La città, disposta su due scoscesi colli, Sacro e Castello, attraversati da strade ripide, strette e tortuose, ha sfruttato quelli che potevano essere punti di difficoltà per creare scenografie urbane che appagassero le esigenze di rappresentanza della nobiltà, soprattutto nel ‘700, guardando alle più aggiornate soluzioni barocche: chiese e palazzi si alzano con elaborate facciate nei punti più imprevedibili, così stretti che l’unica osservazione possibile è quella da sotto in su. Emblematico è il cannocchiale prospettico, risolto in una piccola piazzetta, tra Porta San Francesco, un vero ingresso trionfale, e il Palazzo Castiglioni (ora puntellato), con l’ardita e alta loggia su due ordini, opere tardo barocche del napoletano Francesco Di Sio. Ma tutta la città è un percorso emozionale, dove si incastrano e si incontrano senza preavviso edifici di tutte le epoche, ora degli archi gotici murati in case del ‘500, ora insegne liberty su un palazzo barocco, ora affreschi medievali sotto gli altari settecenteschi della Collegiata di Colle Castello. Sotto il profilo artistico, ne viene fuori una civiltà figurativa interessante e originale, fatta di autori locali e forestieri trasferiti, capace di soddisfare le committenze di tutta la diocesi e talvolta anche oltre, di cui rimangono nomi e testimonianze soprattutto per il periodo tra il tardo Cinquecento e l’Ottocento: Giambattista e Francesco Ragazzini di Ravenna, Leonzio Compassino, Francesco Salvatori, Domiziano Vallarola, Giuseppangelo Ronzi, Aniello Francia, solo per fare un mero elenco di alcuni nomi. Nell’Ottocento Penne era ancora il secondo centro della provincia di Teramo.

Penne, Porta San Francesco
Penne, Porta San Francesco con Palazzo Castiglioni sullo sfondo. Ph. Credit

Il colpo di grazia è giunto nel 1927, quando nasce Pescara con relativa provincia: il territorio pennese è tra quelli che ne entrano a far parte. Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia, già negli anni ’50 definiva Pescara una “città americana”, un miracolo dell’Italia dell’epoca, dove tantissimi abruzzesi accorrevano in cerca di lavoro e di benessere. Pescara, città nuova, ha costruito la sua identità assorbendo diverse identità, ha ricevuto senza mai dare, ha accelerato il processo di spostamento di popolazione, lavoro, cultura lungo la costa che caratterizza tuttora l’Abruzzo, la sua area metropolitana è l’unica zona regionale che presenta una costante e seria crescita demografica. Tutto ciò è amplificato nel territorio di sua diretta competenza: si può immaginare quanto devastanti siano gli effetti dei tagli a sanità, cultura e amministrazione, che tendono a concentrare quasi tutto nei centri maggiori, in una provincia in gran parte montana e collinare che ha il capoluogo nel ristretto pezzo di costa dove si ammassa Pescara.

Non si vuole condannare un cambiamento storico, ma ci si chiede se chi di dovere non potesse prestare un po’ di attenzione fuori dai pochi chilometri quadrati (ma troppo densamente abitati) di Pescara, la ‘Grande Pescara’, i cui stessi cittadini covano sogni di metropoli e sono favorevoli a portare via dall’Aquila il capoluogo d’Abruzzo. Proposte del genere si erano sentite già pochi giorni dopo il 6 Aprile 2009; e su Facebook esiste un bel gruppo di provincialotti chiamato “Pescara capoluogo di regione” (occorre specificare che lo scrivente non parla per orgoglio aquilano, poiché nato e cresciuto vicino Pescara in una famiglia altrettanto radicata nella zona).

La montagna si svuota; la grande tragedia dell’abbondante nevicata di quest’inverno, la valanga di Rigopiano, è avvenuta a pochi chilometri da Penne, diventata la base improvvisa delle operazioni di soccorso, che hanno dovuto fare i conti con il depotenziamento del locale ospedale: feriti e morti sono dovuti essere portati all’altro capo della provincia, a Pescara. Il masterplan di cui si diceva prima, destinato ad aiutare soprattutto il cratere (di cui Penne fa parte ed è uno dei centri più grossi, più popoloso di località distrutte come Norcia e Camerino), vede anche alcuni edifici non molto rilevanti delle località costiere e troppi, se si conta l’idea iniziale, monumenti di Pescara. Si è preferito restaurare il Santuario pescarese dell’Addolorata, una modesta chiesa ottocentesca a cui è comunque da riconoscere un grande attaccamento devozionale, invece di San Panfilo fuori le mura, una vera chiesa in forma di teatro per la sua scenografia barocca sita a Spoltore, un quarto d’ora da Pescara, dove si fa messa sotto volte affrescate solcate da vistose crepe.

C’è un po’ puzza di bruciato a odor di politica: l’attuale presidente abruzzese è stato a lungo a capo di Comune e Provincia pescaresi. Penne rischia di perdere la sua identità, a partire dalla consapevolezza stessa che hanno i cittadini fino a quella dei territori circostanti. Appena fuori dalla sua vallata Penne è percepita dalla popolazione come un luogo anonimo, dove non c’è nulla di interessante o quasi. Visitare oggi Penne porta la mente, con le dovute differenze, a città come Venezia e Napoli che hanno perso il loro ruolo e soffrono di un posto di secondo o terzo piano che si riflette nell’abbandono demografico, psicologico, conservativo dei centri storici. In Abruzzo non si è saputa sfruttare una caratteristica tipica di molte regioni italiane, la compresenza di mare e montagna, ma qui valorizzata dalla localizzazione nell’uno e nell’altra dei due principali centri, Pescara e L’Aquila: invece no, tutto deve essere portato a Pescara, anche il vescovo dagli anni ’80 è a Pescara, Penne è solo una sede secondaria. La montagna diventa il paese dei balocchi, posto idealizzato e chiuso in un edenico e falso passato costruito ad hoc dagli amministratori di costa, dove si va per l’aria salubre e il buon cibo. Finito il divertimento, si torna in città. Non sia mai a occuparsi seriamente delle aree interne. D’altronde alle giostre ci pensano i proprietari, cioè i loro abitanti: pochi e ormai colpiti psicologicamente nella loro identità.

Bibliografia di base per approfondire gli aspetti storico-artistici della città di Penne:

  • Luisa Franchi dell’Orto (a cura di), Documenti dell’Abruzzo Teramano, Vol. VI: Dalla valle del Fino alla valle del medio e alto Pescara, Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo Tercas spa, 2003



L'autore di questo articolo: Gioele Scordella

Gioele Scordella è uno studente abruzzese di Storia dell'Arte all'Università di Firenze.

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