Un progetto indipendente ha trasformato il Fegato di Piacenza, reperto etrusco conservato a Piacenza, in un modello tridimensionale interattivo. Realizzato dallo sviluppatore Lorenzo Andraghetti e dal 3D artist Luca Tampieri, il lavoro permette di esplorare online il bronzo databile tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., analizzando sia le sue caratteristiche anatomiche che le quarantadue iscrizioni che descrivono la visione cosmologica etrusca. La ricostruzione è disponibile all’indirizzo https://liver.rasna.dev/it/ e permette di avvicinare il pubblico alla complessità della religione etrusca senza alterarne il rigore scientifico.
La piattaforma inoltre permette agli utenti di osservare il modello da qualsiasi angolazione, ruotandolo e ingrandendolo, e di esplorare le 42 iscrizioni incise sul bronzo, accompagnate da annotazioni scientifiche dettagliate. All’interno del sito è possibile approfondire il fegato e le sue diverse sezioni, ognuna delle quali presenta pagine dedicate con trascrizioni e spiegazioni delle iscrizioni, presentando una comprensione completa della struttura e del significato cosmologico del reperto.
Come documenta il sito Liver.rasna.dev che offre la ricostruzione 3D interattiva dell’opera, il Fegato di Piacenza è un modello in bronzo databile tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C. che traduce in forma fisica l’arte divinatoria etrusca attraverso quarantadue iscrizioni distribuite in nove settori. Scoperto nel 1877 nei pressi di Gossolengo, poco fuori Piacenza, il reperto rappresenta una delle testimonianze più rilevanti della religione etrusca. La superficie del fegato riproduce con precisione un fegato ovino, riportando con cura i nomi delle divinità e il loro ambito di influenza, configurandosi come una mappa cosmologica e come strumento interpretativo della volontà degli dèi.
L’epatoscopia, nota anche come aruspicina, era l’arte divinatoria più praticata dagli Etruschi. Gli aruspici, sacerdoti specializzati in questa pratica, osservavano il fegato degli animali sacrificati analizzandone forma, colore, consistenza e eventuali segni particolari. Ogni parte dell’organo corrispondeva a una divinità o a un ambito cosmico, e le informazioni raccolte durante l’osservazione permettevano di trarre presagi sugli eventi futuri. L’epatoscopia influenzò anche la religione romana, testimonianza di una continuità culturale che si protrasse nei secoli.
Il Fegato di Piacenza è caratterizzato da tre protuberanze anatomiche di riferimento: il processus papillaris, la cistifellea e il processus pyramidalis. I due processi riproducono strutture reali del fegato ovino, la cui variabilità rendeva ogni esame unico. La cistifellea, situata tra i due processi, era considerata un punto “carico”, associato a presenze di forze intense o instabili. La distribuzione delle nove zone cosmologiche sul fegato riflette la concezione etrusca dell’universo: il Cielo ospita le divinità supreme, l’Acqua le forze atmosferiche e marine, la Terra i poteri terrestri e l’Oltretomba le divinità ctonie. La Pars Familiaris e la Pars Hostilis indicano rispettivamente eventi favorevoli e sfavorevoli, mentre la Cistifellea e la Sezione Centrale raccolgono forze generative. La zona Posteriore, infine, ancorava l’intero sistema cosmico tramite Sole e Luna.
Le quarantadue iscrizioni registrano ventinove divinità etrusche, alcune riconducibili ai pantheon greco e romano: Tinia corrisponde a Zeus e Giove, Nethuns a Poseidone e Nettuno, Turan ad Afrodite e Venere. Altre figure, come Thufltha e Cilens, restano specifiche della religione etrusca, collegate al destino, al giudizio, alla notte o ai confini. La posizione di ciascuna divinità sul fegato è coerente con il suo ruolo cosmico, offrendo una rappresentazione sistematica delle relazioni tra forze divine, fenomeni naturali e vicende umane.
Il significato del Fegato di Piacenza va oltre la funzione divinatoria. Come dichiara ancora il sito, secondo gli studi epigrafici di Adriano Maggiani e le interpretazioni cosmologiche di Antonio Gottarelli, il reperto documenta un pensiero religioso strutturato e metodico, servendo probabilmente anche come strumento di formazione per gli aruspici in addestramento. Recenti approfondimenti di Antonio Paolo Pernigotti suggeriscono l’esistenza di due sistemi di divisione celeste: uno legato al moto diurno del sole e basato sugli assi cardinali per la pratica dell’ars fulguratoria, e l’altro basato sul moto annuo del sole per definire le dimore delle divinità, con le sedici caselle del bordo esterno orientate secondo i punti di levata e tramonto del sole ai solstizi piuttosto che secondo i punti cardinali.
Il modello in bronzo misura circa 12,6 centimetri di lunghezza e 7,6 di larghezza, riproducendo fedelmente le proporzioni di un fegato ovino. Le iscrizioni, tracciate in alfabeto etrusco derivato da quello greco, corrispondono a specifiche regioni anatomiche e formano una mappa precisa che gli aruspici dovevano memorizzare.
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