La Pietà di Giovanni Bellini (Venezia, 1430 circa – 1516) torna nella sua Rimini dopo aver conquistato il pubblico internazionale negli Stati Uniti. Il celebre dipinto conservato al Museo della Città “Luigi Tonini” sta infatti rientrando in Italia al termine di un’esperienza espositiva che lo ha visto protagonista alla Morgan Library & Museum di New York, una delle istituzioni culturali più importanti della metropoli americana. Il ritorno dell’opera rappresenta uno degli appuntamenti più significativi dell’estate culturale riminese del 2026 e si inserisce in un programma espositivo che punta a valorizzare il patrimonio artistico della città attraverso il dialogo tra grandi protagonisti della storia dell’arte. Il capolavoro di Bellini sarà infatti al centro della mostra Il codice della Passione. Bellini e Mantegna allo specchio, in programma al Museo della Città a partire dalla fine di giugno. L’esposizione offrirà al pubblico l’opportunità di ammirare nuovamente la tavola belliniana e di confrontarla con il celebre San Sebastiano di Andrea Mantegna (Isola di Carturo, 1431 – Mantova, 1506), proveniente dalla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia, dove la Pietà di Bellini è stata al centro di una mostra dossier tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, poco prima di partire per l’America, e dove era sempre stata messa in dialogo col San Sebastiano. Il confronto, dunque, adesso si rinnova.
La permanenza alla Morgan Library & Museum ha segnato un momento particolarmente significativo nella storia del dipinto. Per la prima volta l’opera ha attraversato l’Atlantico, entrando a far parte di un importante progetto dedicato alla grande pittura italiana del Rinascimento: l’opera è stata infatti restaurata, con un intervento sostenuto da Venetian Heritage, organizzazione internazionale non profit con sedi a Venezia e New York che da ventisette anni promuove progetti di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico veneto. L’intervento conservativo ha restituito piena leggibilità all’opera, consentendo di apprezzarne nuovamente la qualità pittorica, la delicatezza cromatica e la profondità emotiva. Proprio questi aspetti hanno contribuito al successo ottenuto a New York, dove il dipinto è stato considerato una delle presenze più significative dell’intero percorso espositivo. Alla Morgan Library la tavola era collocata all’interno dello storico studio del finanziere, collezionista e mecenate J. Pierpont Morgan. In questo contesto prestigioso la Pietà dialogava con opere rinascimentali appartenenti alla collezione permanente del museo e con altri lavori provenienti da importanti istituzioni italiane. Tra questi figuravano la Pietà di Pietro Perugino concessa dalla Galleria Nazionale dell’Umbria e il celebre Ragazzo con cesto di frutta di Caravaggio proveniente dalla Galleria Borghese.
La mostra riminese offrirà l’occasione di approfondire ulteriormente il significato storico e artistico dell’opera, mettendola in relazione con uno dei capolavori più celebri di Andrea Mantegna. Il dialogo tra Bellini e Mantegna non è soltanto una suggestione curatoriale, ma trova solide radici nella storia. I due artisti erano infatti legati da rapporti familiari: Andrea Mantegna aveva sposato Nicolosia Bellini, sorella di Giovanni. Questo rapporto favorì uno scambio culturale e artistico che influenzò profondamente lo sviluppo della pittura italiana del secondo Quattrocento. La mostra consentirà di osservare da vicino analogie e differenze tra due personalità artistiche straordinarie. Da una parte la sensibilità luministica e la profonda umanità della pittura di Bellini; dall’altra il rigore plastico, la monumentalità e la tensione drammatica che caratterizzano l’opera di Mantegna. Il confronto tra la Pietà e il San Sebastiano promette di offrire nuove chiavi di lettura sul tema della sofferenza, del sacrificio e della redenzione.
La tavola riminese occupa un posto particolare all’interno della produzione di Giovanni Bellini. Proveniente dal Tempio Malatestiano, è generalmente considerata una delle opere della prima maturità dell’artista e viene spesso collocata cronologicamente in prossimità della celebre Pietà conservata a Milano, alla Pinacoteca di Brera. La storia della commissione è stata oggetto di un lungo dibattito storiografico. Giorgio Vasari ricordava l’opera come una committenza di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. Tuttavia la morte del condottiero nel 1468 rende problematica questa attribuzione dal punto di vista cronologico. Diversi studiosi hanno quindi proposto di identificare il committente con Carlo Malatesta, figlio di Roberto Malatesta e nipote illegittimo di Sigismondo. Carlo Malatesta fu condottiero al servizio della Serenissima fino al 1480 e, come Bellini, appartenne alla Scuola Grande di San Marco. Un documento particolarmente importante è rappresentato dal testamento di Pandolfo Malatesta del 1499, nel quale viene descritta un’opera che gli studiosi identificano proprio con la Pietà oggi conservata a Rimini.
Anche la datazione del dipinto è stata al centro di numerose discussioni. Alcuni studiosi hanno proposto una cronologia successiva, vicina alla realizzazione della Pala di Pesaro, mentre altri continuano a collocare l’opera prima del 1468 o comunque poco prima della grande pala pesarese. Il confronto con altre opere di Bellini, come il Cristo morto sorretto da due angeli di Berlino, quello conservato a Londra, lo scomparto superiore del Polittico di San Vincenzo Ferrer e la stessa Pietà di Brera, non ha consentito di definire una successione cronologica definitiva. La critica contemporanea tende comunque a collocare il dipinto intorno al 1474.
Dal punto di vista iconografico, la tavola presenta caratteristiche particolarmente originali. Bellini rielabora infatti il tradizionale schema dell’Imago Pietatis trasformandolo in una scena che rappresenta il Cristo morto mentre viene deposto sulla pietra dell’unzione in preparazione della sepoltura. La particolarità consiste nel fatto che il corpo di Cristo non viene sostenuto da figure umane, ma da quattro angeli. La scelta conferisce alla composizione una dimensione sospesa tra realtà e visione, accentuando il carattere meditativo della scena. Lo storico dell’arte Roger Fry, già alla fine dell’Ottocento, osservò come il dipinto producesse quasi l’impressione di un bassorilievo. Il fondo scuro mette infatti in risalto la delicatezza delle figure, mentre la composizione richiama, secondo alcuni studiosi, la tradizione dei rilievi di Donatello, Agostino di Duccio e Desiderio da Settignano.
A differenza della più nota Pietà di Brera, dove il dolore è affidato all’espressione composta dei personaggi che affiancano Cristo, nell’opera riminese la tensione emotiva è concentrata negli angeli. Le loro espressioni non manifestano disperazione, ma una malinconica consapevolezza del significato del sacrificio e della futura resurrezione. Il corpo di Cristo è rappresentato con la consueta eleganza che caratterizza la pittura di Bellini. Le ferite della crocifissione sono descritte con estrema delicatezza e il sangue viene reso attraverso dettagli misurati, mai enfatici. La morbidezza delle vesti degli angeli, caratterizzate da tonalità rosate e malva ottenute grazie all’utilizzo della pittura a olio, contribuisce a creare un’atmosfera di intensa spiritualità. Anche la disposizione degli sguardi assume un ruolo fondamentale nella costruzione della composizione. Ogni angelo orienta l’attenzione verso un elemento diverso: il volto di Cristo, la ferita della mano sinistra, oppure uno spazio indefinito oltre la scena, suggerendo una meditazione sul mistero della morte e della resurrezione.
Giovanni Bellini, nato intorno al 1430 e morto nel 1516, è considerato uno dei protagonisti assoluti del Rinascimento italiano e uno degli artisti che maggiormente contribuirono all’evoluzione della pittura veneziana. La Pietà riminese rappresenta una delle espressioni più alte della sua riflessione sul dolore, sulla spiritualità e sull’umanità dei protagonisti della vicenda evangelica.
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