La Lituania ha annunciato la propria partecipazione alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 2026 con un progetto che intreccia ricerca archeologica, pratica performativa e linguaggi visivi contemporanei. A rappresentare il Paese sarà l’artista Eglė Budvytytė (1981) che presenterà la nuova installazione filmica multicanale animism sings anarchy, ospitata alla Fucina del Futuro, nel sestiere di Castello a Venezia. L’anteprima per la stampa e gli ospiti è fissata per mercoledì 6 maggio alle ore 13.
Il progetto è stato commissionato dal Museo Nazionale d’Arte della Lituania e si inserisce in una traiettoria istituzionale consolidata per la presenza lituana alla Biennale, attiva dal 1999 e già riconosciuta con quattro menzioni speciali e con il Leone d’Oro nel 2019 per Sun & Sea (Marina). A guidare il padiglione in qualità di commissaria è Lolita Jablonskienė, direttrice della Galleria Nazionale di Vilnius, mentre la curatela è affidata a Louise O’Kelly, curatrice indipendente con base a Londra e fondatrice del festival internazionale di performance art Block Universe.
Eglė Budvytytė, artista che vive e lavora tra Vilnius e Amsterdam, sviluppa una pratica che si colloca all’intersezione tra arti visive e performative, integrando canto, video e performance in un’indagine sulle dinamiche collettive, sulla vulnerabilità e sulle relazioni fluide tra corpi, pubblico e ambiente. Con animism sings anarchy l’artista realizza uno dei progetti più ambiziosi della sua carriera, segnando anche un passaggio significativo sul piano tecnico, con l’utilizzo per la prima volta della pellicola 16 mm, successivamente trasferita in 4K.
L’opera si configura come un tentativo poetico e performativo di tradurre la ricerca archeologica in esperienza sensoriale, trasformando dati, reperti e contesti storici in canto, movimento e stati alterati di coscienza. Il film si nutre in particolare degli studi dell’archeologa e antropologa lituana Marija Gimbutas, figura centrale nell’interpretazione delle società neolitiche matrilineari e animiste, le cui teorie hanno influenzato nel tempo artisti, accademici ed esponenti dell’ecologia legata al femminismo della seconda ondata. Le riprese si sono svolte nel sud-est dell’Italia, nei pressi della Grotta Scaloria, luogo di culto neolitico legato all’acqua dove la stessa Gimbutas condusse scavi alla fine degli anni Settanta. In continuità con una pratica artistica che privilegia il rapporto tra corpo e luogo, Budvytytė ha costruito le sequenze del film intrecciando ambienti museali e paesaggi naturali della costa pugliese, caratterizzati dalla presenza di grotte e siti di sepoltura acquatici.
Le scene si articolano come movimenti rituali che assumono la forma di una preghiera animista, in cui la coreografia si radica nel paesaggio e nei resti del passato. Elementi simbolici come facsimili di divinità antropomorfe, realizzati attraverso stampe 3D e semplici fotocopie, diventano centri di gravitazione per gesti coreografici delicati e instabili. In queste azioni emergono stati di trance, estasi e abbandono, che contribuiscono a definire un linguaggio visivo sospeso tra dimensione spirituale e ricerca contemporanea.
Secondo la curatrice Louise O’Kelly, il progetto rappresenta uno dei momenti più significativi nel percorso dell’artista. Ha sottolineato come l’opera riesca a caricare di possibilità anarchiche materiali archeologici, melodie polifoniche e movimenti coreografici, evidenziando al contempo la dimensione collaborativa del lavoro, sviluppato insieme a una comunità di creativi. In questo processo, ha osservato, emerge una qualità che appare particolarmente necessaria nel contesto contemporaneo. Anche la commissaria Lolita Jablonskienė ha evidenziato la portata del progetto, sottolineando come l’opera attinga a idee e teorie che attraversano epoche e geografie diverse, riportando alla luce connessioni dimenticate o marginalizzate tra il visibile e l’infinito. L’installazione si inserisce così in una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte nel riattivare relazioni latenti tra passato e presente.
Il progetto sarà accompagnato da un catalogo co-curato da Louise O’Kelly e Virginija Januškevičiūtė, con il contributo grafico di Goda Budvytytė e testi critici firmati, tra gli altri, da Amelia Groom. La pubblicazione includerà anche un’intervista tra l’artista e Januškevičiūtė e sarà realizzata in collaborazione con istituzioni come il Museo Nazionale d’Arte di Vilnius, il Vleeshal Center for Contemporary Art di Middelburg e BOM DIA BOA TARDE BOA NOIT di Berlino.
L’allestimento della mostra è stato concepito da Marija Olšauskaitė, artista che sviluppa la propria pratica attraverso modalità collaborative e che ha già lavorato con Budvytytė in progetti precedenti, tra cui Song Sing Soil e Songs from the Compost: Mutating bodies, imploding stars, presentato alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
Nel corso della sua carriera, Eglė Budvytytė ha esposto in numerose istituzioni internazionali, tra cui Le Plateau a Parigi, Canal Projects a New York, Vleeshal a Middelburg, la Whitechapel Gallery a Londra e lo Stedelijk Museum di Amsterdam. Ha inoltre partecipato a importanti rassegne come la Biennale di Sydney e la Baltic Triennial, consolidando una presenza significativa nel panorama dell’arte contemporanea internazionale. Parallelamente, ha preso parte a programmi di residenza presso istituzioni come il Palais de Tokyo, la Nida Art Colony, l’OCA in Norvegia e il WIELS di Bruxelles.
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