Panama torna alla Biennale Arte di Venezia con una riflessione sulle eredità del colonialismo, sulle migrazioni forzate e sulla capacità delle comunità di preservare memoria e identità attraverso pratiche culturali condivise. In occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, il paese centroamericano presenta il suo secondo Padiglione nazionale con Tropical Hyperstition, una grande installazione ambientale e performativa firmata da Antonio José Guzmán e Iva Jankovic, il duo artistico conosciuto a livello internazionale con il nome di Messengers of the Sun, e curata da Ana Elizabeth González e Mónica E. Kupfer. Il progetto si colloca all’incrocio tra arte contemporanea, ricerca storica e memoria politica e prende avvio da una delle vicende più significative e al tempo stesso meno raccontate della storia panamense del Novecento: la costruzione del Canale di Panama e la successiva creazione della Zona del Canale, un’enclave territoriale larga circa dieci miglia e amministrata dagli Stati Uniti per gran parte del secolo scorso.
Attraverso Tropical Hyperstition, gli artisti riportano alla luce narrazioni rimaste a lungo ai margini della memoria collettiva, riattivando le storie delle comunità che furono costrette a lasciare le proprie terre e i propri villaggi a causa delle trasformazioni territoriali imposte dal grande progetto infrastrutturale. L’opera propone una rilettura critica del ruolo di Panama nella storia globale, non soltanto come punto strategico di passaggio tra oceani e continenti, ma come territorio profondamente segnato dalle ambizioni imperiali, dalle logiche del potere logistico e dalle dinamiche di ingegneria sociale che hanno accompagnato la modernità coloniale.
Elemento centrale dell’installazione è una gigantesca amaca sospesa lunga venti metri, realizzata a mano con tessuti tinti all’indaco. L’opera racchiude molteplici genealogie culturali e simboliche. Le sue origini affondano nelle pratiche ancestrali diffuse in diverse aree delle Americhe, dove il sollevamento dal suolo è tradizionalmente associato alla protezione, alla vita e ai cicli dell’esistenza. Allo stesso tempo, l’amaca richiama la cultura materiale quotidiana dei lavoratori provenienti dalle Antille che migrarono a Panama per partecipare alla costruzione del Canale. All’interno del Padiglione Panama, questo oggetto viene trasformato in una sorta di architettura monumentale del rifugio. L’amaca diventa uno spazio simbolico in cui convergono quiete, memoria e sopravvivenza, raccogliendo al suo interno le storie intrecciate delle tradizioni indigene, delle migrazioni afro-caraibiche e del processo di costruzione della nazione panamense. La struttura vuole incarnare contemporaneamente l’idea di protezione e quella di sradicamento, di appartenenza e di perdita.
L’intero ambiente è immerso nel blu dell’indaco, colore che avvolge lo spazio espositivo e mette in relazione dimensioni apparentemente opposte: l’intimità e il paesaggio, il riposo e l’estrazione delle risorse, il rifugio e la violenza storica. Nella pratica artistica di Guzmán e Jankovic l’indaco occupa da tempo un ruolo centrale e viene evocato come materiale profondamente legato alle economie coloniali, al lavoro forzato e alle gerarchie razziali che hanno caratterizzato lunghi periodi della storia globale.
Parte integrante dell’installazione sono inoltre grandi tessuti stampati che assumono la forma di collage visivi. Al loro interno compaiono fotografie d’archivio e illustrazioni dedicate alle cosiddette “città perdute” e ai loro abitanti, presenze quasi spettrali che restituiscono l’immagine di realtà cancellate. Queste testimonianze storiche vengono intrecciate con motivi grafici derivati dalle sequenze di DNA di Antonio José Guzmán, con disegni autoctoni e simboli appartenenti a tradizioni ancestrali.
Il risultato è una sorta di cartografia tessile nella quale memoria personale, patrimonio genetico e memoria collettiva si incontrano e si sovrappongono. L’opera costruisce così un territorio simbolico alternativo, in cui ciò che è stato rimosso dalla geografia ufficiale e dalla narrazione dominante trova una nuova forma di presenza.
“La nostra pratica”, dichiarano i Messengers of the Sun, “considera il rituale e la comunità come forze vive che attivano la storia, anziché limitarsi a rappresentarla. Lavorare con l’indaco significa confrontarsi con i suoi intrecci coloniali, riappropriandosene al contempo come luogo di resilienza e immaginazione decoloniale. Non intendiamo la cultura come un patrimonio immutabile, ma come qualcosa che si plasma continuamente attraverso migrazioni, tradizioni musicali e pratiche quotidiane. Il nostro lavoro va oltre la neutralità del white cube, insistendo invece sull’esperienza corporea e sulla presenza collettiva. I tessuti portano con sé la memoria, il rituale diventa uno spazio per riparare le fratture storiche e la collaborazione con il sapere ancestrale apre un processo continuo di trasformazione. Proponiamo l’arte come spazio di emancipazione, dove suono, tessuto e movimento generano nuove forme di appartenenza”.
Il lavoro prende forma anche attraverso una riflessione storica sulla Zona del Canale di Panama. Per quasi un secolo, infatti, questo territorio funzionò come uno Stato nello Stato, imponendo confini che ridefinirono la vita quotidiana, limitarono le libertà e crearono sistemi paralleli di segregazione e controllo. Interi villaggi furono smantellati. Case familiari, attività commerciali, istituzioni locali e tradizioni culturali radicate da generazioni vennero progressivamente cancellate. In nome del progresso, decine di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare le proprie comunità. Le loro città scomparvero dalle mappe e, con il passare del tempo, anche dalla memoria nazionale. Oggi questi insediamenti vengono ricordati come “lost towns”, città perdute che testimoniano il costo umano nascosto dietro la narrazione trionfalistica del Canale, spesso celebrato come una straordinaria impresa civilizzatrice realizzata in un territorio descritto erroneamente come vuoto.
A rafforzare l’esperienza immersiva del progetto contribuisce la sua dimensione sonora. Il Padiglione viene infatti attraversato da un ambiente acustico spazializzato che combina il rumore dell’acqua, le voci umane e i suoni delle grandi infrastrutture ingegneristiche. Questi elementi vengono intrecciati con ritmi caraibici, interpretati dagli artisti come forme codificate di sopravvivenza culturale capaci di trasportare memoria e ritualità attraverso le generazioni. Le cadenze musicali accompagnano i visitatori in un paesaggio segnato dallo sradicamento e dall’appartenenza frammentata, evocando una diaspora costruita attraverso espulsioni, migrazioni forzate e continue negoziazioni identitarie. In questo modo il suono non rappresenta semplicemente un accompagnamento all’opera visiva, ma diventa una componente essenziale della sua struttura narrativa.
Le curatrici Ana Elizabeth González e Mónica E. Kupfer dichiarano: “Questo progetto offre un modo diverso di interagire con la storia nello spazio espositivo, un modo plasmato dall’esperienza vissuta e da una presenza costante. Mettendo al centro l’indaco e le pratiche tessili come forme attive di conoscenza, gli artisti mettono in dialogo le storie coloniali e la memoria della diaspora con l’espressione culturale contemporanea. L’opera invita i visitatori a connettersi fisicamente e sensorialmente, usando il rituale come mezzo per aprire l’arte a uno spazio condiviso di ricordo e reimmaginazione culturale”.
Antonio José Guzmán (Panama, 1971) e Iva Jankovic (Jugoslavia, 1979) uniscono tessuti, suoni e memoria in un approccio multidisciplinare che rivisita i percorsi e gli immaginari dell’Atlantico Nero, la cultura ibrida e transnazionale che trae origine dall’esperienza storica della diaspora africana. Il loro lavoro si concentra sull’indaco come portatore di memoria: un materiale intriso dell’eredità della schiavitù, dello scambio e dello spostamento forzato, la cui presenza si estende dai tessuti tinti alle tradizioni sonore afro-caraibiche. Nel laboratorio di stampa a blocchi Ajrakh di Sufiyan Khatri, nel Gujarat, in India, creano tessuti che si dispiegano come superfici stratificate di iscrizioni, dove si intersecano l’iconografia Adinkra dell’Africa occidentale, i motivi mesoamericani e i modelli e i pensieri afrofuturisti. Gli artisti attingono anche a documenti storici e fotografie d’epoca per creare collage e poesie visive di memoria condivisa, tracciando connessioni tra continenti e mettendo in luce le impronte persistenti dei sistemi coloniali e delle potenze economiche globali. Basandosi su ricerche d’archivio e risonanze sonore, gli artisti riflettono su come i canti di resistenza, radicati nel passato vissuto dalle comunità africane della diaspora e indigene, persistano e si trasformino nel tempo, trovando nuova espressione in forme musicali come il dub. Estendendosi oltre il piano tessile, il loro lavoro prende forma attraverso installazioni e performance, generando ambienti immersivi che invitano alla riflessione sul movimento, la resilienza e la continuità culturale, aprendo al contempo una riconsiderazione dei confini attraverso la lente dell’esperienza diasporica intrecciata.
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