È scomparso all’età di 86 anni Bruno Bischofberger, tra i più influenti mercanti d’arte del secondo Novecento e protagonista assoluto del mercato internazionale dell’arte contemporanea. L’annuncio della scomparsa è stato diffuso dalla sua galleria, la Galerie Bruno Bischofberger, e dalla famiglia con una nota che lo ricorda come “una figura guida del mondo dell’arte internazionale”, capace di trasformare profondamente la storia del collezionismo e della promozione artistica tra Europa e Stati Uniti. “Con la sua passione inesauribile per l’arte e la cultura, la sua incomparabile vasta conoscenza, il suo sguardo critico, la sua determinazione e la sua capacità visionaria, Bruno Bischofberger è stato molto più di un mercante d’arte”, si legge nel comunicato diffuso dalla famiglia. “È stato un pioniere, un maestro, un mecenate e un artista nel senso più ampio del termine. Senza di lui, la storia dell’arte della seconda metà del XX secolo sarebbe stata scritta diversamente”.
La figura di Bischofberger è stata centrale nella costruzione di un ponte culturale tra Europa e Stati Uniti in un momento cruciale della storia artistica contemporanea. Nato a Zurigo il primo gennaio 1940, studiò storia dell’arte, archeologia ed etnografia all’Università di Zurigo, proseguendo poi la formazione accademica a Bonn e Monaco di Baviera. Fin dagli anni giovanili mostrò un interesse particolare per i linguaggi artistici emergenti e per le trasformazioni culturali che stavano ridefinendo il panorama creativo internazionale nel dopoguerra. Nel 1963 aprì la sua prima galleria a Zurigo, in Pelikanstrasse, inizialmente con il nome di City-Galerie. Fu un gesto quasi pionieristico per la scena artistica svizzera dell’epoca. A metà degli anni Sessanta il sistema dell’arte europeo guardava ancora con una certa diffidenza alla nuova arte americana, ma Bischofberger comprese immediatamente la portata rivoluzionaria di quei linguaggi.
Nel 1965 organizzò nella sua galleria una delle prime mostre europee dedicate alla Pop Art, esponendo opere di artisti destinati a diventare figure leggendarie della cultura visiva contemporanea: Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Andy Warhol, Tom Wesselmann, Claes Oldenburg e Jasper Johns. La sua galleria divenne rapidamente un punto di riferimento internazionale per il collezionismo e la critica d’arte.
Negli anni Settanta Bischofberger consolidò ulteriormente il proprio ruolo di promotore delle avanguardie americane, ampliando però il raggio della propria ricerca. Oltre alla Pop Art, iniziò infatti a lavorare con artisti legati al Minimalismo, alla Land Art e all’Arte Concettuale, come Sol LeWitt, Donald Judd, Dan Flavin, Bruce Nauman, Joseph Kosuth e On Kawara. Parallelamente sostenne anche i protagonisti del Nouveau Réalisme francese, tra cui Yves Klein, Daniel Spoerri e Jean Tinguely.
Se negli anni Sessanta e Settanta Bischofberger fu uno dei principali mediatori della cultura artistica americana in Europa, negli anni Ottanta divenne una figura chiave per l’affermazione internazionale del Neo-espressionismo. Fu tra i primi a credere in artisti allora emergenti come Jean-Michel Basquiat, Julian Schnabel, George Condo, Francesco Clemente, David Salle, Enzo Cucchi, Peter Halley, Miquel Barceló e altri protagonisti della nuova pittura internazionale.
Tra tutte le relazioni costruite da Bischofberger nel corso della sua carriera, quella con Andy Warhol resta probabilmente la più celebre e influente. I due si incontrarono per la prima volta a New York nel 1966, avviando un rapporto professionale e umano destinato a durare fino alla morte dell’artista nel 1987. Durante un successivo incontro, nel 1968, Warhol mostrò al gallerista svizzero una serie di opere giovanili mai pubblicate. Bischofberger ebbe la possibilità di selezionare undici lavori considerati oggi fondamentali nella produzione iniziale dell’artista americano, tra cui dipinti dedicati a Superman, Batman, Coca-Cola e diverse tele della serie Death and Disaster. Fu in quell’occasione che Warhol concesse a Bischofberger il diritto di prelazione a vita sulle sue opere future, un privilegio eccezionale che testimonia il livello di fiducia e di complicità creativa instaurato tra i due. Quel rapporto contribuì a ridefinire il mercato dell’arte contemporanea internazionale.
Bischofberger non fu soltanto un mercante o un collezionista. Partecipò direttamente alla costruzione dell’immagine pubblica di Warhol e del suo sistema creativo. Nel 1969 contribuì insieme all’artista alla fondazione della rivista Interview, destinata a diventare uno dei simboli culturali della New York artistica e mondana degli anni Settanta e Ottanta. Nel 1970 Warhol realizzò anche un ritratto del gallerista svizzero. Fu ancora Bischofberger a suggerire un sistema standardizzato per la produzione dei celebri ritratti su commissione dell’artista americano, definendo dimensioni e prezzi delle opere destinate ai clienti della galleria. Quel modello commerciale divenne negli anni successivi una delle principali fonti di reddito per Warhol.
Altrettanto decisivo fu il ruolo di Bischofberger nella carriera di Jean-Michel Basquiat. Il gallerista vide per la prima volta le opere dell’artista newyorkese nel 1981 e già l’anno successivo divenne il suo principale mercante a livello mondiale. Il rapporto durò fino alla morte prematura di Basquiat nel 1988. Fu ancora Bischofberger a favorire l’incontro tra Warhol e Basquiat, intuendo le potenzialità di una collaborazione che sarebbe diventata una delle più celebri della storia dell’arte contemporanea. Secondo diversi racconti, l’idea nacque dopo che Basquiat aveva realizzato alcuni disegni insieme alla figlia di Bischofberger, Cora, allora bambina.
Le collaborazioni tra Warhol, Basquiat e Francesco Clemente, incoraggiate dal gallerista svizzero, produssero una stagione artistica irripetibile che contribuì a rilanciare anche la pratica pittorica di Warhol. Basquiat convinse infatti il maestro della Pop Art a tornare alla pittura manuale dopo oltre vent’anni di utilizzo quasi esclusivo della serigrafia.
Bischofberger coltivò sempre rapporti personali molto stretti con gli artisti con cui lavorava. Molte di quelle amicizie durarono per tutta la vita e contribuirono a creare una rete internazionale di collezionisti, curatori e intellettuali che riconoscevano nel gallerista svizzero una figura di riferimento.
Nel 2013 la galleria lasciò Zurigo per trasferirsi a Männedorf, nei pressi del lago di Zurigo, all’interno di un complesso ricavato da un’ex area industriale. A partire dal 2005 Bischofberger aveva progressivamente sviluppato il sito con edifici progettati dalla figlia Nina Bischofberger e dal marito Florian Baier. Il nuovo centro ospitava spazi espositivi, depositi, archivi e collezioni private.
Bischofberger fu anche un raffinato promotore culturale. Celebri divennero le campagne pubblicitarie realizzate sul retro di riviste specializzate come Artforum e Kunstbulletin. Invece di mostrare le opere esposte, quelle pagine proponevano fotografie della vita tradizionale svizzera, creando un curioso cortocircuito tra arte contemporanea e cultura popolare alpina. Nel 2018 l’artista Peter Fischli e il curatore Hilar Stadler dedicarono addirittura una mostra a quelle celebri copertine.
Nel corso della sua carriera Bruno Bischofberger contribuì a ridefinire il ruolo del gallerista contemporaneo. Non semplice intermediario commerciale, ma costruttore di relazioni culturali, interprete delle trasformazioni artistiche e promotore di nuove visioni estetiche. La sua influenza fu tale da attraversare generazioni e continenti, incidendo profondamente sulle dinamiche del mercato globale dell’arte.
La sua storia personale si intreccia con alcune delle figure più importanti della cultura visiva del Novecento e con momenti chiave della storia artistica contemporanea. Anche il cinema ne ha restituito il peso simbolico: nel film Basquiat diretto da Julian Schnabel nel 1996, il ruolo di Bruno Bischofberger venne interpretato da Dennis Hopper.
Bischofberger lascia la moglie Yoyo, le figlie Lea, Nina e Cora, il figlio Magnus e dieci nipoti. La famiglia, insieme allo staff della galleria e delle collezioni, ha annunciato l’intenzione di proseguire il lavoro di conservazione e valorizzazione dell’eredità culturale costruita nel corso di oltre sessant’anni di attività. Con la scomparsa di Bruno Bischofberger si chiude una stagione irripetibile del mercato e della cultura artistica internazionale. Una stagione in cui il gallerista poteva ancora essere scopritore di talenti, complice creativo degli artisti e protagonista diretto della costruzione della storia dell’arte contemporanea.
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