Roma, 1621. In quell’anno il medico, erudito e collezionista Giulio Mancini si interessò a una grande tela di Rutilio Manetti (Siena, 1571 – 1639), da poco giunta in città: si trattava dell’Allegoria delle Quattro Stagioni dipinta dal pittore senese attorno al 1620. Il medico, erudito e collezionista non si limitò ad apprezzarla, bensì cercò anche di procurarsi una replica per la propria raccolta. A distanza di quattro secoli, quella stessa opera è entrata nelle collezioni dei Musei Nazionali di Siena e attualmente è esposta a Palazzo Chigi Piccolomini alla Postierla. L’opera viene presentata al pubblico il 16 settembre.
“L’acquisizione dell’Allegoria delle Quattro Stagioni di Rutilio Manetti segna la volontà della Pinacoteca Nazionale di Siena di essere più che mai il museo di riferimento per lo studio della pittura senese”, afferma il direttore della Pinacoteca di Siena, Axel Hémery. “Il Seicento è rimasto a lungo nell’ombra della pittura medievale e rinascimentale. Il nuovo allestimento della Pinacoteca che verrà presentato entro la fine dell’anno proporrà una narrazione più completa del corso della pittura senese. L’ultima sezione, quella del Seicento, sarà totalmente trasformata rispetto all’allestimento precedente grazie a delle acquisizioni e a dei trasferimenti tra Palazzo Chigi alla Postierla e la Pinacoteca. Tre delle quattro sale saranno costruite attorno a un protagonista di questa scuola, da Francesco Vanni a Rutilio Manetti e a Bernardino Mei. L’Allegoria delle Quattro Stagioni è un quadro che segna una svolta e simboleggia un nuovo corso con il suo impatto visivo, la sua storia e la sua iconografia”.
Come ricostruisce Giulia Cantoni, funzionaria storica dell’arte, la vicenda dell’ Allegoria delle Quattro Stagioni è documentata da un interessante carteggio conservato presso l’Archivio della Società di Esecuzioni di Pie Disposizioni di Siena, nell’ambito dell’Eredità Mancini. Sono le lettere scritte da Giulio Mancini al fratello Deifebo a restituire la misura dell’interesse suscitato dal dipinto nella Roma del primo Seicento. Il 2 gennaio 1621 Mancini annunciava l’arrivo di un grande quadro con le quattro stagioni, eseguito da Rutilio, sottolineando come fosse considerato a Roma un’opera di grande qualità e dichiarando il proprio apprezzamento insieme a quello di Maestro Astolfo. Nella stessa lettera valutava la possibilità di acquistare per sé un’opera simile, ritenendola un investimento che non avrebbe perso valore nel tempo.
Poche settimane dopo, il 16 gennaio 1621, Mancini tornava sulla tela, insistendo sulla sua qualità e osservando che, nella produzione di Manetti, non tutte le opere erano riuscite allo stesso modo. L’Allegoria delle Stagioni costituiva, secondo il collezionista, un caso particolare. Mancini si mostrava inoltre sorpreso dalle circostanze della commissione: un dipinto così grande e ambizioso era stato richiesto non da un cardinale (come avrebbe potuto aspettarsi), bensì da un artigiano, un certo “Andrea raccamatore” di arazzi. La committenza non sarebbe dunque riconducibile al cardinale Orsini, figura di rilievo della curia romana. La tela si trovava già in un contesto nel quale la pittura di Manetti stava attirando l’attenzione. La sua storia si sarebbe poi intrecciata direttamente con quella dello stesso Giulio Mancini. Attraverso la raccomandazione del cardinale Scaglia e successivamente del cardinale Maurizio di Savoia, Mancini si adoperò infatti affinché a Manetti fosse conferita la Croce di Cavaliere. In cambio, il collezionista sperava di ricevere una replica dell’Allegoria delle stagioni destinata alla propria raccolta.
Il progetto non andò però a buon fine. Le ragioni non sono certe e sono state ricondotte, da un lato, alle difficoltà nella mediazione del fratello Deifebo e, dall’altro, al possibile disinteresse dello stesso Manetti, che avrebbe risposto lentamente alle richieste del collezionista. Il 17 aprile 1621 Giulio Mancini tornò sull’argomento in una lettera al fratello, sollecitando una risposta dell’artista e lasciando trasparire una certa impazienza. L’interesse per le opere di Manetti, osservava, rischiava di diminuire se i tempi si fossero dilatati, tanto che scriveva al fratello di riferire all’artista che le sue “primitie” erano gustose, ma che dopo tre o quattro mesi avrebbero potuto non suscitare più lo stesso interesse.
Il carteggio è oggi uno degli elementi che rendono rilevante la storia della tela. Non si tratta soltanto di una testimonianza sulla fortuna del dipinto nei primi anni successivi alla sua realizzazione, ma anche di un documento che collega direttamente l’opera alla rete di rapporti artistici, collezionistici e culturali che univa Siena e Roma nel primo Seicento. A questo percorso storico si aggiunge la qualità pittorica dell’opera, attribuita a Rutilio Manetti da Roberto Longhi nel 1927. Lo studioso la considerò una “pittura bellissima con le Età della Vita”, indicandola come esempio dello stile misto del pittore senese, capace di combinare la ricerca naturalistica e il caravaggismo con una più antica attenzione all’eleganza formale.
La tela colpisce innanzitutto per le sue dimensioni monumentali. Le quattro personificazioni sono disposte secondo un andamento semicircolare e costruiscono una composizione dinamica, nella quale ogni figura assume una posa diversa. Al tempo stesso, l’insieme è regolato da un preciso equilibrio compositivo. La Primavera è una giovane fanciulla dalle fattezze dolci, coronata di fiori. Con una mano porge una manciata di fiori all’Estate, rappresentata accanto a lei come una giovane donna nuda seduta presso covoni di grano e meloni. All’estremità destra compare l’Autunno, un giovane uomo dalla muscolatura ancora caratterizzata da una sensibilità manieristica. Ha una ghirlanda di vite sul capo e tiene alcuni grappoli d’uva, mentre un putto gli porge altri grappoli. Al centro della scena si trova invece l’Inverno, raffigurato come un vecchio tremante e raccolto in se stesso. Accanto a lui un putto cerca di riscaldarlo avvicinandogli un tizzone ardente. La successione delle quattro età dell’anno si trasforma così anche in una rappresentazione delle diverse età dell’uomo, dalla giovinezza alla vecchiaia.
È proprio nella relazione tra le figure e nella loro resa fisica che emerge uno degli aspetti più caratteristici della pittura di Manetti. L’artista guarda al dato naturale, osservando corpi, fisionomie e gesti, ma mantiene allo stesso tempo un’attenzione per il disegno e per la costruzione formale. La fronte rugosa e il ventre grinzoso dell’Inverno restituiscono con immediatezza i segni dell’età, mentre le pose delle altre figure introducono nella composizione una componente di spontaneità. Il naturalismo non cancella dunque l’eleganza. Le figure conservano una costruzione attentamente studiata e il rapporto tra corpi, attributi e spazio risponde a un’organizzazione precisa. È questa compresenza di registri differenti a costituire lo “stile misto” al quale si riferiva Longhi.
Anche la luce partecipa alla definizione delle figure. Manetti costruisce un articolato sistema di chiaroscuri, alternando zone illuminate e aree d’ombra che modellano i corpi e ne sottolineano o nascondono le forme. Particolarmente rilevante è il trattamento dell’Estate, vista di profilo: la luce raggiunge la gota della giovane e si attenua progressivamente, fino a lasciare il volto immerso in una zona d’ombra. La ricerca luministica si combina con la morbidezza dell’impasto cromatico. Tra i dettagli più rilevanti figurano le lumeggiature sulla pelle dell’Inverno e il controluce che interessa il volto e il corpo del putto intento a soffiare sul ceppo acceso. In questi passaggi la luce diventa uno strumento per rendere la consistenza dei corpi e, nello stesso tempo, per costruire effetti pittorici di particolare complessità.
Alcune delle figure dell’Allegoria delle stagioni trovano inoltre corrispondenze in altre opere realizzate da Manetti negli stessi anni. I tipi fisici utilizzati nella tela ricompaiono nelle due versioni della Maddalena conservate in collezioni private e nel Riposo nella fuga in Egitto, dipinto del 1621 oggi conservato a Siena, nella chiesa di San Pietro alle Scale. Il volto della Primavera venne invece riutilizzato dall’artista intorno al 1622 nel dipinto Ruggero e Alcina, oggi alla Galleria Palatina di Firenze, come aveva rilevato lo storico Alessandro Bagnoli nel catalogo della mostra del 1978.
Come indica la storica Cantoni, il tema delle Quattro Stagioni, pur immediatamente riconoscibile, non è particolarmente frequente nella pittura naturalistica del primo Seicento. La tela di Manetti può essere confrontata con le Allegoria delle Quattro Stagioni di Bartolomeo Manfredi, datate intorno al 1610 e conservate al Dayton Art Institute di Dayton (Ohio), e con quelle di Guido Reni, conservate al Museo di Capodimonte e datate al 1617-1620. Nel dipinto di Manfredi le figure sono organizzate secondo una composizione più rigida e chiusa, mentre il confronto con Reni mostra maggiori analogie. Le due opere sono pressoché contemporanee e condividono la disposizione semicircolare delle personificazioni. Anche il particolare delle gambe distese dell’Estate trova un parallelo nella tela del Reni.
Il riferimento iconografico principale è l’Iconologia di Cesare Ripa, testo che Manetti conosceva anche attraverso un’edizione stampata a Siena nel 1613 dagli “Heredi di Matteo Florimi”, che l’artista conosceva personalmente. Ad ogni modo il rapporto con il testo di Ripa non è letterale. Manetti riprende alcuni degli attributi indicati nell’Iconologia e se ne discosta in altri casi, adattando le personificazioni alle proprie esigenze figurative. La Primavera ad esempio, conserva alcuni degli elementi indicati da Ripa: è una giovane fanciulla coronata di fiori e con i fiori tra le mani, in riferimento all’infanzia dell’anno e alla fertilità della terra. Anche l’Inverno mantiene il carattere del vecchio canuto e rugoso che si scalda al fuoco, associato alla vecchiaia dell’anno e alla terra ormai stanca delle proprie attività naturali, fredda, malinconica e priva di bellezza.
L’Estate è invece rappresentata in modo diverso rispetto alla descrizione di Ripa, che proponeva una giovane dall’aspetto robusto, coronata di spighe di grano, vestita di giallo e con una fiammella accesa nella mano destra. Manetti sceglie una soluzione differente, raffigurandola nuda, accanto ai prodotti della stagione, con covoni di grano e meloni. Ancora più marcata è la distanza dall’Iconologia nel caso dell’Autunno. Al posto della “donna di età virile, grassa, e vestita riccamente” descritta da Ripa, il pittore presenta un giovane uomo di carattere bacchico. Restano perògli attributi fondamentali dell’uva e della vite, che rimandano all’abbondanza di vino, frutti e di tutte le cose destinate all’uso degli uomini. Il ciclo annuale assume così un significato ulteriore. Le quattro stagioni corrispondono alle diverse età dell’esistenza umana e costruiscono un movimento circolare nel quale la giovinezza conduce alla vecchiaia e il ciclo ricomincia. Il soggetto, apparentemente semplice, contiene quindi una dimensione iconologica e filosofica legata anche alla concezione stoica del tempo e della natura.
Rutilio Manetti si integra in questo contesto con un linguaggio che, nella maturità, aveva ormai superato gli esordi legati alla cultura di Francesco Vanni e Ventura Salimbeni. Nato a Siena nel 1571, l’artista si formò nelle botteghe dei due pittori senesi e nel 1597 iniziò a lavorare autonomamente. Alla formazione locale aggiunse progressivamente suggestioni provenienti dal naturalismo della scuola bolognese e dal luminismo della pittura caravaggesca, sviluppando una vivacità narrativa che caratterizza una parte importante della pittura senese dei primi decenni del Seicento. L’Allegoria delle Quattro Stagioni appartiene dunque a una fase nella quale queste componenti sono ormai compresenti. La monumentalità della composizione, l’attenzione alla realtà fisica dei personaggi, la costruzione luministica e la persistenza di eleganze formali testimoniano il carattere composito della ricerca dell’artista.
La tela era stata esposta pubblicamente per l’ultima volta nel 1978, durante la grande mostra monografica dedicata a Rutilio Manetti al Palazzo Pubblico di Siena, curata da Alessandro Bagnoli. Successivamente l’opera è passata attraverso il mercato antiquario e in seguito è stata indicata presso la Galleria Robilant+Voena di Milano, con riferimento a Weston 2022. Lo stato di conservazione dell’opera è stato verificato anche in occasione della XXXII edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, svoltasi a Palazzo Corsini dal 24 settembre al 2 ottobre 2022. La tela risultava in buone condizioni conservative.
La scelta dei Musei Nazionali di Siena di acquistare l’opera si fonda quindi su più elementi: il ruolo dell’opera nella produzione di Manetti, la qualità pittorica, la documentazione che ne attesta la presenza a Roma già nel 1621 e il legame con la storia del collezionismo senese, testimoniato in particolare dalle lettere di Giulio Mancini. L’acquisizione permette inoltre di ampliare il nucleo di opere di Rutilio Manetti già presenti nelle collezioni dei Musei Nazionali di Siena, come il San Paolo conservato presso il Museo Civico della città o ancora La cena di Emmaus, Santa Maria Maddalena che legge, San Girolamo penitente e La Beata Vergine della Ghiara e San Francesco di Paola conservati presso Palazzo Sansedoni nel centro di Siena. La nuova tela offre così un ulteriore elemento per ricostruire la produzione del pittore senese e seguirne l’evoluzione stilistica, mettendo in relazione la cultura figurativa locale con il naturalismo bolognese e il luminismo caravaggesco.
L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia
Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.La tua lettura settimanale su tutto il mondo dell'arte
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