L’artista curdo-turco Ahmet Güneştekin (Batman, 1966) torna in Italia con una nuova mostra personale dopo la recente esposizione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Intitolata Sessizlik / Silenzio e curata da Sergio Risaliti, l’esposizione (visitabile dal 6 maggio al 1 novembre 2026), coincide con l’avvio delle attività culturali della Fondazione Güneştekin presso Palazzo Gradenigo, nel sestiere di Castello a Venezia, edificio acquistato e restaurato dall’artista dopo un lungo intervento conservativo. La mostra si sviluppa nelle sale del palazzo parallelamente alla Biennale Arte di Venezia 2026, instaurando un dialogo diretto con il progetto curatoriale In Minor Keys di Koyo Kouoh, dedicato alle esperienze marginali, invisibili e represse della contemporaneità.
Per Güneştekin, il silenzio rappresenta uno spazio di memoria e resistenza. Le opere disseminate tra gli ambienti interni ed esterni del palazzo, porte secolari, figure monumentali in bronzo, maschere e installazioni costruiscono un percorso che affronta il rapporto tra memoria comune, rimozione storica e fragilità umana. Migranti, lavoratori, persone sradicate o lasciate ai margini diventano così il centro simbolico dell’intero progetto espositivo: presenze che restituiscono il peso delle tragedie contemporanee e delle storie escluse dalle grandi narrazioni ufficiali.
Nato nel 1966 a Batman, città della Turchia posizionata nella regione dell’Anatolia sud orientale, Güneştekin ha sviluppato negli anni una ricerca multidisciplinare che fonde mito, oralità, archeologia della memoria e contro-narrazione storica. Attraverso pittura, video, installazione e scultura, il suo lavoro affronta temi come appartenenza, migrazione, conflitto e identità culturale, trasformando spesso l’opera in uno spazio coinvolgente e percettivo.
In questa intervista, fatta durante i giorni di apertura della Biennale, Ahmet Güneştekin approfondisce il significato di Sessizlik / Silenzio come esperienza filosofica, politica e sensoriale, soffermandosi sul ruolo dell’artista nel presente e sulla necessità di rendere visibili memorie lasciate ai margini. Il silenzio, nelle sue parole, diventa una soglia attraverso cui emergono narrazioni represse, lingue perdute e vite fragili che la società contemporanea tende a ignorare. Le figure presenti nella mostra, migranti, lavoratori, persone disabili, individui sradicati, sono portatori di una memoria che interroga direttamente il visitatore.
L’artista riflette inoltre sul rapporto tra mito, scienze sacre e contemporaneità, descrivendo la mostra come uno spazio mentale e percettivo nel quale il pubblico è chiamato a vivere un’esperienza di attraversamento emotivo e intellettuale. Attraverso simboli, figure silenziose e materiali carichi di memoria, Güneştekin costruisce un dialogo sul peso delle assenze, sulla rimozione storica e sulla possibilità dell’arte di trasformarsi ancora oggi in uno strumento di testimonianza, coscienza e resistenza. Ecco cosa ci ha raccontato.
NC. In che modo la Sua presenza a Venezia durante la Biennale d’Arte 2026 con il progetto Sessizlik / Silenzio contribuisce a ridefinire il ruolo dell’artista nel contesto contemporaneo?
AG. La mostra è stata per me un’esperienza significativa che ha aperto una nuova riflessione sul ruolo dell’artista nel mondo contemporaneo. Oggi il compito dell’artista non è soltanto produrre opere; è rendere visibile la memoria, creare spazio per le storie represse e portare la coscienza del proprio tempo. Questo progetto, realizzato a Palazzo Gradenigo, si è trasformato in una visibilità internazionale per memorie lasciate nel silenzio. In questo senso, porta l’artista oltre la figura che produce semplicemente estetica; verso una testimonianza che costruisce un ponte tra storia, società e memoria dell’umanità. Attraverso porte secolari, figure in bronzo, maschere e sculture silenziose, in realtà pongo questa domanda: di cosa parla una società, cosa sceglie di tacere e in quale silenzio la verità continua a vivere? Oggi l’arte contemporanea non è più soltanto uno spazio da osservare; è uno spazio di esperienza da affrontare, sentire ed entrare intellettualmente. Anche Sessizlik / Silenzio invita il pubblico non soltanto a una mostra, ma a un’esperienza condivisa di memoria e coscienza.
Qual è il senso dell’esposizione ospitata a Palazzo Gradenigo e in che modo la dimensione del silenzio diventa dispositivo filosofico e politico all’interno del percorso?
Il tema centrale della mostra Sessizlik / Silenzio è confrontarsi con le modalità attraverso cui la memoria viene messa a tacere e rendere visibile il linguaggio invisibile custodito dal silenzio. Qui il silenzio non è una muta passività; al contrario, è una potente forma espressiva che porta con sé un peso storico, politico e umano. A volte il grido più grande di una società si nasconde proprio in ciò che non riesce a dire. Lungo il percorso espositivo, il visitatore non si muove soltanto tra le opere; attraversa anche memorie represse, lingue perdute, narrazioni dimenticate e storie lasciate nel silenzio. Per questo le porte secolari, le figure in bronzo, le maschere e le sculture silenziose non sono semplicemente oggetti estetici; sono portatori di memoria che testimoniano il tempo. Il concetto di silenzio qui si trasforma in uno spazio filosofico, perché lascia il visitatore solo davanti agli strati invisibili della verità. Diventa anche uno strumento politico, perché rende nuovamente visibile ciò che è stato messo a tacere, reso invisibile e represso. Per me questa mostra indaga la forza di resistenza del silenzio all’interno di un’epoca rumorosa. Perché a volte la verità non urla; continua semplicemente a esistere in silenzio.
Che cosa hanno portato le figure rappresentate nelle sculture, migranti, lavoratori, disabili, individui in condizione di instabilità, nella costruzione narrativa e simbolica dell’intero progetto espositivo?
Non sono soltanto figure rappresentate, ma i principali portatori di memoria che costituiscono l’ossatura morale dell’esposizione. Per me queste persone non sono “l’altro”; sono il centro invisibile lasciato ai margini dal mondo moderno. Gran parte delle più grandi tragedie del nostro tempo si manifesta nei loro corpi, nei loro volti e nei loro silenzi. Per questo le figure presenti nelle sculture smettono di essere ritratti individuali e si trasformano in una narrazione collettiva dell’umanità. Il peso portato da un migrante, la stanchezza fisica di un lavoratore, la lotta invisibile di una persona con disabilità o la perdita di appartenenza di un individuo sradicato costruiscono, nella struttura simbolica della mostra, un linguaggio comune della memoria. È proprio qui che il silenzio acquista importanza. Perché le vite fragili sono spesso quelle meno ascoltate. Le sofferenze che le società scelgono di ignorare crescono per lo più nel silenzio. Il peso delle figure in bronzo, il volto annullato delle maschere e le tracce storiche custodite dalle porte secolari ricordano che queste vite fragili non appartengono soltanto al presente, ma alla storia stessa dell’umanità. Credo che uno dei compiti dell’arte sia rendere visibile ciò che è invisibile. Ed è esattamente ciò che fanno le figure di questa mostra: riportano vite lasciate nel silenzio nella memoria collettiva dell’umanità.
Che cosa dovranno aspettarsi i visitatori attraversando gli spazi distribuiti tra interno ed esterno del palazzo e quale esperienza percettiva e mentale dovrebbe emergere dal dialogo tra mito, scienza sacra e contemporaneità?
Dal momento in cui entreranno a Palazzo Gradenigo, i visitatori non attraverseranno semplicemente una mostra: entreranno in un viaggio stratificato tra tempo, memoria e condizioni umane. Le installazioni diffuse negli spazi interni ed esterni del palazzo trasformano il visitatore non in spettatore di una narrazione lineare, ma in parte di un’esperienza emotiva, intuitiva e mentale. Ogni porta, ogni figura in bronzo, ogni maschera e ogni volto silenzioso funziona come una soglia aperta tra passato e presente. È proprio qui che entra in gioco la relazione tra mitologia, scienze sacre e realtà contemporanea. Perché, anche se la storia dell’umanità cambia, paure, migrazioni, ricerca di appartenenza, lutto, potere, memoria e forme del silenzio continuano a esistere trasformandosi. Ciò che mi interessa è rivelare i legami invisibili tra le narrazioni antiche e la fragile realtà del presente. Per questo nella mostra le immagini mitologiche non sono semplicemente riferimenti al passato; diventano strumenti simbolici che cercano di comprendere la condizione spirituale e sociale dell’essere umano contemporaneo. I riferimenti alle scienze sacre intendono invece far riflettere sul rapporto profondo che l’essere umano costruisce con l’universo, con il tempo e con la propria esistenza. In questo modo la mostra smette di essere soltanto un’esperienza visiva e si trasforma in uno spazio mentale e percettivo. Per me è importante che il visitatore lasci lo spazio a volte sentendosi dentro un rituale, a volte confrontandosi con il peso di una memoria storica, altre volte ancora incontrando il proprio silenzio interiore. Perché Sessizlik / Silenzio, in definitiva, è stato concepito non come uno spazio da guardare soltanto, ma come uno spazio in cui entrare, da sentire e da vivere intellettualmente.
Quale legame esiste tra Sessizlik / Silenzio e il progetto curatoriale della Biennale di Venezia 2026?
Tra Sessizlik / Silenzio e la Biennale di Venezia 2026 esiste non soltanto una relazione temporale, ma anche un forte legame concettuale. Il titolo scelto dalla curatrice della Biennale di Venezia 2026 Koyo Kouoh, In Minor Keys, si concentra proprio su esperienze invisibili, represse, esistenti a bassa voce ma capaci di lasciare tracce profonde nella memoria dell’umanità. Questo approccio si intreccia in modo naturale con l’ossatura concettuale di Sessizlik / Silenzio. Perché per me il silenzio non è mai stato vuoto o una passiva assenza di voce; al contrario, è sempre stato uno spazio che custodisce l’invisibile, protegge la memoria e approfondisce la verità. I migranti, i lavoratori, le persone sradicate, le vite fragili, le porte secolari e le figure silenziose presenti nella mostra rappresentano proprio quelle condizioni umane invisibili a cui rimanda l’approccio di In Minor Keys. L’approccio curatoriale di Koyo Kouoh apre spazio non alle grandi narrazioni, ma a strati più fragili, più poetici e più umani. Anche Sessizlik / Silenzio, allo stesso modo, lavora non attraverso una rappresentazione ad alta voce, ma attraverso sussurri, tracce di memoria, simboli e testimonianze silenziose. Per questo la mostra a Palazzo Gradenigo stabilisce una relazione organica con l’atmosfera concettuale della Biennale. Mitologia, memoria collettiva, migrazione, appartenenza, lutto e vite rese invisibili trovano una corrispondenza comune sia nell’approccio curatoriale della Biennale sia nello spirito di Sessizlik / Silenzio. Per me ciò che conta è che l’arte possa ancora oggi toccare il mondo interiore dell’essere umano e la coscienza collettiva. Per questo Sessizlik / Silenzio propone un’esperienza di memoria e umanità che procede sulla stessa frequenza dello spazio concettuale aperto dalla Biennale nei confronti del mondo contemporaneo.
L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia
Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.Per inviare il commento devi
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