C’è una parte del corpo che attraversa la storia dell’arte restando quasi sempre ai margini, raramente protagonista e spesso relegata a ruolo secondario. Eppure, proprio in questa apparente assenza si nasconde una delle chiavi più interessanti per leggere l’evoluzione della rappresentazione occidentale. È da questa intuizione che nasce una curiosa mostra in Francia: s’intitola Vu[e]s de dos. Une figure sans portrait ed è allestita negli spazi del museo Les Franciscaines a Deauville, aperta al pubblico dal 28 febbraio al 31 maggio 2026 e curata da Annie Madet-Vache.
Per la prima volta, un’esposizione sceglie di porre al centro della propria indagine la figura vista di spalle, affrontandone la portata simbolica, estetica e culturale. Un tema che, pur attraversando secoli di produzione artistica, non era mai stato oggetto di una riflessione autonoma. Espressioni comuni come “voltare le spalle” o “essere con le spalle al muro” testimoniano quanto questa parte del corpo sia carica di significati nel linguaggio quotidiano. Tuttavia, il suo ingresso nella storia dell’arte come soggetto principale è sorprendentemente tardivo. La mostra, frutto di anni di ricerche, si sviluppa come un percorso cronologico che dalla tarda antichità conduce fino alla contemporaneità, alternando momenti di lettura lineare a approfondimenti tematici. Il visitatore è invitato a interrogarsi sulle ragioni di questa lunga assenza e sulle trasformazioni che, nel corso dei secoli, hanno reso possibile l’emergere del dorso come elemento centrale dell’immagine.
Nel mondo antico, le rappresentazioni di figure viste di spalle sono rare ma non assenti. I pochi esempi giunti fino a noi dimostrano come gli artisti fossero già in grado di utilizzare questa postura con consapevolezza. Tuttavia, è nel Medioevo che il fenomeno si riduce ulteriormente. Dominata da un’iconografia di matrice religiosa, la produzione artistica privilegia figure frontali o di profilo, funzionali al riconoscimento e alla devozione. Il dorso resta confinato a presenze marginali, spesso subordinate alla narrazione principale.
Con l’avvento della pittura di cavalletto e lo sviluppo del ritratto individuale tra XIV e XV secolo, la questione dell’identità diventa centrale. Il volto, sede dell’espressione e della riconoscibilità, si impone come elemento imprescindibile. In questo contesto, rappresentare una figura di spalle equivale quasi a negarne l’identità, rendendola anonima. Non sorprende quindi che, anche durante il Rinascimento, nonostante la riscoperta del corpo umano e i progressi nello studio dell’anatomia, questa postura resti un’eccezione.
Bisognerà attendere il XVII secolo perché qualcosa cambi. È con la diffusione della pittura di genere nei Paesi Bassi che il dorso trova un primo spazio di affermazione. In un contesto segnato dall’ascesa della borghesia protestante, interessata a immagini della vita quotidiana più che a soggetti sacri o mitologici, l’identificazione individuale perde importanza. Le figure rappresentate non devono più essere riconoscibili, ma piuttosto evocare situazioni, comportamenti, valori morali. In questo scenario, la figura di spalle diventa una soluzione efficace, capace di suggerire una presenza senza definirla completamente. Parallelamente, il disegno accademico contribuisce a consolidare l’interesse per il dorso come oggetto di studio. L’attenzione all’anatomia, ispirata ai modelli dell’antichità classica, porta gli artisti a esplorare tutte le possibilità offerte dal corpo umano. La varietà dei modelli, per età, sesso e conformazione, arricchisce una tradizione che trova nella rappresentazione della schiena un campo di sperimentazione particolarmente fertile.
È però nel XIX secolo che la figura vista di spalle conosce la sua affermazione. In un periodo segnato da profondi mutamenti sociali e politici, il dorso diventa uno strumento espressivo capace di riflettere le tensioni dell’epoca. Nella pittura e nella scultura, ma anche nella fotografia nascente, questa postura assume significati diversi: può rappresentare la condizione delle classi lavoratrici, spesso colte in atteggiamenti di fatica e marginalità, oppure diventare simbolo di eleganza e distinzione nei contesti borghesi. In questo stesso periodo si sviluppa in area tedesca il fenomeno delle Rückenfiguren, letteralmente “figure di spalle”, che introduce una nuova modalità di relazione tra immagine e spettatore. L’artista colloca il personaggio in primo piano, rivolto verso un paesaggio o un ambiente, invitando chi osserva a condividere il suo punto di vista. L’assenza di azione esplicita favorisce una dimensione contemplativa, trasformando l’opera in uno spazio di meditazione più che di narrazione.
Il percorso espositivo mette in evidenza come questa soluzione compositiva non sia soltanto una scelta formale, ma anche un dispositivo concettuale. Guardare una figura di spalle significa, in qualche modo, assumere la sua posizione, entrare nel suo campo visivo e partecipare alla sua esperienza. L’identità del soggetto, pur non essendo esplicitata, si costruisce attraverso il rapporto con lo spazio circostante.
Con il XX secolo, la rappresentazione del corpo subisce una trasformazione radicale. Le avanguardie storiche, dal Cubismo all’Espressionismo, mettono in discussione il principio di imitazione della realtà che aveva guidato la tradizione figurativa per secoli. L’invenzione e la diffusione della fotografia contribuiscono ulteriormente a ridimensionare l’esigenza di una rappresentazione fedele del modello. In questo nuovo contesto, il dorso perde progressivamente la sua carica simbolica originaria. Non è più necessariamente segno di anonimato o di opposizione alle convenzioni, ma diventa uno degli elementi a disposizione dell’artista nella costruzione dell’immagine. Può essere utilizzato come strumento narrativo, come vettore dello sguardo o come parte di una composizione più complessa, senza che la sua presenza implichi automaticamente un significato preciso. Allo stesso tempo, alcune immagini diventano veri e propri archetipi. Opere come la Baigneuse Valpinçon di Ingres o il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich trasformano la figura di spalle in un’icona, destinata a essere reinterpretata e citata da generazioni successive di artisti. Il dorso, da elemento marginale, si afferma così come uno dei dispositivi più potenti della modernità visiva.
La mostra di Deauville riunisce oltre cento opere provenienti da importanti istituti, tra cui il Musée d’Orsay, il Louvre, il British Museum, il Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra e i musei di Belle Arti di Rouen, Bordeaux e Caen. Un insieme eterogeneo che attraversa secoli e linguaggi, mettendo in dialogo artisti come Tiepolo, Watteau, Goya, Toulouse-Lautrec, Rodin e Dufy.
Il percorso è arricchito da sezioni tematiche dedicate, tra l’altro, ai soggetti mitologici, alle figure accademiche e all’uso dello specchio come dispositivo narrativo. Proprio il tema dello specchio occupa un ruolo significativo nella parte conclusiva dell’esposizione. Se il dorso implica, per sua natura, una sottrazione del volto, lo specchio ne rappresenta la negazione, restituendo l’identità del soggetto e aprendo nuove possibilità di lettura. Attraverso questo dispositivo, l’immagine si sdoppia, mostrando simultaneamente il fronte e il retro, l’apparenza e l’interiorità. L’opera diventa così uno spazio di riflessione sul gesto stesso del rappresentare, in cui il corpo di spalle non è più solo un soggetto, ma anche un modo per interrogare i limiti della visione.
Il catalogo, pubblicato dalle edizioni InFine, raccoglie contributi di studiosi come Johannes Graves, Stéphane Guégan, Bernard Sève e Georges Vigarello.
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