Visto che l’interessante rivista Finestre sull’Arte ha voluto giustamente palesare al grande pubblico le vicende che hanno purtroppo fatto escludere dal confronto con gli altri capolavori del Caravaggio il dipinto noto come la Presa di Cristo, che il mio vecchio amico Mario Bigetti scoperse e verosimilmente attribuì al grande maestro lombardo, vorrei evocare l’ambiente e i personaggi che oltre cinquant’anni fa mi misero in contatto con l’ultimo grande antiquario romano. Allora il giovane Bigetti era già stimato dai migliori studiosi ed esperti che apprezzavano la passione con cui lui, fidandosi del suo intuito e rischiando di tasca propria, riempiva la sua Galleria di pregiate e inedite opere d’arte. Tra i maggiori estimatori di Bigetti devo ricordare i fratelli Mario e Pico Cellini, pionieri del restauro e scopritori di capolavori come, solo per citare i primi che mi sovvengono, la Giuditta e Oloferne di Caravaggio e il Ritratto di Donna Olimpia Maidalchini di Velázquez.
Come avevo già accennato ne La scoperta della Maddalena Klein, l’amicizia con i Cellini l’ereditai da mio nonno, Francesco Trombadori, che all’Accademia di Belle Arti fu allievo del loro padre, Giuseppe, uno dei pittori prediletti da D’Annunzio. Dati gli stretti legami dei Cellini anche con mio zio Antonello Trombadori, nonostante fossi adolescente, già negli anni Settanta entrai nella cerchia di conoscitori che si riunivano nella casa-studio di Pico a via Monte Zebio, mentre Mario, suo fratello maggiore, abitava circondato da ogni genere di tesori artistici, nella adiacente via Monte Asolone. La peculiarità che suggellò il rapporto con i Cellini fu che anch’io, figlio dell’architetto Vittorio De Feo e di Donatella Trombadori, nacqui “figlio e nipote d’arte” come loro, che oltre al padre pittore ebbero il nonno Annibale, miniatore di Pio IX, e lo zio Pio Cellini, rinomato orafo. Dato che Mario Cellini comprava e vendeva antichità, verso il 1975 gli portai anche il compianto Franco Luccichenti che a prezzo di favore acquistò da lui il suo primo quadro antico.
Con Mario Cellini battevamo settimanalmente la zona del Babuino a caccia di inediti capolavori. Tra le sue gallerie favorite c’era quella di Bigetti, frequentata sia dai grandi conoscitori d’arte, sia dai futuri noti critici degli anni Novanta che si stavano facendo le ossa. Nel salotto di Pico conobbi, tra gli altri, Federico Zeri, Margherita Guarducci, il mio amico, pioniere delle analisi metallografiche, Guido Devoto e il professor Antonio Giuliano che merita un ricordo particolare perché vedeva nell’arte antica “quel senso dell’inestimabile” che ancora mi consola. Sono anche riconoscente ad Antonia Nava, moglie di Pico, esperta di scultura barocca, e a Marini, che Pico chiamò insieme a Mario e me per partecipare alla scoperta della Maddalena Klein del Caravaggio.
Pico Cellini nacque a Roma nel 1906 e vi morì nel 2000. Crebbe nello studio del padre Giuseppe, che nel 1888 aveva affrescato la galleria Sciarra, restaurata (ero presente) da Pico negli anni Ottanta. Pico scelse subito il mestiere del restauratore, perciò nel 1941, quando Bottai inaugurava l’Istituto del Restauro, era già un esperto spinto a pubblicare i risultati del suo lavoro da Roberto Longhi che ne apprezzava i giudizi e le “espressioni colorite ed ardite”. Il ministro Bottai, su indicazione di Giulio Carlo Argan, nominò primo direttore dell’Istituto, Cesare Brandi il quale era amico e coetaneo di Pico, ma il diverso approccio alla materia complicò il loro rapporto che nonostante tutto portò alla fondazione della moderna “scienza del restauro”.
Fu infatti proprio Pico che nel 1936, dopo aver letto sulla rivista Art News dell’impiego dei raggi X sulle pitture, li introdusse in Italia. Vi fu spinto anche dal padre, conservatore della pinacoteca dell’Accademia di San Luca che, come scrisse Pico, “era desideroso di indagare su quanto restava della pittura originale sulla grande tavola attribuita a Raffaello ivi esposta [...] Successivamente per dare soddisfazione a Roberto Longhi che aveva preconizzato in una S. Caterina attribuita al Granacci un ritratto eseguito da Raffaello nel periodo fiorentino, esaminai anche questa pittura ai raggi X e ne risultò la Giovinetta col liocorno […]. Richiamo questi ricordi personali per avvalorare quanto sia importante l’ausilio dei metodi scientifici. Va chiarito che in quell’epoca il restauro e la conoscenza erano affidati all’empirismo, ai segreti di bottega e, come illustrazione e storiografia, erano in voga per lo più le elucubrazioni letterarie di storici che, attraverso confronti con riproduzioni a stampa, rapidi appunti di taccuino e, in seguito, fotografie, scrivevano dei commenti alcune volte pertinenti e assai belli, ma che alla fine traducevano in un’opera letteraria un’opera figurativa”.
Oltretutto questi scritti di Pico fanno riflettere sulle differenze tra “l’occhio” di un figlio d’arte come lui e le teorie di un funzionario come Brandi che purtroppo, nel 1984, con altri illustri colleghi, perlopiù toscani, inciampò nei falsi Modigliani, non meno spudorati delle “patacche” rifilate ai loro omologhi statunitensi da falsari e trafficanti spesso ricordati dai fratelli Cellini. Fu dunque il padre, Giuseppe, a tramandare a Mario e Pico l’amore per l’arte e le formule delle preparazioni e dei colori antichi, che gli permisero di rivedere molte attribuzioni, effettuare restauri filologicamente corretti, e fin dal primo viaggio nel 1948, di smascherare gli eclatanti falsi che dall’Italia giunsero, avallati dagli esperti statunitensi, nei musei americani. La specifica preparazione di Pico sui materiali archeologici gli permise di contraddire l’amico Zeri quando dichiarò falso il Trono Ludovisi, e di restaurare altri celebri e discussi reperti come, la Fibula Prenestina e il Guerriero di Capestrano, che secondo lui non sarebbe falso come si insinua attualmente.
Dato che io stesso identificai diversi importanti reperti nei depositi dell’ex museo Pigorini, ero presente quando dalle ultime analisi metallografiche la Fibula Prenestina, risultò autentica. E dato che precedentemente mi trovavo da Pico mentre lui, condividendo gli studi di Margherita Guarducci e le analisi del Devoto, la riteneva falsa, non credo che i dubbi si risolveranno. Ma sono certo che i fratelli Cellini, vista la conoscenza diretta dei “segreti di bottega” e della “mano” di falsari del calibro di Dossena e Pedrazzoni, sui falsi la sapessero molto più lunga degli altri.
I Cellini menzionavano spesso Alceo Dossena come un falsario capace di scolpire “capolavori” che noti studiosi e direttori di musei attribuivano ai più grandi maestri del passato senza credere che potessero essere commissionati al Dossena dall’antiquario Alfredo Fasoli, che li vendeva ai musei americani affamati di favolosi e inediti masterpieces esportati in barba alle nostre leggi.
La truffa durò fino al 1928, quando fu lo stesso Dossena a dichiararsi autore delle sculture che affluivano sempre più numerose e straordinarie negli USA. Lo scandalo avvenne in seguito alla rottura dell’accordo con gli antiquari che si arricchivano comprando le sue opere a buon mercato. I trafficanti tentarono di tacere lo scandalo, ma Dossena fu ugualmente portato in tribunale, dove il concittadino Roberto Farinacci, gerarca fascista e avvocato, sostenendo che fosse vittima degli antiquari lo fece prosciogliere per insufficienza di prove. Allora Dossena acquistò fama internazionale e prese a firmare i suoi lavori, che nel 1955-1956, su impulso di Pico Cellini, furono anche documentati da un libro ed esposti dal figlio, Walter Lusetti, a palazzo Marignoli.
Del Dossena è anche la Deposizione dalla Croce, della chiesa parrocchiale di Saint-Germain-en-Laye vicino Parigi. Il monumentale altorilievo marmoreo che ricalca quello nel Duomo di Parma, scolpito dall’Antelami nel 1178, fu donato alla parrocchia dalla famiglia di Arnaud-Marie Duperrier, scultore e mercante d’arte che l’aveva acquistato a Parma, dove venne realizzato nella bottega Dossena-Rossi tra il 1908 e il 1912. La paternità venne confermata anche dal maggior referente di Pico, Ludwig Pollak, già direttore del museo Barracco di Roma, che scrisse su Dossena:
“Nato a Cremona, classe 1878, accolto in una casa di trovatelli perché figlio illegittimo, diventò scalpellino e si trasferì a Parma nel 1908, dove debuttò con le sue imitazioni (come quella della Deposizione dalla Croce di Benedetto Antelami nel Duomo)”.
Un altro caso eclatante in cui Pico riconobbe la mano del Dossena è la Diana che fu anche oggetto di un articolo di Antonio Cederna a cui il soprintendente di Bologna, Cesare Gnudi, rispose su Il Mondo del 22 giugno 1954, scrivendo che: “La Diana acquistata nel 1954 dal Museo di St. Louis è stata esportata negli Stati Uniti il 19 novembre 1952 con regolare licenza dell’Ufficio di Esportazione di Bologna, al prezzo dichiarato di L. 80.000 e con la seguente dichiarazione del prof. Paolo Enrico Arias, soprintendente alle Antichità e commissario dell’Ufficio Esportazioni: ‘Pasticcio desunto da prototipi etruschi identificabili intorno alle sculture di Veio’”. Tale documentazione, che oltretutto comprendeva il rifiuto della scultura da parte dello Stato italiano a seguito delle perizie del museo di Valle Giulia, fu spedita in America, ma nonostante questo Pico non riuscì facilmente a convincere gli esperti americani della fregatura che avevano fatto prendere ai loro musei.
Pico diceva che i falsi più clamorosi erano destinati agli esperti americani e ai gerarchi nazisti che acquistarono davanti a lui un’altra sòla (per noi romani, “fregatura”) in un esotico villino di Prati. Raccontò che i tedeschi furono pomposamente accolti da due cameriere vestite da odalische le quali, vedendoli interdetti fecero loro: “che ce volete fà, semo orientali!”. E Pico rispose: “Se’, a Oriente de Frosinone!”. Chissà se questa sòla fosse tra quelle destinate addirittura a Göring e Hitler, dall’abilissimo Gildo Pedrazzoni che poi lo stesso Pico, con grande vantaggio per l’arte, sottrasse alla bottega Dossena e arruolò nel restauro.
Oltre a Zeri, Marini e Brandi ho menzionato Giuliano, Guarducci e Devoto perché Mario e Pico Cellini raccoglievano anche le cosiddette “arti minori”, tra cui, ad esempio, una introvabile aquila da un labaro romano, anelli, pietre incise, cammei, la collezione di sigilli antichi, tra i quali uno introvabile dei Templari, e la rarissima coppetta sasanide in argento che Pico, eccitatissimo, mi mostrò appena la comprò da un ignaro antiquario, e che molti anni dopo mi è sembrato di riconoscere nelle vetrine del Pigorini.
Tutti questi dati memorabili li ascoltai da Pico Cellini ma non lo vidi mai coinvolto come quando raccontò del restauro-scoperta di una delle più antiche e suggestive immagini della Madonna col bambino risalente al V secolo, custodita a Roma nella chiesa di Santa Francesca Romana, e riprodotta sulla copertina del suo libro: Falsi e restauri Oltre l’apparenza (Archivio Guido Izzi 1992), da cui ho estratto i brani fin qui riportati.
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