Roma riscopre uno dei protagonisti più originali e indipendenti del Novecento europeo, Max Peiffer Watenphul (Weferlingen, 1896 – Roma, 1976), nel cinquantenario della sua scomparsa. Fino al 23 agosto 2026, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea ospita infatti la rassegna Max Peiffer Watenphul. Pittore del Bauhaus, rassegna curata da Gregor H. Lersch che intende gettare nuova luce su una delle figure più importanti del Bauhaus eppure spesso rimasta ai margini delle grandi narrazioni storiografiche. Questa esposizione non è solo un omaggio postumo, ma il primo grande atto pubblico della Fondazione Max Peiffer Watenphul ETS, nata nel 2025 per volontà del pronipote dell’artista, Enrico Pasqualucci Sammartini, con l’obiettivo di trasformare un’eredità familiare in un patrimonio culturale accessibile a tutti. Il percorso espositivo, arricchito da 80 opere e documenti inediti, si snoda attraverso cinque sale che ripercorrono l’intera parabola creativa di un uomo che ha attraversato il secolo breve con una coerenza espressiva raramente eguagliata.
Watenphul non fu un semplice allievo della celebre scuola di Gropius; fu un artista che seppe assorbire l’approccio interdisciplinare del Bauhaus per poi declinarlo in una ricerca pittorica personalissima. Mentre i suoi contemporanei si perdevano talvolta nel rigore funzionalista, lui scelse di restare fedele alla pittura figurativa, pur semplificandola e riducendola a ordini visivi moderni e strutturati. La mostra alla GNAMC offre l’occasione unica di vedere i suoi lavori accanto a quelli dei suoi maestri e amici, come Paul Klee, Vasilij Kandinskij e Josef Albers, già presenti nelle collezioni permanenti della Galleria, creando un dialogo visivo che sottolinea l’importanza della scuola di Weimar nel rinnovamento della creatività globale. Dalle prime sperimentazioni giovanili ai celebri paesaggi veneziani e alle nature morte del dopoguerra, l’esposizione rivela un artista che ha saputo resistere alle mode e alle persecuzioni politiche, trovando in Italia la sua seconda patria elettiva e la fonte d’ispirazione per i suoi lavori più intensi. Qui, approfondiamo la figura di Max Peiffer Watenphul con dieci punti per scoprire la sua arte.
Max Peiffer Watenphul non nacque artista nel senso accademico del termine, ma lo divenne per una scelta di rottura radicale. Dopo aver completato studi regolari in Medicina e aver conseguito una laurea in Giurisprudenza a Würzburg nel 1918, il giovane Max sembrava destinato a una solida carriera legale. Tuttavia, il richiamo della pittura, coltivato da autodidatta fin dall’infanzia con visite costanti alle pinacoteche di Monaco di Baviera, fu più forte di ogni convenzione sociale. Nel 1919, terminato il praticantato legale, prese la decisione definitiva di dedicarsi interamente all’arte. Fu proprio in quel periodo che contattò Paul Klee per ricevere lezioni private; sebbene Klee non fosse disponibile per un insegnamento regolare, il suggerimento di sua moglie Lily spinse Watenphul a iscriversi alla neonata scuola Bauhaus di Weimar. Questo passaggio segnò la fine di una vita “ordinaria” e l’inizio di un’avventura creativa che lo avrebbe portato a diventare uno dei nomi di punta dell’avanguardia tedesca, dimostrando che il talento e la passione possono deviare il corso di una vita già tracciata.
L’ingresso di Watenphul al Bauhaus nel 1919 non passò inosservato. Sebbene fosse obbligato a frequentare il corso propedeutico di Johannes Itten, Walter Gropius in persona gli concesse una libertà di movimento straordinaria, permettendogli di frequentare tutti i laboratori della scuola a suo piacimento. Ma il vero segno del prestigio di cui godeva fu l’assegnazione di un atelier personale all’interno della scuola, un privilegio che solitamente era riservato esclusivamente ai Maestri. In quel clima di fervore e povertà, dove gli studenti vivevano in studi gelidi e si nutrivano di poco, Watenphul si distinse per la sua maturità artistica. Partecipava alla vita bohémien dell’istituto, dalle feste in cui si ballava a piedi nudi ai “festival delle lanterne”, indossando abiti pittoreschi ricavati da stracci. Questa posizione privilegiata gli permise di assorbire i principi della scuola senza però lasciarsi omologare, mantenendo un’autonomia di pensiero che avrebbe caratterizzato tutta la sua produzione successiva.
Uno dei pilastri della vita di Watenphul fu l’amicizia con Paul Klee, un rapporto che andava ben oltre la semplice stima tra allievo e maestro. Il loro legame, iniziato prima ancora dell’iscrizione al Bauhaus, si consolidò a Weimar e durò per decenni, documentato da una fitta corrispondenza affettiva e professionale. Klee fu profondamente colpito dalla qualità delle prime opere di Max e lo sostenne attivamente all’inizio della sua carriera, mettendolo in contatto con figure chiave del mercato dell’arte come il gallerista Thannhauser. L’influenza di Klee è evidente nella ricerca di Watenphul sulla forma e sul colore, intesi come forze vive e dinamiche, ma l’allievo seppe trasformare questi insegnamenti in un linguaggio figurativo proprio, meno astratto e più legato alla percezione del mondo reale. Questa sintonia elettiva è testimoniata anche dalle opere di Klee che Watenphul conservava nella sua collezione privata, segno di un dialogo artistico che non si interruppe mai.
Sebbene si considerasse prima di tutto un pittore, Watenphul realizzò una delle opere più significative del laboratorio di tessitura del primo Bauhaus: un arazzo del 1921 che è ancora oggi considerato un esempio eccezionale di design interdisciplinare. L’opera, spiega Gregor H. Lersch, “mostra quanto la sua pratica artistica fosse legata alle teorie della forma, del ritmo e del colore insegnate al Bauhaus e al suo carattere interdisciplinare improntato all’artigianato”. In questo lavoro, l’artista tradusse infatti le teorie del colore e della forma di Johannes Itten in una composizione geometrica rigorosa, dove triangoli “instabili” e quadrati “calmi” si alternano in un ritmo cromatico di blu, giallo, rosso e toni neutri. Watenphul stesso era affascinato dalle possibilità della lana tinta, che gli permetteva di esplorare ritmi e strutture diverse rispetto alla pittura a olio. L’importanza di quest’opera è tale che l’originale è conservato al Bauhaus-Archiv di Berlino, mentre per la mostra di Roma ne è stata realizzata una copia fedele fatta a mano. Questo tappeto dimostra come l’esperienza artigianale della scuola abbia influenzato permanentemente il suo senso della superficie e della composizione pittorica.
L’esperienza al Bauhaus e il successivo soggiorno a Villa Massimo a Roma all’inizio degli anni Trenta portarono Watenphul a esplorare la fotografia con un occhio da pittore. Egli sviluppò quelle che definì “fotografie pittoriche” o “dipinti fotografici”. In queste opere Peiffer Watenphul, scrive Lersch, “sperimentò tecniche compositive che avrebbe poi ripreso anche nei sui suoi dipinti: le inquadrature vengono spesso notevolmente ridotte, gli oggetti ritagliati e portati in primo piano con il risultato di aumentare il dinamismo e l’effetto di profondità”. Contrariamente alla tendenza oggettiva dell’epoca, le sue foto di architetture romane e i suoi ritratti erano densi di atmosfera e lirismo. Queste sperimentazioni non rimasero confinate nel suo archivio personale: nel 1933 la prestigiosa rivista berlinese “Uhu” pubblicò i suoi scatti italiani, riconoscendo in lui un artista capace di usare il mezzo fotografico per creare visioni poetiche. Questa ricerca influenzò a sua volta la sua pittura, portandolo a una reciproca contaminazione tra i due media che avrebbe anticipato tecniche moderne di sfocatura compositiva. Inoltre, ebbero un certo successo: riuscì a vendere diversi dipinti fotografici a molte case editrici.
Con l’ascesa del regime nazista in Germania, la carriera di Watenphul subì un colpo durissimo. La sua arte, così libera e vicina alle avanguardie internazionali, fu bollata come “degenerata”. Nel 1937, uno dei suoi quadri fu esposto nella famigerata mostra itinerante “Arte degenerata” organizzata dal regime per denigrare l’arte moderna, e molte delle sue opere furono confiscate dai musei pubblici. Questa persecuzione politica lo costrinse all’isolamento e, infine, all’esilio. Nonostante la pressione e i pericoli, Watenphul non rinunciò alla sua integrità artistica, ma scelse di rifugiarsi in Italia, un luogo che offriva una temporanea protezione e nuovi stimoli creativi lontano dall’oppressione ideologica della sua terra natale. Questo periodo buio segnò profondamente la sua biografia, ma rafforzò il suo legame con il paesaggio italiano, che divenne il rifugio non solo fisico ma anche spirituale della sua arte.
L’Italia non fu per Watenphul solo una meta di viaggio, ma un’autentica casa che plasmò il suo linguaggio pittorico maturo. Dopo aver vinto il Premio Roma nel 1931, soggiornò a lungo a Ischia e successivamente a Venezia, città che divennero soggetti ricorrenti e amati della sua produzione. Negli anni del dopoguerra, Venezia in particolare gli offrì l’ispirazione per sviluppare uno stile autonomo e vibrante per rappresentare la luce e l’architettura lagunare. Qui intrecciò relazioni con l’élite culturale internazionale, frequentando figure del calibro di Peggy Guggenheim e artisti come Filippo de Pisis e Zoran Mušič. Il suo legame con l’Italia fu così profondo che l’artista scelse di trascorrere a Roma gli ultimi anni della sua vita, morendovi nel 1976. Oggi riposa nel suggestivo Cimitero Acattolico della capitale, lo stesso dove sono sepolti poeti come Keats e Shelley, a testimonianza del suo amore eterno per la città eterna.
Il riconoscimento internazionale di Watenphul passò attraverso le prestigiose Biennali di Venezia, alle quali partecipò nelle edizioni cruciali del 1948 e del 1950. Questi appuntamenti segnarono il suo definitivo reinserimento nel circuito artistico mondiale dopo gli anni della censura nazista. In laguna, Watenphul non era solo un espositore, ma una figura attiva nella scena artistica locale, capace di attrarre la stima di intellettuali come Jean Cocteau e Giorgio de Chirico, le cui lettere sono ancora oggi conservate nel lascito dell’artista. La sua partecipazione alla Biennale documenta il passaggio a una pittura più lirica ed espressiva, in cui i paesaggi urbani e le vedute si caricano di una densità cromatica nuova, frutto di una libertà ritrovata e di un confronto costante con le correnti più avanzate dell’epoca.
Una curiosità affascinante che emerge dai documenti d’archivio riguarda il metodo di lavoro di Watenphul negli anni della maturità. Soprattutto per i suoi celebri paesaggi veneziani, l’artista utilizzava spesso delle cartoline postali come modelli di riferimento. Nel suo lascito sono state ritrovate cartoline che riproducono esattamente gli scorci dei suoi dipinti, complete di macchie di colore che testimoniano il loro uso durante la creazione dell’opera. Questa pratica non era una pigrizia creativa, ma una tecnica consapevole che gli permetteva di astrarre e semplificare la realtà, riducendo la topografia e la cromia a forme essenziali. In questo senso, Watenphul può essere considerato un precursore di artisti contemporanei come Gerhard Richter, che hanno fatto dell’uso della fotografia e del “fenomeno della sfocatura” un pilastro della loro ricerca pittorica, dimostrando quanto fosse moderna la sua visione del rapporto tra immagine reale e rappresentazione. “L’elemento che emerge più di ogni altro”, spiega Lersch, “è una relazione reciproca tra pittura e fotografia, che ebbe un impatto duraturo sull’opera di Peiffer Watenphul”.
Il fatto che oggi possiamo ammirare le opere di Watenphul in una sede prestigiosa come la Galleria Nazionale d’Arte Moderna è merito di un lavoro di conservazione che ha radici familiari. La mostra del 2026 è promossa dalla Fondazione Max Peiffer Watenphul ETS, istituita appena un anno prima per tutelare e diffondere l’eredità dell’artista. Il progetto nasce dalla volontà del nipote, Enrico Pasqualucci Sammartini, che ha deciso di rendere pubblico il vasto patrimonio di quadri, lettere e fotografie che lo “zio Max” ha lasciato. Molti dei documenti esposti, come la corrispondenza con i grandi maestri del Novecento e le opere giovanili mai viste prima, provengono direttamente dal lascito privato dell’artista e vengono presentati al pubblico per la prima volta. Questa mostra rappresenta quindi il culmine di un percorso di riscoperta iniziato nel 2023 al Museo Casa di Goethe, offrendo una visione completa e dettagliata di un uomo che ha saputo trasformare la propria vita in una costante ricerca di bellezza e modernità.
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