La discussione ch’è nata attorno al futuro della Galleria Borghese ha sin qui prodotto un appassionante, edificante laboratorio del nulla, e sia detto con accezione positiva, poiché al momento tocca per forza affannarsi su tutto quel che non è: intanto, su di un ampliamento che al presente è giusto una larva, un’ipotesi, uno studio di fattibilità, sebbene l’idea che qualcuno stia lavorando sulla possibilità, leggiamo sulle carte, “di un nuovo edificio da realizzare in uno spazio contermine all’immobile che ospita la Galleria”, sia sufficiente ad attizzare le passioni dei più. E poi, su quel che la Galleria Borghese non dovrebbe essere, anche se la direzione impressa dall’avviso del novembre scorso e, soprattutto, dalla memoria approvata dalla Giunta capitolina lo scorso 5 maggio (ovvero dall’elemento che ha scatenato la discussione), parrebbe muoversi esattamente, precisamente e forse pure ineluttabilmente verso una qualche forma d’inesattezza ontologica guarnita col fraseggio tipico d’un certo tipo di conformismo istituzionale (“hub culturale attivo e accessibile”, “migliorare la fruibilità degli spazi pubblici”, “rigenerazione funzionale di uno dei nodi culturali più importanti al mondo”, “potenziare l’attrattività internazionale della città” e via dicendo).
A proposito di conformismi: ora che, passato il clamore dei primi giorni, pare si siano ben sfogati i tribuni d’ambedue le parti (e dunque, da una parte, i catastrofisti che urlano allo scempio in via preventiva, al massacro sulla fiducia, in un momento in cui non si sa ancora cosa verrà fatto, e dall’altra invece i jihadisti della riqualificazione che vorrebbero, con atteggiamento tanto prepotente quanto velleitario, zittire la controparte straparlando d’immobilismo isterico: due forme di populismo che si rivolgono giusto alle rispettive claque, quindi poco utili), forse è possibile entrar meglio nel merito della questione, ancorché per adesso niente si sappia di quel che verrà proposto dalla società, Proger Spa, che ha offerto la sponsorizzazione tecnica per la predisposizione del progetto di fattibilità. Si può partire da una constatazione, ben sintetizzata da Italia Nostra, attenta a ribadire nel suo comunicato che la Galleria Borghese è sintesi di un “equilibrio tra natura e cultura rimasto immutato per oltre quattro secoli che consolidano il luogo nella prospettiva del futuro”. Occorre, intanto, una prima distinzione tra una Villa Borghese ch’è frutto in divenire d’una continua stratificazione capace di fare del parco una specie di palinsesto ininterrottamente sovrascritto fin quasi ai giorni nostri (l’ultima struttura, il Globe Theatre, oggi poco più che un rudere per i problemi che non ha senso rileggere in questa sede, è dei primi anni Duemila, ma si pensi anche soltanto all’allargamento delle strade interne per soddisfare le esigenze voraci e ineludibili della viabilità), e una Galleria Borghese che, almeno nella sua facies esteriore, è rimasta sostanzialmente immutata dalla fine del cantiere.
L’unicità della Galleria sta nella pressoché perfetta conservazione di quell’equilibrio che s’è mantenuto e consolidato dal Seicento sino ai giorni nostri. Naturale, pertanto, che qualcuno ritenga auspicabile la salvaguardia d’un equilibrio che verrebbe inevitabilmente pregiudicato qualora si volesse prendere alla lettera l’aggettivo “contermine”. Delicata è anche la situazione di Villa Borghese, ch’è stata di continuo modificata nel tempo e pure trasformata, all’inizio del Novecento, in parco pubblico, da giardino che era (e non andrà dimenticato che, sempre cent’anni fa, la Villa ha perso pure i suoi muri perimetrali, situazione che ha provocato la perdita del suo senso di limite): ciò nondimeno, Villa Borghese è giunta ai nostri giorni ancora sostanzialmente riconoscibile nella sua ingarbugliata armonia. Ed è una constatazione che, varrà la pena rammentare, non deriva da un capriccio d’Italia Nostra o di chicchessia, ma da una vasta letteratura tecnica e scientifica che s’è fatta carico di leggere il luogo. Beata Di Gaddo, che ha studiato a lungo il parco, nel suo fondamentale saggio del 1985, ripubblicato con poche variazioni nel 1997, poteva scrivere che Villa Borghese “è arrivata sino a noi non certamente integra ma ancora valutabile fra i parchi più notevoli della città”, “una delle poche ville storiche rimaste ancora quasi intatte nella sua estensione, ma arrivata oggi ad un momento di impasse, ad un punto limite che può determinare la sua completa distruzione o al contrario […] il suo ripristino ed una rivalutazione adeguata alla sua importanza storica e urbana”. Va da sé che ogni intervento debba essere subordinato “ad una lettura accurata dei luoghi e alla conoscenza storica dell’evoluzione e dei mutamenti avvenuti nel tempo (positivi o negativi che siano stati)”. E se già, all’epoca del restauro degli anni Ottanta-Novanta, il solo ampliamento dei sotterranei ha messo a repentaglio il giardino della Galleria, figuriamoci cosa potrebbe accadere innalzando una struttura nuova a ridosso del casino dei Borghese. Nel migliore dei casi, finiremmo col trasformare Roma in una succedanea sguaiata e canicolare di Parigi o d’Anversa, e la Galleria Borghese nella caricatura di quel che non è, ovvero un museo.
Suonerà strano, ma la Galleria Borghese non è un museo, se non per equivoco di classificazione: è, semmai, un habitat dove i dipinti non sono esposti ma se ne stanno acquattati, dove le sculture paiono bestie immobili e orgogliose di quella loro riserva che appare così perfetta da sembrare ancora vergine, incontaminata. E secondo questa logica, dunque, la Galleria Borghese andrebbe pensata. Non è allora argomento utile pensare alla quasi interminabile attesa cui tocca sottoporsi per entrare dentro questa nicchia ecologica: ogni anno la Galleria è visitata da quasi seicentomila persone, e riesce difficile immaginare una pressione ancor più forte, data la natura, la conformazione e la fragilità del luogo. La fisica ha dei confini che sono invalicabili anche al più qualificato dei progettisti e al più talentuoso degli architetti. Il pubblico vorrà continuare a vedere Bernini e Caravaggio, e a meno che non si decida improvvidamente di spostare l’Apollo e Dafne o il Davide con la testa di Golia, circostanza tuttavia impossibile, sarà difficile immaginarsi una pressione meno leggera: non è allora per il pubblico ansioso d’esplorare la Galleria Borghese che s’immagina un nuovo edificio. È semmai, ci viene da pensare, per una categoria di visitatori per cui esistono valide soluzioni, dacché ciò che preme alla direzione della Galleria Borghese è, leggiamo ancora sulle carte, “aumentare l’offerta espositiva, delle aree di servizio, delle aree tecniche, didattiche e di sale conferenze considerando un nuovo volume che possa rendere la Galleria un luogo più accogliente, fruibile e sicuro”.
Quel che si vuol fare, pertanto, è tramutare la Galleria Borghese in un museo. Più mostre, allora: ma sono davvero necessarie, al punto da giustificare la costruzione d’un volume “contermine”? Si fatica a ricordare, in epoche recenti, mostre davvero irrinunciabili: l’unica esposizione d’alto livello che venga alla mente è quella su Giovan Battista Marino di due anni fa. Per il resto, sovvengono giusto piccoli affondi tematici (come la mostra che accompagnò l’acquisizione della Danza campestre di Guido Reni) oppure operazioni discutibili come l’intromissione di lavori contemporanei in mezzo alle sale, a cominciare dalla recente esibizione di Wangechi Mutu, conversazione forzata e grottesca, innesto rumoroso, scialba visita ornamentale di cui non s’avvertiva la necessità. Certo, si dirà: occorre tramutare la Galleria Borghese in un museo, e di conseguenza occorre inserirla nel circuito delle mostre. Ma fossero solo le mostre il problema, allora si tratterebbe di un’inezia, una questione da niente: basterebbe non farle, ché se ne fanno anche troppe, e la Galleria Borghese non certo ha bisogno d’ingaggiare competizioni sui numeri dei visitatori con gli altri musei di Roma. Però c’è di più: servono aree di servizio e aree didattiche, ché oggi nessuno s’azzarderebbe a negare la necessità d’un ristorante dentro a un museo, gesto di civiltà e d’accoglienza nei riguardi del visitatore affamato, acciaccato e accalorato, o d’un laboratorio dove confinare per un paio d’ore la prole fino a visita degli adulti terminata, e dunque occasione per render veramente produttiva la visita d’ogni componente della famiglia, o d’una sala conferenze dove far acquartierare le sempre più folte truppe di presentatori di libri e quindi utile a moltiplicare le occasioni d’approfondimento.
Esigenze d’un museo contemporaneo, d’una struttura che non può e non deve più custodire ma deve produrre traffico, flussi, eventi. Esigenze che occorre tenere in dovuta considerazione, ma ci si domanda se sia davvero necessaria la costruzione d’un nuovo edificio, quasi che le rinnovate necessità esigano al contempo una traduzione in cemento, esigano l’aggiunta, esigano una proliferazione degli spazi piuttosto che la sistemazione di quel che c’è già. E non mancano le proposte, né mancano gli spazi, da rimettere in piedi probabilmente a costi inferiori rispetto a quel che costerebbe un edificio nuovo: s’è detto del Casino delle Officine oggi occupato da una scuola materna comunale, del Villino Pincherle, della Palazzina della Meridiana, del Padiglione dell’Uccelliera, tutti edifici già esistenti e dove potrebbero esser sistemate senza grosse difficoltà (che non siano, certo, quelle bucratico-amministrative) aree servizi, sale per conferenze, aree di ristoro. L’assessora Giulia Ghia, responsabile della cultura del I Municipio, scrive che il Villino Pincherle “non può essere evocato come soluzione magica” dacché tocca “capire chi ne sia proprietario, quali funzioni siano compatibili, quali costi comporterebbe un eventuale recupero, quali strumenti giuridici possano essere utilizzati: acquisizione, convenzione, uso pubblico, partenariato, accordo tra istituizione”, e che “proprio per questo va messo nel ragionamento”. Nessuno nega che la burocrazia italiana e romana sia intricata come una giungla equatoriale, ma è così impenetrabile da render più pratico lo studio di fattibilità per un nuovo edificio in luogo d’un forse più sensato studio delle soluzioni per l’esistente? Mancherebbe, certo, lo spazio per le grandi mostre, lo spazio per tirar fuori le opere dai depositi, lo spazio dove far circolare ancor più gente che freme per andare a vedere Bernini e Caravaggio (e che diventerebbe uno spazio d’attesa e di contabilità, perché il grosso del pubblico alla Galleria Borghese non ci va per veder le mostre). Se il vero obiettivo è quello, allora la costruzione d’un nuovo volume appare l’unica soluzione plausibile: sarà allora opportuno capire fino a dove debba estendersi la contiguità, e soprattutto fino a che punto sia possibile costruire nuovi edifici dentro Villa Borghese senza molestarla, fino a che punto sia possibile toccare senza distruggere, fino a che punto si possa intervenire senza che si finisca per trasformare la Galleria Borghese nella parodia di un Louvre.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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