Il sorprendente Padiglione dell'Indonesia alla Biennale: un viaggio e una nuova idea di Storia


Il Padiglione Indonesia, gemma nascosta e vera rivelazione di questa Biennale di Venezia 2026, propone un viaggio alternativo tra incisioni, memoria, scambi culturali e narrazioni dimenticate, trasformando la stampa d’arte in uno strumento di rilettura della storia globale. La recensione di Ilaria Baratta.

Non la si prenda sul personale o, nel caso, non ci si offenda per il paragone un po’ forte che si starà per leggere. Credo che le persone a volte siano come quegli insetti attratti dalla luce (o dal sudore, vista la stagione): si dirigono in veri sciami verso ciò di cui sentono più parlare, tanto meglio se ciò di cui si parla sono corpi nudi di donna protagonisti di performance o esperienze da neo-genitori da testimoniare con un selfie. Lungi da me accusare la pura curiosità, ma mi auguro che la visita alla Biennale di Venezia 2026 non si fermi lì, e che vada oltre. Oltre le attrazioni “imperdibili” che offrono l’opportunità di poter dire “l’ho visto anch’io”. Non ci si fermi dunque all’Arsenale e ai Giardini, perché anche fuori da questi due luoghi essenziali per il pubblico della Biennale si trovano altri padiglioni interessanti, che tuttavia vengono saltati a piè pari per mancanza di tempo o di voglia (sono consapevole che vedere tutto tutto in due-tre giorni sia quasi impossibile o altrimenti paragonabile a una maratona) o soprattutto perché non fanno abbastanza rumore.

Uno di questi è il Padiglione dell’Indonesia, ospitato per questa Biennale d’Arte 2026 nella Scuola Internazionale di Grafica. Il Padiglione si distingue per aver fatto coincidere il luogo espositivo con il luogo di produzione delle opere esposte. Gli artisti indonesiani, in residenza artistica per due mesi, hanno infatti lavorato direttamente alla Scuola di Grafica, realizzando qui le loro opere e vivendo un’esperienza di confronto quotidiano con la realtà urbana veneziana e con le sue tradizioni. Più che limitarsi a occupare uno spazio espositivo temporaneo, il padiglione ha fatto della permanenza e del lavoro in città un elemento centrale del progetto. Per questo motivo, è probabilmente il padiglione che è riuscito meglio a favorire un’interazione autentica tra gli artisti e il tessuto culturale e sociale veneziano, trasformando la produzione artistica in un’occasione di scambio, dialogo e incontro.

Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Andrea Avezzù
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Andrea Avezzù
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Andrea Avezzù
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Andrea Avezzù
Allestimenti del Padiglione dell'Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Andrea Avezzù
Allestimenti del Padiglione dell’Indonesia alla Biennale di Venezia 2026. Foto: Andrea Avezzù

Fulcro del Padiglione è una sala interna interamente dedicata al racconto di un grande viaggio: un racconto per immagini attraverso ventuno incisioni realizzate da sette artisti indonesiani di generazioni diverse (Agus Suwage, Syarizal Pahlevi, Nurdian Ichsan, R.E. Hartanto, Theresia Agustina Sitompul, Mariam Sofrina e Rusyan Yasin) giunti a Venezia in residenza d’artista appositamente per questo progetto, in collaborazione con il Ministero della Cultura indonesiano. Ognuno di loro ha prodotto tre opere, contribuendo così a un insieme organico di lavori, a una narrazione collettiva, e le ha create nei laboratori di stampa della Scuola di Grafica affiancati dallo staff tecnico della Scuola. Il grande viaggio raccontato è un viaggio immaginario di quattordici anni ambientato nel Quattrocento, precisamente dal 1472 al 1486, che prende ispirazione dal fittizio ritrovamento di un antico manoscritto (esposto al centro della sala) attribuito a un archivista immaginario di nome Datu Na Tolu Hamonangan di Harajaon Pusuk Buit, un regno di Sumatra noto per i suoi progressi nella tecnologia marittima, nell’astronomia, nel commercio, nel governo di una società e nell’arte. In questo manoscritto rilegato in pelle o legno e contenente incisioni, disegni, schizzi e testo, l’archivista documentò una grande spedizione marittima che prese il via dal Lago Toba per approdare a Venezia. Le ventuno opere grafiche sono dunque frammenti della spedizione, che rappresentano paesaggi, personaggi, animali, interni e situazioni, come se i sette artisti indonesiani coinvolti “ristampassero” le pagine di quell’antico manoscritto, aprendo nuove interpretazioni sull’origine del sapere globale. Come se le pagine di quel manoscritto ritrovato custodissero una storia differente, invitando a riflettere su come la Storia è da sempre stata raccontata, su quale parte del mondo la Storia si sia sempre concentrata. È per questo che il progetto del Padiglione dell’Indonesia è stato intitolato, secondo la scelta curatoriale di Aminudin TH Siregar, Printing the Unprinted (letteralmente traducibile in “Stampando il non stampato”), basandosi proprio sull’idea di ristampare (come si è detto, concretamente nella stamperia della Scuola) una sorta di inedito della Storia. In questo senso la stampa d’arte, l’incisione, non è soltanto lo strumento o la tecnica di realizzazione di opere grafiche, ma assume un significato più profondo, diventando un processo attraverso cui viene rivelata una narrazione nascosta del passato, portandoci a riflettere sul passato come un qualcosa che viene continuamente riscritto, grazie in questo caso al manoscritto e alle sue opere “ristampate”. Tre sono i principali nuclei attorno ai quali è stato costruito il progetto: riflessione sui processi della scomparsa, narrazioni marginalizzate o censurate riscoperte tramite la pratica artistica, inversione della scoperta per una rilettura della storia globale.

Si narra ad esempio di come i mercanti veneziani si fossero meravigliati della canfora e del benzoino provenienti da Sumatra; di come, a Firenze, gli studiosi del Rinascimento analizzassero le mappe tolemaiche confrontandole con carte nautiche indonesiane, nelle quali i navigatori batak reinterpretavano l’Europa come una penisola ai margini di un mondo senza confini, suggerendo l’esistenza di un unico globo interconnesso. Si racconta anche di come a Malacca le persone mescolassero le loro lingue o di come artigiani batak fossero intenti in un laboratorio nei pressi alla Basilica di San Marco a Venezia a studiare il vetro colorato, la tecnologia ceramica e gli orologi meccanici.

Gli artisti hanno realizzato le loro opere con tecniche di stampa sostenibili, utilizzando inchiostri di ultima generazione a base di olio di soia, lavabili con acqua e sapone e pensati per ridurre l&

Agus Suwage, Il re - Udienza presso la Repubblica di Batu (2026; incisione)
Agus Suwage, Il re - Udienza presso la Repubblica di Batu (2026; incisione)
R.E. Hartanto, L'ammiraglio - Tempesta al largo di Hormuz (2026; incisione)
R.E. Hartanto, L’ammiraglio - Tempesta al largo di Hormuz (2026; incisione)
Syahrizal Pahlevi, Il navigatore - Riscrivere il cerchio del mondo (2026; incisione)
Syahrizal Pahlevi, Il navigatore - Riscrivere il cerchio del mondo (2026; incisione)
Rusyan Yasin, Il naturalista - Incontri nelle Alpi (2026; incisione)
Rusyan Yasin, Il naturalista - Incontri nelle Alpi (2026; incisione)
Mariam Sofrina, Porto di Malacca (2026; incisione)
Mariam Sofrina, Il popolo - Porto di Malacca (2026; incisione)
Nurdian Ichsan, Artisti e artigiani - L'emblema ibrido di Harajaon (2026; incisione)
Nurdian Ichsan, Artisti e artigiani - L’emblema ibrido di Harajaon (2026; incisione)
Theresia Agustina Sitompul, Gli intellettuali - Cattedrale e l'eco del Gondang (2026; incisione)
Theresia Agustina Sitompul, Gli intellettuali - Cattedrale e l’eco del Gondang (2026; incisione)

quo;uso di solventi tradizionali. Una stampa d’arte che la Scuola di Grafica di Venezia promuove da anni tramite residenze, workshop e attività di insegnamento rivolto a studenti e artisti provenienti da tutto il mondo e che fa convivere la qualità tecnica con l’attenzione verso i materiali e la sostenibilità.

Oltre alla sala dedicata al Grande Viaggio, il Padiglione indonesiano espone anche altre opere realizzate dai sette artisti citati, ciascuna caratterizzata dallo stile proprio di ogni autore. Se le ventuno opere grafiche appaiono perlopiù uniformate per dare l’idea di un insieme unitario, le altre, divise per artista, sono notevolmente differenti tra loro. Si comincia dall’esterno con i piccoli ritratti su mattoni di Nurdian Ichsian (1971) che affrontano il tema del contrasto tra l’aspetto esteriore e l’interiorità. Si prosegue poi con l’arte di Syarizal Pahlevi (1965), che propone il Progetto di xilografie in movimento, per il quale l’artista ha continuato anche durante il suo programma di residenza veneziano a catturare frammenti di vita quotidiana e le sottili interazioni proseguendo la sua ricerca avviata nel 2011 che documenta persone e paesaggi in tutto il mondo attraverso la xilografia. Suoi inoltre i ritratti del Ragazzo di Somodar e l’Insegna di Venezia. Agus Suwage (1959) presenta invece particolari opere ad acquerello e succo di tabacco in cui rappresenta il Coccodrillo di terra e il Coccodrillo di mare, simboli della forza predatrice, per esprimere l’ambizione del dominio che rimane invariata indipendentemente dal contesto, e le serie Viaggio in Oriente e Diaspora, che si concentrano sul movimento e sullo scambio. Come si muovono le persone, si muovono anche oggetti e memorie. Sono elementi in continuo movimento, attraverso i quali viene espresso un nuovo riorientamento che sfida la centralizzazione.

Si lega a quest’idea di movimento e di viaggio anche la serie Bukit Tunggul (che prende il nome da una montagna nella Giava Occidentale) di Mariam Sofrina (1983), in olio su lino, che racconta il paesaggio non come sfondo passivo della vita di ciascuno, ma come elemento che ha in sé tracce di migrazione, scelte, legami interpersonali e con la natura.

S’incontrano poi le stampe a carbonio su cotone di Theresia Agustina Sitompul (1981), che esprimono il dialogo tra passato e presente, tra materiale da rifiuto e l’idea di riciclo e di reintegrazione mediante la formulazione di nuovi significati; e i ritratti di indonesiani di R.E. Hartanto (1973) che, ispirandosi al manoscritto fittizio del Grande Viaggio del Quattrocento, raffigurano indonesiani nel loro viaggio del XXI secolo verso l’Europa.

Si conclude infine con il rotolo etnografico di Rusyan Yasin (1994), che funge da diario visivo di un viaggio di sette artisti dall’Indonesia a Venezia. Dal titolo L’inversione del tempo, il rotolo simboleggia l’inversione o l’assenza di una narrazione centrale, poiché chiunque vi si approcci lo può leggere o da destra verso sinistra o da sinistra verso destra, sollevando così una riflessione: dove hanno realmente origine il tempo e la narrazione?

Nurdian Ichsan, Mass - Ghosts (2015-2026; mattoni, porcellana smaltata, dimensioni variabili). Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Nurdian Ichsan, Mass - Ghosts (2015-2026; mattoni, porcellana smaltata, dimensioni variabili). Foto: Alessandro Pasquali / Danae Project
Syahrizal Pahlevi, Mobile Woodcuts Project (2011-2026; 100 xilografie su tessuto, 30 x 24 cm ciascuna). Foto: Andrea Avezzù
Syahrizal Pahlevi, Progetto di xilografie in movimento (2011-2026; 100 xilografie su tessuto, 30 x 24 cm ciascuna). Foto: Andrea Avezzù
Agus Suwage, Coccodrillo di terra e Coccodrillo di mare (2026; linoleografia, acquerello, succo di tabacco su vecchi quaderni, 64 x 43 cm)
Agus Suwage, Coccodrillo di terra e Coccodrillo di mare (2026; linoleografia, acquerello, succo di tabacco su vecchi quaderni, 64 x 43 cm). Foto: Andrea Avezzù
Agus Suwage, Viaggio in Oriente 1-4 (2025; acquerello, succo di tabacco, acrilico su carta, 57,x 76 cm). Foto: Finestre sull'Arte
Agus Suwage, Viaggio in Oriente 1-4 (2025; acquerello, succo di tabacco, acrilico su carta, 57,x 76 cm). Foto: Finestre sull’Arte
Mariam Sofrina, Bukit Tunggul (2026; olio su tela, 40 x 75 cm). Foto: Finestre sull'Arte
Mariam Sofrina, Bukit Tunggul (2026; olio su tela, 40 x 75 cm). Foto: Finestre sull’Arte
Theresia Agustina Sitompul, Postmooi (2026; stampa su carta carbone su carta di cotone, 140 x 28 x 38 cm). Foto: Finestre sull'Arte
Theresia Agustina Sitompul, Postmooi (2026; stampa su carta carbone su carta di cotone, 140 x 28 x 38 cm). Foto: Finestre sull’Arte
R.E. Hartanto, Portrait Series (2026; olio su tela, 30 x 40 cm)
R.E. Hartanto, Portrait Series (2026; olio su tela, 30 x 40 cm)
Rusyan Yasin, L'inversione del tempo (2026; inchiostro su carta, 179 x 30,5 cm). Foto: Andrea Avezzù
Rusyan Yasin, L’inversione del tempo (2026; inchiostro su carta, 179 x 30,5 cm). Foto: Andrea Avezzù

L’interazione, lo scambio, il dialogo e l’incontro, concetti base del progetto del Padiglione indonesiano, non si sono esauriti solamente al rapporto tra i sette artisti indonesiani menzionati e lo staff tecnico della Scuola di Grafica, ma è proseguito nel rapporto tra questi e sette giovani artisti emergenti provenienti da contesti disagiati, selezionati dal Negeri Elok e dal National Talent Management (le loro iniziative hanno l’obiettivo di coltivare il talento artistico in Indonesia), che hanno avuto così l’opportunità di venire a Venezia, di entrare in contatto con la Scuola e di partecipare a un progetto collaborativo che utilizza l’arte come strumento per favorire l’empatia, elaborare le esperienze traumatiche e rafforzare la resilienza individuale e collettiva.

Se la Biennale viene spesso attraversata come una corsa a tappe tra le opere più fotografate e i padiglioni più chiacchierati, il Padiglione dell’Indonesia merita di essere percorso non perché promette l’opera più spettacolare o la fotografia più instagrammabile, ma perché invita a riflettere e a interrogarsi su quante storie siano rimaste ai margini delle narrazioni ufficiali, concetto pienamente in linea con il progetto curatoriale In Minor Keys ideato Koyo Kouoh per la 61ma edizione della Biennale Arte di Venezia. Merito principale di Printing the Unprinted è tuttavia quello di considerare l’arte non soltanto come un risultato finale da osservare, ma come un insieme di relazioni e di incontri che lasciano un segno capace di andare ben oltre la durata di una mostra. E a questo punto, se i visitatori continueranno a passargli davanti senza fermarsi, attratti da luci più forti, il problema non sarà certo del Padiglione.



Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.




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