Un’opera mutilata, segnata dalla storia ma ancora capace di restituire la forza della pittura barocca. Tra i lotti di punta della prossima asta Old Master organizzata da Dorotheum a Vienna figura un frammento di una Maddalena attribuito ad Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, post 1654), con una stima compresa tra i 100.000 e i 150.000 euro. La vendita è in programma per il 28 aprile 2026. Il dipinto, olio su tela di dimensioni considerevoli (148 x 111 cm), rappresenta ciò che resta di una composizione originariamente completa, oggi privata del suo elemento centrale: la testa della santa, rimossa in circostanze non del tutto chiarite. Secondo quanto riportato dalla casa d’aste, il danneggiamento potrebbe risalire al periodo della Seconda guerra mondiale, quando l’opera si trovava a Berlino, in un contesto segnato da dispersioni, saccheggi e distruzioni.
Per molti anni il dipinto è rimasto in una collezione privata in Germania, conservato arrotolato in una cantina, prima di essere riscoperto, restaurato e riconosciuto per la qualità della sua esecuzione. Nonostante le gravi perdite subite, l’opera conserva infatti una presenza pittorica che gli studiosi riconducono con decisione alla mano di Artemisia Gentileschi. L’attribuzione è stata sostenuta da Roberto Contini e Francesco Solinas, tra i massimi esperti dell’artista, che hanno pubblicato il dipinto nel 2011 in occasione della mostra Artemisia Gentileschi. Storia di una passione, tenutasi a Palazzo Reale (Milano) tra il 2011 e il 2012. A questa si aggiunge il recente parere favorevole di Riccardo Lattuada, che ha confermato l’attribuzione e la datazione dell’opera intorno al 1615-1618, durante il periodo fiorentino dell’artista.
Il dipinto è considerato una replica autografa della Maddalena conservata nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. Le due versioni presentano dimensioni quasi identiche, ma differiscono per una serie di varianti compositive e stilistiche che offrono uno sguardo diretto sul metodo di lavoro di Artemisia. Il confronto tra le due opere rivela, ad esempio, una resa più dinamica del panneggio nella versione oggi in asta, una diversa posizione della sedia e della mano sinistra della Maddalena, che in questo caso sembra respingere l’immagine riflessa nello specchio, in un gesto carico di significato simbolico legato al rifiuto della vanità. Anche alcuni elementi iconografici risultano modificati, come il vaso degli unguenti, associato al gesto di Maria Maddalena di ungere il corpo di Cristo, che nella versione degli Uffizi è collocato in primo piano, mentre qui appare sullo sfondo, con una decorazione più elaborata.
Ulteriori differenze riguardano dettagli come il bordo decorativo dell’abito, che nel frammento presenta un motivo complesso ispirato a tralci d’acanto, e l’aggiunta di elementi come una catena dorata sul tavolo o la frangia del tessuto verde. Queste variazioni testimoniano una prassi diffusa nella pittura del Seicento, ereditata anche dal padre di Artemisia, Orazio Gentileschi, basata sull’uso di cartoni preparatori che permettevano di replicare un soggetto introducendo modifiche legate al contesto della commissione.
Dal punto di vista tecnico, le analisi condotte da Gianluca Poldi attraverso riflettografia infrarossa multibanda e spettroscopia hanno evidenziato pentimenti e correzioni lungo i contorni della figura, in particolare nel piede e nel polso, oltre a modifiche negli abiti che indicano un processo pittorico in evoluzione. I pigmenti identificati, tra cui bianco di piombo, giallo di piombo-stagno, ocra, vermiglione e blu oltremare da lapislazzuli, risultano coerenti con la pratica del XVII secolo e con la tavolozza dell’artista.
Nonostante la mutilazione, o forse proprio a causa di essa, il dipinto ha suscitato riflessioni critiche sul valore dell’assenza nella percezione estetica. Riccardo Lattuada ha messo in relazione l’impatto dell’opera con ricerche contemporanee come quelle di Emilio Isgrò, noto per l’uso della cancellazione come gesto creativo, e di Rachel Whiteread ed Edmund de Waal, che hanno esplorato il tema dello spazio negativo e della memoria.
In questo senso, la perdita della testa della Maddalena non rappresenta soltanto una mutilazione, ma diventa un elemento che potrebbe amplificare la tensione emotiva dell’immagine, trasformando il vuoto in una presenza carica di significato. Una condizione rara nel mercato dell’arte, dove più spesso sono frammenti estratti da opere più ampie a circolare, piuttosto che dipinti di tale importanza privati del loro fulcro visivo.
La provenienza dell’opera è documentata a partire dalla collezione di Alfred Berliner e della moglie Clara Berliner a Berlino, passando poi agli eredi e a diverse collezioni private tedesche tra gli anni Sessanta e il 1989. Questo percorso, segnato dalle vicende del Novecento europeo, contribuisce a definire il contesto storico in cui si inserisce la trasformazione del dipinto.
La presenza di questa Maddalena all’asta del Dorotheum rappresenta dunque un’occasione rara per il mercato, non solo per l’attribuzione a una delle protagoniste della pittura barocca, ma anche per la complessità della sua storia materiale. Un’opera che, pur incompleta, continua a offrire strumenti di lettura sulla pratica artistica di Artemisia Gentileschi e sul rapporto tra integrità, perdita e significato nell’esperienza visiva.
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