Un’opera simbolo della pittura della realtà europea del XVII secolo entra in una collezione pubblica. La Donna che chiede l’elemosina con due bambini, capolavoro del cosiddetto Maestro della tela jeans, è stata donata alla Pinacoteca Züst di Rancate (Svizzera) dalla Fondazione Dr. Joseph Scholz di Zurigo: la donazione ha così assicurato l’accessibilità al pubblico di un lavoro di straordinaria rilevanza storico-artistica. Ad annunciare l’acquisizione è la Galerie Canesso di Parigi, che aveva messo l’opera sul mercato.
L’ingresso dell’opera in un museo rappresenta un momento significativo non solo per la sua qualità pittorica, ma anche per il ruolo che essa ha avuto nella definizione di un intero corpus artistico. È infatti attorno a questa composizione che la studiosa Gerlinde Gruber ha riunito, tra il 2006 e il 2007, un gruppo di dipinti attribuiti a un anonimo maestro attivo tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento. La successiva mostra The Master of the Blue Jeans. A New Painter of Reality in Late 17th-Century Europe, organizzata tra Parigi e New York dalla Galerie Canesso nel 2010–2011, ha consacrato definitivamente la figura di questo artista, inserendolo a pieno titolo nella storia dell’arte europea. Definito da Stefano Frangi e Alessandro Morandotti come “un grande e commosso narratore delle sofferenze degli umili”, il Maestro della tela jeans si distingue per la sua capacità di rappresentare la marginalità con uno sguardo empatico e privo di retorica. Le sue opere si collocano nel solco della pittura di realtà, un filone particolarmente fertile nell’Italia settentrionale del XVII secolo, e dialogano idealmente con quelle di artisti come Giacomo Ceruti, pur anticipandone in parte gli esiti.
Il dipinto appena entrato nella Pinacoteca Züst riveste un’importanza particolare anche per la storia materiale e culturale del jeans. Si tratta infatti della prima rappresentazione pittorica nota di questo tessuto, un fustagno blu di origine genovese ampiamente diffusa in Europa già a partire dal XVI secolo. La riscoperta di questo gruppo di dipinti ci permette di richiamare l’attenzione sull’origine genovese di questo materiale, ampiamente utilizzato a partire dal XVI secolo e ben presto diffusosi a livello internazionale attraverso l’esportazione, in particolare in Inghilterra, dove, nel 1614, i registri contabili di un sarto del Lancashire attestano l’uso di fustagno genovese (Gênes in francese), scritto come “Geanes”, e successivamente “jeans”.
La scena raffigurata nel dipinto si sviluppa in uno spazio indefinito, dominato da toni scuri e da una luce controllata. La madre, ancora giovane, si appoggia a un bastone ed è vestita del magnifico blu indaco, più o meno sbiadito, che tinge il suo grembiule. La cucitura verticale rivela le tipiche impunture, del tipo che si trovano ancora oggi sui jeans. Nella mano destra tiene una ciotola per l’elemosina, apparentemente una tazza con manici, il cui fondo è rivolto verso l’osservatore, come lo sguardo della donna. Nel loro insieme, questo gruppo di figure ci pone un interrogativo: stanno davvero mendicando? Le loro espressioni dignitose, la loro resistenza in una stagione fredda (come suggeriscono le loro posture e il fatto che siano completamente coperte), il loro aspetto pulito, pur essendo probabilmente vestiti con abiti di seconda mano, ci distolgono da una semplice scena di mendicità. Definire un contesto per la creazione di queste opere non è facile: ogni immagine rappresenta la vita quotidiana con un certo livello di indigenza e sembra descrivere la stessa famiglia, poiché i personaggi a volte si ripetono da un dipinto all’altro.
Nel contesto europeo della pittura realistica del XVII secolo, il Maestro della tela jeans si distingue per aver ritratto individui umili vestiti di fustagno genovese, il tessuto blu di tonalità più o meno intensa che, come detto sopra, oggi è noto con il nome più diffuso di jeans. Sebbene questo tessuto resistente fosse prediletto per vestire le classi più modeste, la sua storia è inseparabile da questa particolare tonalità di blu e, di conseguenza, dalla storia della tintura, una duplice narrazione che riguarda sia il tessuto che i pigmenti utilizzati dal Maestro della tela jeans. Le analisi della pittura blu utilizzata dal nostro artista anonimo hanno permesso di identificare il pigmento ricorrente in ciascuno di questi dipinti: si tratta di indaco, un colorante di origine vegetale, lo stesso utilizzato per tingere il tessuto dei jeans. Per ottenere un blu indaco relativamente scuro, il pittore lo mescolava con bianco di piombo (per le tonalità più chiare) o nero di carbone (per quelle più scure). Il blu jeans risalta particolarmente bene in queste composizioni, in contrasto con i marroni e i grigio-marroni degli sfondi scuri o degli altri abiti.
L’artista era specializzato in scene di vita quotidiana; i suoi personaggi, spesso riuniti attorno a un pasto frugale, sono mendicanti, donne che cuciono o, in un caso, una parrucchiera al lavoro, e apparteneva chiaramente al movimento dei “pittori della realtà”, di cui la Lombardia era un vero e proprio crogiolo. L’artista faceva parte di questa corrente particolarmente prolifica, o addirittura ne fu uno dei pionieri, tra la seconda metà del XVII secolo e l’inizio del XVIII, come esemplificato da Giacomo Ceruti nella prima metà del XVIII secolo. Dal punto di vista stilistico, l’opera rivela affinità con diversi protagonisti della pittura europea del Seicento. Oltre al già citato Ceruti, si possono individuare richiami a Michael Sweerts e Eberhard Keilhau, detto Monsù Bernardo, entrambi attivi in Italia, nonché a maestri come Diego Velázquez, Georges de La Tour e i fratelli Le Nain, che avevano già esplorato il tema della povertà con un linguaggio realistico e intensamente umano.
Dal punto di vista storico, la provenienza dell’opera è ben documentata. Il dipinto è riconducibile alla Villa Airoldi, nota anche come Villa San Valerio, ad Albiate, in Lombardia, dove potrebbe essere identificato con i “Tre pitocchi in piedi quadro grande” citati nell’inventario del 1692 della famiglia Airoldi. Successivamente passato ai Caprotti tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, è stato ereditato nel 1999 da Guido e Ida Caprotti e quindi immesso sul mercato antiquario, transitando tra diversi collezionisti e mercanti, tra cui Cesare Lampronti e la collezione di Luigi Koelliker.
Nel corso degli anni, il dipinto è stato esposto in importanti rassegne, come Da Caravaggio a Ceruti. La scena di genere e l’immagine dei pitocchi nella pittura italiana, tenutasi a Brescia al Museo di Santa Giulia dal 28 novembre 1998 al 28 febbraio 1999, e poi ancora Maestri del ’600 e del ’700 Lombardo nella Collezione Koelliker (Milano, Palazzo Reale, 2006), The Master of the Blue Jeans. A new painter of Reality in late 17th century Europe (Parigi, Galerie Canesso, dal 16 settembre al 6 novembre 2010, e poi New York, Galerie Didier Aaron, dal 20 gennaio al 4 febbraio 2011), Jeans (Utrecht, Centraal Museum, dal 22 novembre 2012 al 10 marzo 2013), Thread (Denver, Art Museum, dal 9 giugno al 22 settembre 2013), e di recente alle due importanti mostre Giacomo Ceruti nell’Europa del Settecento, Miseria & Nobiltà, tenutasi anch’essa al Museo di Santa Giulia a Brescia, dall’11 febbraio al 28 maggio 2023 (qui la nostra recensione) e Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia. Stupore, Realtà, Enigma alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dal 19 settembre 2025 al 18 gennaio 2026 (qui la nostra recensione).
La donazione alla Pinacoteca Züst segna dunque un passaggio fondamentale nella storia di questo dipinto. Non solo ne garantisce la conservazione e l’accessibilità pubblica, ma conferma anche il riconoscimento istituzionale di un artista a lungo rimasto nell’ombra. Vedere l’opera che ha dato nome a un intero gruppo entrare in un museo rappresenta, in questo senso, un esito coerente e significativo, che restituisce alla collettività un tassello importante della storia dell’arte europea.
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