La Tebaide attribuita a Beato Angelico ritrovata dopo 50 anni: andrà all’asta a Firenze


Scomparsa dal mercato dal 1970 ma sempre presente nel dibattito critico, la rara Tebaide attribuita a Beato Angelico torna visibile prima dell’asta Pandolfini del 20 maggio.

Un’opera scomparsa dalla circolazione per oltre mezzo secolo, ma mai dimenticata dalla storia dell’arte, torna improvvisamente al centro dell’attenzione internazionale. La Tebaide attribuita al Beato Angelico (fra’ Giovanni da Fiesole, nato Guido di Pietro; Vicchio, 1395 circa – Roma, 1455) riemerge infatti dopo cinquant’anni di assenza dal mercato e sarà battuta all’asta da Pandolfini il prossimo 20 maggio a Firenze, nell’ambito della vendita dedicata ai Dipinti Antichi.

L’opera, alienata nel 1970 durante una vendita tenutasi presso il Palazzo Internazionale delle Aste ed Esposizioni di Firenze e successivamente scomparsa dalla circolazione, era rimasta viva esclusivamente attraverso fotografie in bianco e nero e una lunga tradizione critica che ne aveva sempre sostenuto l’autografia. Nonostante la sua irreperibilità, il dipinto ha continuato a occupare un posto significativo negli studi dedicati al maestro domenicano, grazie anche ai continui confronti con un’altra versione dello stesso soggetto oggi conservata al Szépművészeti Múzeum di Budapest.

La ricomparsa della tavola rappresenta dunque un evento di particolare rilievo non soltanto per il mercato antiquario, ma anche per la ricerca storico-artistica. Le opere di questa qualità, soprattutto quando accompagnate da una complessa vicenda critica e attributiva, riemergono infatti molto raramente, e spesso modificano il quadro degli studi dedicati all’artista e al suo contesto culturale.

La Tebaide in asta da Pandolfini viene messa in relazione anche con l’esemplare conservato presso il Museo di San Marco, proveniente dalla Galleria degli Uffizi e recentemente esposto nella grande mostra dedicata a Beato Angelico tra Palazzo Strozzi e San Marco. Secondo gli studiosi, le due opere sarebbero versioni autografe e quasi identiche di un soggetto già di per sé estremamente raro nella produzione figurativa del primo Rinascimento. L’immagine rappresenta infatti la vita degli eremiti nel deserto di Tebe, tema tratto dalle Vitae Patrum, raccolta di testi dedicati alle esperienze spirituali dei Padri del deserto. Si tratta di un soggetto che conobbe una discreta fortuna tra Trecento e Quattrocento, soprattutto negli ambienti monastici interessati alle pratiche ascetiche e contemplative.

Il dipinto attribuito a Beato Angelico, realizzato in tempera su tavola poi trasportata su tela, misura 68,5 per 56 centimetri ed è stimato tra i 150mila e i 250mila euro. Ma il valore economico rappresenta soltanto uno degli aspetti dell’operazione: ciò che rende la comparsa dell’opera particolarmente significativa è il suo peso storico e critico.

Beato Angelico, Tebaide (tempera su tavola trasportata su tela, 68,5 x 56 cm)
Beato Angelico, Tebaide (tempera su tavola trasportata su tela, 68,5 x 56 cm)

La perfetta (o quasi perfetta) corrispondenza tra le diverse versioni della composizione ha infatti alimentato nel tempo numerosi studi sulla pratica artistica del primo Quattrocento. Secondo lo storico dell’arte Miklós Boskovits, agli inizi del Rinascimento il concetto moderno di originalità artistica non esisteva ancora e la produzione di copie o versioni multiple di uno stesso soggetto era una pratica del tutto comune. In questo contesto, la presenza di due Tebaidi quasi identiche non viene interpretata come un’anomalia ma come una testimonianza diretta delle modalità operative delle botteghe artistiche del tempo. Gli studiosi ritengono probabile che entrambe le opere derivino dallo stesso disegno preparatorio e che fossero destinate a contesti funzionalmente analoghi.

Resta invece ancora aperta la questione relativa alla destinazione originaria del dipinto. Diverse ipotesi formulate nel corso degli anni cercano di individuare il contesto religioso e culturale entro cui l’opera sarebbe stata concepita. Una delle teorie più accreditate collega la tavoletta conservata agli Uffizi all’ambiente vallombrosano, sottolineando come il fratello di Hugford fosse monaco vallombrosano e come la famiglia Bartolini Salimbeni, da cui proviene il frammento oggi in asta, possedesse una cappella nella chiesa fiorentina di Santa Trinita, strettamente legata proprio all’ordine vallombrosano.

Negli ultimi anni è però emersa con forza anche un’altra interpretazione, che suggerisce una possibile origine camaldolese dell’opera. Questa lettura si collega alla figura del monaco Ambrogio Traversari, che nel 1423 completò la prima parte della traduzione dal greco delle Vitae Patrum, contribuendo alla diffusione del testo negli ambienti religiosi e culturali italiani del primo Quattrocento. L’iconografia della Tebaide si presta particolarmente bene a questo contesto spirituale. Le scene dedicate agli eremiti nel deserto, alle pratiche ascetiche e alla contemplazione rappresentavano infatti modelli di vita religiosa profondamente legati sia alla tradizione vallombrosana sia a quella camaldolese. In entrambe le interpretazioni, l’opera appare strettamente connessa a un universo monastico interessato alla meditazione e alla ricerca spirituale.

La ricomparsa del dipinto consente ora di riaprire il confronto diretto tra le diverse versioni dell’opera e di approfondire aspetti tecnici, stilistici e conservativi che fino a oggi potevano essere studiati soltanto attraverso materiale fotografico. L’assenza dell’originale aveva infatti limitato per decenni le possibilità di analisi, alimentando al tempo stesso il fascino e il mistero attorno al dipinto.

La qualità della tavola e la complessità della sua vicenda attributiva ne fanno uno dei lotti più attesi della prossima stagione d’asta italiana. Per il mercato internazionale dei dipinti antichi, la comparsa di un’opera legata a Beato Angelico rappresenta un evento di assoluto rilievo, soprattutto considerando la rarità di lavori autografi disponibili sul mercato.

L’opera proviene dalla storica collezione Bartolini Salimbeni di Firenze, una delle famiglie più importanti della tradizione aristocratica fiorentina. Successivamente passò attraverso la vendita del 20 novembre 1970 presso il Palazzo Internazionale delle Aste ed Esposizioni, dove figurava come lotto 113, per poi entrare in una collezione privata e sparire completamente dalla scena pubblica.

Per oltre cinquant’anni la Tebaide è dunque rimasta invisibile, pur continuando a essere citata nella letteratura specialistica e nelle discussioni attributive dedicate a Beato Angelico. La sua riapparizione permette oggi di verificare direttamente molte delle ipotesi elaborate dagli studiosi nel corso dei decenni e offre nuovi elementi per comprendere la produzione del pittore fiorentino nel contesto della spiritualità del primo Rinascimento.

Figura centrale dell’arte del Quattrocento, Beato Angelico occupa un ruolo fondamentale nella transizione tra cultura tardogotica e sensibilità rinascimentale. Le sue opere si distinguono per l’intensa spiritualità, la raffinatezza cromatica e la capacità di tradurre la dimensione mistica in immagini di straordinaria eleganza formale. La Tebaide appartiene pienamente a questo universo visivo e culturale, in cui il paesaggio e la narrazione religiosa diventano strumenti di meditazione. Anche per questo motivo il ritorno dell’opera assume un significato che va oltre il semplice evento commerciale. La vendita Pandolfini offre infatti l’occasione di riportare all’attenzione pubblica un tassello importante della pittura italiana del primo Quattrocento e di riaprire il dibattito su uno dei temi più affascinanti della produzione angelichiana.




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