Sergio Campagnolo è il decano degli uffici stampa che si occupano di arte e cultura. Professionista di lungo corso appassionato e competente, sempre disponibile, abile a intuire e interpretare i cambiamenti e le rivoluzioni del mestiere, uomo dietro le quinte del successo di diverse mostre grandi e meno grandi seguite dal suo ufficio stampa, Studio Esseci, fondato a Padova nel 1986, Campagnolo ha lasciato l’attività dopo quarant’anni esatti di attività. Nel frattempo, il suo Studio Esseci, che verrà diretto dai suoi collaboratori Roberta Barbaro e Simone Raddi, è diventato un punto di riferimento imprescindibile per chi si occupa di cultura a livello professionale. Come ha fatto a costruire il suo successo? Quali le basi del suo metodo? E soprattutto: cosa accadrà in futuro alla professione dell’ufficio stampa, e alle mostre? Sergio Campagnolo ne parla in questa lunga intervista con Federico Giannini.
FG. Vorrei cominciare da una curiosità, da un elemento che ci accomuna: tutti e due siamo arrivati all’arte per vie traverse. Tu sei passato dalla medicina all’arte (o meglio: dalla medicina alla sociologia, e poi all’arte). Volevo domandarti come è stato affrontare questo passaggio e soprattutto come hai fatto a barcamenarti all’inizio, lavorando in un ambiente completamente diverso da quello in cui ti eri formato.
SC. Sai, io ero sostanzialmente un ragazzo di campagna. Provengo da una famiglia di contadini, poi operai, di un piccolo paese. Quindi, all’inizio, quando mi sono messo a fare questo lavoro (perché l’avevo adocchiato, non per altro) mi sentivo molto fuori luogo. Alla fine, evidentemente, la capacità di lavorare, e di lavorare con un metodo tutto sommato differente da quello delle... dame (perché erano quasi solo signore, all’epoca, che facevano questo mestiere), mi ha favorito. Ed è stata una scalata neanche cercata, è arrivata da sola. Peraltro avevo già fatto lavoro di questo tipo in ambiente scientifico. Ho fatto per due anni l’Ufficio Stampa dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ed erano i tempi del Nobel di Rubbia: quindi non esattamente la palestra più modesta in Italia, in quel momento. Avevo lavorato anche come dipendente (non per l’INFN, ma per la ASL del mio territorio) in qualità di ufficio stampa interno. Avevo, insomma, delle esperienze di lavoro già prima. All’arte sono capitato per caso. Mi è piaciuta, evidentemente sono anche piaciuto, e ho avuto appoggi spontanei: a livello locale, ad esempio, Tony Cibotto, che all’epoca era la firma d’arte del Gazzettino, a livello nazionale Federico Zeri, che mi hanno sempre dato una mano. E questo mi ha fatto partire. Nulla di studiato, molto casuale.
Un’altra cosa che ci accomuna: tu hai detto che sei... Campagnolo di nome e di provenienza, e anch’io vengo dalla provincia. In che modo l’essere di provincia ti ha aiutato, e oggi secondo te è... ancora un limite oppure è diventato un valore aggiunto?
Non è né un limite né un valore aggiunto, a mio avviso. Dipende da come lavori, punto. Le persone possono andare alla ricerca di un ufficio stampa che si trova nei posti più impensati, se lo percepiscono come qualcosa che gli torna utile. Tutto qui. Certo, all’epoca faceva un po’ di colore che noi fossimo, ad esempio, estremamente presenti sulla piazza romana. Ci guardavano (anzi, mi guardavano, perché all’epoca ero da solo) quasi come una specie di piccolo anatroccolo, che andava in qualche modo rispettato hiusto perché piccolo. Poi il piccolo anatroccolo è un po’ cresciuto. La sensazione, però è che l’opinione positiva e tutto sommato la simpatia nei confronti di quell’anatroccolo sia rimasta.
Ti chiederei allora quali sono stati, a questo punto, i pilastri su cui si è fondato il successo... dell’anatroccolo, mi verrebbe da dire. Ottenere il rispetto da parte di realtà molto grandi non è semplice.
Abbiamo cambiato metodo, in qualche modo, senza presunzione di grandi rivoluzioni. Nelle realtà di provincia (ma tutto sommato anche nella realtà romana, dove abbiamo avuto un grosso battesimo) gli uffici stampa erano ancora fatti da... salotti. Era cioè ancora un ambiente di relazioni quasi salottiere. Noi non appartenevamo a nessun salotto, io proprio neanche un po’, e lavoravamo. Tante telefonate, abbiamo rotto tanto le scatole, però alla fine i risultati sono arrivati. Non dico che fossimo gli unici a farlo, ma l’abbiamo fatto forse in maniera più precisa di altri.
Venendo a come si fa il lavoro di ufficio stampa: oggi tanti tendono a fare sempre più confusione tra ufficio stampa e marketing, spesso sovrapponendo le due attività. Qual è, secondo te, il confine invalicabile tra l’informare (e quindi l’attività dell’ufficio stampa) e il promuovere (il marketing) nel mondo della cultura?
C’è effettivamente una grande confusione, non solo con il marketing, ma anche con le pubbliche relazioni, che sono altra cosa, anche se spesso vengono realmente confuse. La distinzione è questa: l’ufficio stampa opera laddove non deve pagare o non investire perché esca un articolo o un servizio. Questa è la differenza fondamentale. Il marketing lo fai investendo. Le pubbliche relazioni le fai... comunque investendo, anche se in altra forma. L’ufficio stampa no.
E tu, come ufficio stampa, in che modo sceglievi gli elementi su cui fondare la tua comunicazione per i tuoi clienti? Prendiamo la comunicazione delle mostre, per esempio.
La comunicazione delle mostre per me è sempre venuta dopo, nel senso che anzitutto c’era un confronto con il cliente e con il curatore, perché se non crei una sintonia con queste persone non riesci a fare bene il tuo lavoro. Questa è la mia personale convinzione, non è detto che sia l’unica, però io almeno ho sempre ragionato così. Tant’è che con molti clienti sono diventato poi una specie di amico, anche consulente, che è un valore aggiunto. Dopodiché bisogna studiare: cosa di quella mostra può affascinare, se non stupire? Ed è un tema sempre più attuale. Basta vedere il web: i ganci, cioè i titoli, dicono qualcosa di stupefacente, poi magari la realtà è totalmente differente. Non si può arrivare a questo, naturalmente, facendo l’ufficio stampa. Ti faccio un esempio pratico. Ho personalmente creato il concept di una mostra su una scienziata rodigina del Settecento, Cristina Roccati. Una ragazza di buona borghesia, prima studentessa fuori sede di scienze (non studiò a Padova come sarebbe stato legittimo, essendo territorio della Repubblica Veneta, ma andò invece a Bologna, territorio pontificio). Si laureò, poi ebbe sostanzialmente la sfortuna di imbattersi in un tracollo finanziario del padre (una specie di commerciante) e dovette tornarsene a casa, perché all’epoca, se volevi studiare, dovevi pagare. Finì a fare l’insegnante di fisica ai figli dei ricchi della città di Rovigo. Una storia interessante, certo, ma nulla di che. tudiando, però, mi sono accorto che Cristina Roccati si è laureata in fisica nel momento in cui un docente di anatomia dell’Università di Bologna, Petronio Zecchini, affermava che le donne hanno un cervello, ma questo cervello ragiona attraverso l’utero. Scrisse il pamphlet L’utero pensante, che oggi ci sembra una sciocchezza ma che in realtà formò, e per certi versi osteggiò, il pensiero scientifico riguardo alla capacità delle donne di confrontarsi con esso, fino a Maria Curie. Per un periodo lunghissimo. Era questo l’elemento su cui abbiamo puntato. Ed ha funzionato. Altrimenti sarebbe stato certamente un fenomeno interessante a livello locale, ma nulla di più. Insomma: l’ufficio stampa deve studiare. Anche al di là degli interessi specifici del curatore. E va poi convinto il curatore (in quel caso non ce n’è stato bisogno, perché la mostra era curata da una curatrice decisamente in gamba, Elena Canadelli) e bisogna portare anche il cliente a ragionare in questa maniera.
Immagino che la comunicazione, da parte vostra, debba tener conto anche delle differenze di chi la riceve: un conto è la rivista specializzata, un conto è la testata generalista. Gli uffici stampa fanno questa distinzione?
Secondo me troppo poco. Andrà fatta, e in parte viene anche fatta, ma non sempre e non ancora abbastanza. Perché un conto è la testata specializzata, un conto è un qualunque sito web di turismo (che va tenuto in pari considerazione rispetto a Finestre sull’Arte, perché io non sono per discriminare testate di serie A e di serie B, non l’ho mai fatto, proprio concettualmente non mi va bene), che ha un linguaggio e una necessità di semplificazione totalmente differente. L’alternativa qual è? Che quel testo, ammesso che il tema venga intuito come interessante, finisca all’intelligenza artificiale, che lo riduce al numero di righe necessario per farne uno strillo. E questo non è un buon risultato. Io non credo al potere miracolistico del lancio: credo al lavoro di fino che va fatto contattando la redazione, o il redattore, o il collaboratore. Questo è il vero lavoro dell’ufficio stampa, non tanto scrivere ed emettere un comunicato stampa: questo lo possono fare tutti. L’altro lavoro che ha distinto Studio Esseci è quello di avere un indirizzario che va molto oltre le testate (qualunque esse siano: scritte, radio, telediffuse e online). Noi abbiamo cercato per anni di implementare gli stakeholder, cioè i decisori, chi nel territorio ha una voce in capitolo, direttori di altri musei, sovrintendenze, e via dicendo. Faccio l’esempio più banale: presidenti di Lions e Rotary, ma anche di associazioni culturali, che poi sono quelli che possono organizzare... la gita! E quindi diventare loro stessi promotori di quella mostra. Non immaginare una comunicazione solo ai comunicatori ufficiali, ma anche a tutti quei soggetti che possono parlarne, occuparsene, organizzare. Quello che non riesco a capire, piuttosto, è cosa succederà domani. Immagino un ingresso sempre più determinato dell’intelligenza artificiale anche in questo settore. Senza fare fantascienza, immagino che nell’arco di 3-5 anni a contattarti non saranno più Roberta o Simone, ma sarà una voce artificiale che risponderà alle tue esigenze, forse anche in maniera più precisa rispetto a un umano, ti manderà immediatamente i materiali, controllerà la tua uscita e ti ringrazierà per l’uscita. Cosa significhi poi in termini di qualità o di occupazione, non lo so. Ci sarà una qualità forse più bassa ma, d’altra parte, se analizzi l’insieme delle uscite dopo una campagna stampa, tendono già ora a un livello sempre più basso. Ed è un elemento oggettivo Quindi non ci sarà nemmeno un’enorme differenza, ci sarà però una maniera di lavorare completamente diversa. Non sono nemmeno in grado di capire cosa succederà nel mondo delle mostre. Le mostre costano sempre di più (è un dato reale: i prezzi lievitano), e il pubblico non aumenta in maniera proporzionale. Fatto salvo un numero tutto sommato abbastanza ristretto di casi, il resto delle mostre non ha registrato incrementi negli ultimi tre anni. E questo è un problema. Andiamo realisticamente verso una diminuzione di risorse: le istituzioni pubbliche saranno sempre più impegnate sul sociale (speriamo non su altri settori, come la guerra), le fondazioni bancarie, che oggi sono un grande supporto, saranno prese per la giacca più per situazioni sociali che non culturali, e le aziende saranno sempre più mirate sul prodotto e meno sul collaterale. Credo sia un quadro abbastanza realistico.
Hai delineato un quadro piuttosto complesso. Intanto, hai citato l’intelligenza artificiale e hai detto che stiamo già assistendo a un abbassamento della qualità della comunicazione (che è, anche a mio avviso, tangibile e perfettamente riscontrabile). Ti chiedo allora: l’intelligenza artificiale contribuirà ad appiattirla ulteriormente, oppure noi esseri umani, per sopravvivere, dovremo tornare a scrivere bene per distinguerci dall’intelligenza artificiale, e quindi assisteremo a un innalzamento della qualità della scrittura?
Immagino che sia vero l’uno e l’altro. Non ho la sfera di cristallo, ma la penso così: i siti che sono di pura informazione probabilmente non si appiattiranno né miglioreranno, perché già adesso hanno un livello scadente. E l’intelligenza artificiale potrebbe perfino fare meglio. In tutti i mercati c’è il prodotto di gamma bassa, quello di gamma media e quello di gamma alta. Nella gamma alta, il tuo ragionamento su una maggiore attenzione del creativo nel dare di più potrebbe essere vero, e lo auspico.
Parlando invece delle mostre: tutta la sovrapproduzione degli ultimi anni, secondo te ha aiutato la cultura oppure ha saturato e soprattutto ha frammentato l’attenzione del pubblico?
Intanto mi chiedo se le mostre siano state fatte per fare cultura. In molti casi no. Erano mezzi (e, attenzione, non è affatto una critica: meglio questo che altro) che diverse città, magari non tra le maggiori, hanno utilizzato per attrarre pubblico. Ed è del tutto legittimo. Il pubblico poi ha scoperto città minori, ma anche città maggiori, nell’occasione di una mostra: questo è positivo. Sono state utilizzate molto spesso come attrattori essenzialmente turistici, secondo una logica quantitativa che ha imperato, a mio avviso, negli ultimi anni e che adesso comincia (senza che io, ribadisco, abbia davvero la verità in tasca) a mostrare un po’ la corda. La mostra valeva se faceva tot visitatori, se faceva X fatturato in bigliettazione, se muoveva percentualmente Y in termini di presenze turistiche o di fatturato di hotel, osterie e ristoranti. Questo era ciò che veniva giudicato come importante. Però in tutto questo ambiente, se vogliamo leggermente fuorviato da queste esigenze, sono nate anche operazioni (come quella su Beato Angelico, ad esempio) di grandissima qualità, che hanno ottenuto una grandissima risposta di pubblico. Ma che richiedono però un grandissimo investimento iniziale. La domanda allora è: quanti riusciranno in futuro ad avere un budget tale da permettersi operazioni di questo tipo? E quanti altri, invece, andranno verso mostre in terza sede che in alcuni casi dimostrano di funzionare altrettanto bene come se fossero in prima? Anche questo è un fenomeno interessante, perché le mostre vanno ad attingere ormai (fatta eccezione per quelle enormi) in un bacino di 100-150 km, e quindi sono disponibili per il pubblico entro quel raggio. Ci sono esempi di società e persone che gestiscono una mostra in nona, decima, undicesima sede e raccolgono successo. Questa potrebbe essere un’altra strada. Poi ci sono mostre che costano meno. Non a caso è cresciuta moltissimo la fotografia, perché una mostra fotografica, per quanto bella, costa decisamente molto meno di una grande mostra d’arte. Quindi le mostre continueranno: a mio avviso cambierà un po’ la tipologia delle mostre.
Tu hai seguito mostre di successo, mostre grandi, mostre piccole, mostre dispendiose. Ti chiedo allora: quanto è importante, allora, il lavoro dell’ufficio stampa nel determinare il successo di una mostra?
È uno dei fattori. L’ufficio stampa fa un lavoro essenzialmente di natura confermativa. Cioè, se il pubblico la trova su di un sito, bene. Se però la vede anche in un servizio televisivo (soprattutto dalle reti nazionali), se la vede su un grande quotidiano, magari solo attraverso la rassegna stampa, allora quello che ha letto prende più sostanza. Questa potrebbe essere la vera funzione dell’ufficio stampa. E in qualche modo anche la vera funzione di testate come la tua: diventare riferimento per un pubblico che non si lascia trasportare da un titolo di quattro righe pescato in rete, ma che vuole capire se spende bene il suo tempo e i suoi soldi.
Torno su un altro punto che hai menzionato prima: il fatto una parte del successo del tuo studio si sia fondata sulla costruzione di una base di stakeholder importanti. Mi verrebbe da pensare al fatto che il settore dell’informazione oggi sia molto differenziato. Alle testate e ai giornalisti si sono aggiunti influencer, creator, pagine social e tutta una serie di soggetti che a vario titolo operano nel settore dell’informazione oltre che in quello della comunicazione (lasciamo perdere la distinzione, pur tenendo presente che anche qui c’è molta confusione). Il pubblico dell’arte e della cultura, secondo te, come si orienta in questo caos? E ancora: la testata di settore è ancora un punto di riferimento solido? Come è cambiata la sua percezione in questo panorama così affollato?
La parola “pubblico” è una definizione indeterminata. In realtà abbiamo tanti pubblici, e occorre ragionare non per una massa informe ma per le specifiche coorti di soggetti, altrimenti sbagliamo. Vado spesso a osservare i visitatori delle mostre, mie e altrui. E vedo che le mostre d’arte classica hanno essenzialmente un pubblico dai 35-45 anni in su. Le mostre d’arte contemporanea hanno un pubblico che può avere anche oltre i 45 anni, ma è composto soprattutto da un pubblico più giovane. Alcune mostre a tema particolare intercettano i 25-35enni. Va cercato l’interlocutore giusto per ciascuna di queste categorie. Chi va dai 35-45 anni in su oggi direi che vede ancora la televisione. Un servizio al TG viene notato. È una fascia che ascolta la radio, anche se in forme diverse, non necessariamente nel radiogiornale. Se il disc jockey dice “domenica sono andato a vedere la tal mostra e mi sono divertito”, questo vale più del servizio nel radiogiornale. Dopodiché tutti, ovviamente, diamo un’occhiata al web: chi in maniera molto attenta, chi in maniera addirittura parossistica, chi in maniera un po’ leggera, e questo dipende dall’età, dalla formazione, dalla cultura, dall’atteggiamento. In tutto questo, i quotidiani e le pagine culturali vengono letti da una minoranza molto esigua: già il quotidiano non ha grandi numeri di lettori, la decrescita è evidente, e all’interno del quotidiano la pagina culturale non è certamente la più letta. Eppure è importante per quel tema che accennavo prima: la necessità di conferma. Se quello che ho visto nel web e sentito in TV lo trovo anche, casualmente o no, nell’edizione online del quotidiano, mi dà sicurezza maggiore.
Pensa invece a cosa fossero una volta il giornale, il quotidiano, la rivista di settore. Erano l’assoluto.
Non solo: chi scriveva d’arte, anche sul Gazzettino, era un personaggio famoso! Perché tutti leggevano il giornale. E lo leggevano tuto.
E non solo: oserei dire che stabilivano da soli, o quanto meno in gran parte, il successo di una mostra. Oggi ovviamente non è più così. E allora, se l’informazione da sola non basta più a spostare l’esito di una mostra, figuriamoci a decretarne il successo, dov’è che si gioca davvero la partita?
Rispondo in una maniera forse inaspettata. La comunicazione è certo importante, ma in primis conta la comunicazione diretta di chi organizza la mostra o di chi la cura con la propria clientela. L’esempio più esplicito è quello di Marco Goldin. Quando apre le porte di una mostra, sa già di poter contare su di un certo tipo di afflusso, perché sono suoi clienti. Poi si aggiungono gli altri, ma il nucleo forte, che fa decollare la mostra, è formato dai suoi clienti. Lui li cura con grande attenzione, e loro diventano fan di Marco Goldin. Poi arrivano i social (che lui stesso cura con molta attenzione), arrivano le presentazioni nei territori, gli spettacoli teatrali nelle città. È un grande lavoro, se vuoi ottenere grandi risultati. Adesso non esiste più nulla di miracolistico. È la somma di un’enorme quantità di lavoro.
Allora a questo punto ti provoco: stiamo diventando più clienti e più fan, e meno visitatori informati?
Siamo gli uni e gli altri. Ti faccio un esempio fuori dalle mostre. Anche un marchio commerciale di un supermercato fa direct marketing rivolto ai suoi clienti, fa azioni di promozione. Ma non per questo i suoi clienti sono meno informati. Dipende dal cliente sapere cosa vuole. Può andare a vedere una mostra perché è di moda, perché ci vanno tutti, oppure perché la scelta è ragionata. È valido l’uno ma anche l’altro. Il vero interrogativo è: cosa ottengono le persone che capitano anche casualmente all’interno di quell’esperienza? Questa è la domanda che bisogna farsi.
Quindi secondo te oggi un buon ufficio stampa deve essere anche un buon analista, capace di leggere i dati di traffico e i flussi per decidere cosa comunicare... oppure può ancora affidarsi al suo... fiuto da gatto?
È da tempo non ci si affida più al fiuto: sarebbe un errore. Il fiuto poi è qualcosa di personale: il mio non coincide con quello di un collaboratore o di un collega. Certo, il fiuto aiuta, nel senso che se fai un’analisi stando attento anche ai dati degli altri eccetera, ti supporta. Ma dopo bisogna fare fatica, bisogna fare analisi. Io sono laureato in sociologia e questo mi ha aiutato in questo percorso. Esiste la statistica, esistono scienze di analisi. Serve un lavoro molto più di fino di una volta. Il mondo è diventato molto più complesso (per questo è anche, per certi versi, più affascinante) ma richiede più forze, più attenzione e un’apertura mentale.
Parlando nello specifico di Studio Esseci: qual è, secondo te, la sfida più grande che dovranno affrontare Roberta e Simone per mantenere rilevante un ufficio stampa con quarant’anni d’esperienza, che è nato come tradizionale, in questo mondo che corre verso l’intelligenza artificiale come ci siamo detti?
Io mi sono sempre dato questo obiettivo: cercare di capire dove va il mondo (il nostro mondo, ma in realtà anche quello che ci circonda, perché se scoppia una guerra ne risentiamo anche noi). E capire come si evolverà l’orizzonte del lavoro a tre e a cinque anni, e su questo creare un’azione specifica. Credo sia un metodo tuttora valido. Anche se più difficile, lo riconosco, capire cosa succede tra tre e cinque anni nel nostro lavoro e nel mondo dell’arte.
E invece, per chiudere, sulla tua attività personale: so che stai seguendo un’attività di ideazione di mostre. Ricordo ancora con piacere la tua mostra sulla Collezione De Silvestri a Rovigo di un paio di anni fa, che è stata un’interessante occasione di approfondimento. Adesso cosa stai facendo?
Continuo a collaborare con la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che su mio suggerimento ha creato un ciclo di mostre intitolato Storia e Storie del Polesine. Un po’ per portare i polesani (e anche i veneti, e chi ha voglia di tornarci) a capire quali momenti storici importanti, quali personaggi importanti abbiano avuto nel loro passato. Un passato fino al passato prossimo, perché una delle ultime mostre è stata quella su Giacomo Matteotti, per esempio. Sto lavorando adesso a una mostra su un personaggio del Cinquecento noto tra gli studiosi, ma praticamente sconosciuto ai più: Luigi Groto, il Cieco d’Adria. La mostra si intitolerà Groto, il Cieco d’Adria tra Monteverdi e Shakespeare. Stiamo parlando di un raffinato intellettuale del Cinquecento, cieco dalla nascita, che scrisse moltissime poesie, odi, orazioni, interventi di vario tipo, ma anche una serie di grandi commedie e tragedie. Non solo le scrisse, ma le diresse e in parte vi partecipò come attore. C’entra Monteverdi perché musicò alcuni dei suoi sonetti; altri vennero musicati da musicisti spagnoli, a testimonianza di come nel Cinquecento la cultura italiana (anche di apparente provenienza provinciale, come poteva essere quella di un personaggio nato, cresciuto e vissuto sempre ad Adria) abbia pervaso praticamente tutta l’Europa del tempo. E c’entra Shakespeare perché La Hadriana, una commedia scritta da Groto (presente nel Cinquecento nelle grandi biblioteche inglesi, e noi ne abbiamo dimostrato la presenza) potrebbe aver fatto da canovaccio per i drammi di William Shakespeare. Non è dimostrato, ma nemmeno escluso. Poi avremo altre due mostre d’arte su due aspetti del collezionismo, davvero molto importanti, come quello che tu hai citato prima dei De Silvestri nel territorio rodigino. È un progetto che vorrei portare avanti, perché trovo che sia una maniera diversa di fare mostre: a basso costo, con un’utenza principalmente di territorio (il che non vedo come un limite, anzi lo vedo come un valore) ma con la capacità di attrarre anche pubblico da fuori.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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