A Firenze, negli spazi della Sala delle Esposizioni dell’Accademia delle Arti del Disegno in via Ricasoli 68, è in corso la mostra PANE dell’artista di origini armene Narine Arakelian, aperta al pubblico fino al 30 maggio. Il progetto espositivo, curato da Inna Khegay, propone un’indagine sul significato del nutrimento nell’epoca contemporanea, intrecciando riferimenti alla memoria culturale, alla dimensione spirituale e ai linguaggi digitali e finanziari.
Al centro della mostra si colloca la domanda su cosa rappresenti oggi il “pane quotidiano” in un contesto in cui le risorse materiali si sovrappongono a economie immateriali e speculative. L’opera principale, intitolata anch’essa PANE, si presenta come una grande scultura in tufo rosa proveniente dall’Armenia, terra con una tradizione cristiana antichissima. L’opera è suddivisa in tredici parti, lasciando tuttavia intuire l’unità complessiva della forma, e richiama esplicitamente la tradizione dell’Ultima Cena e la dimensione rituale dell’Eucaristia.
La scultura assume la forma di un “pane di pietra”, un oggetto non commestibile che trasforma il cibo in simbolo e il nutrimento in interrogazione. La pietra spezzata si configura come un dispositivo visivo che mette in tensione le categorie di sacrificio e integrità, mentre la sua inaccessibilità materiale diventa elemento concettuale centrale. L’opera sollecita una riflessione sulla possibilità di recuperare il valore dello scambio simbolico rispetto a quello puramente materiale, insistendo sulla frattura tra bisogno reale e sistemi astratti di compensazione contemporanei. Sulla superficie della scultura sono incisi segni e pattern che rimandano a codici della cultura digitale e a riferimenti riconducibili all’immaginario delle criptovalute, incluso il simbolo del Bitcoin. Accanto a questi elementi compaiono citazioni testuali, tra cui “to be or not to be”, che contribuiscono a costruire un lessico visivo stratificato.
“Non hanno funzione decorativa ma costruiscono un linguaggio capace di rivelare una frattura contemporanea: Bitcoin nel mio lavoro non è un soggetto in sé”, dice l’artista. Funziona come segno di un credo in sistemi astratti che promettono sicurezza e libertà, ma restano scollegati dalle condizioni materiali di vita. Il pane si trasforma in una reliquia di pietra scolpita nel tufo armeno, un materiale vulcanico storicamente legato all’architettura sacra, alla memoria collettiva e alla resistenza. Attraverso questo lavoro, collego gli spazi scavati di Matera alle tradizioni lapidee armene, riflettendo sui sistemi di valore, sulla sopravvivenza e sulla responsabilità condivisa”.
Il progetto espositivo si inserisce in una ricerca che Arakelian porta avanti da anni sui temi della giustizia sociale, dell’identità e della memoria culturale, attraverso un linguaggio che attraversa scultura, installazione, video e tecnologie digitali, incluse sperimentazioni legate all’intelligenza artificiale. La sua pratica artistica rilegge simboli e archetipi della storia umana, osservando al contempo le trasformazioni culturali e tecnologiche del presente. Tra i precedenti interventi si segnala la performance realizzata durante la “Rivoluzione di velluto” del 2018, presentata nell’ambito della Biennale di Venezia del 2019, dove l’artista era presente sia al Padiglione armeno sia a Palazzo Contarini del Bovolo, e in cui aveva dato vita a una performance sonora lungo i canali veneziani utilizzando pentole e padelle.
Un ulteriore livello di lettura della mostra riguarda l’origine del progetto, che affonda le proprie radici in un confronto tra l’architettura in pietra armena e quella scavata di Matera. L’artista individua in entrambe le esperienze un principio comune che riguarda la costruzione dello spazio attraverso la sottrazione, piuttosto che attraverso l’aggiunta. Le abitazioni rupestri e gli spazi sacri materani diventano così riferimento per una riflessione sulla trasformazione dell’assenza in forma attiva, in cui il vuoto assume valore generativo. Matera, in particolare, rappresenta per Arakelian un luogo di studio approfondito, soprattutto per la dimensione comunitaria legata alla produzione del pane nei forni pubblici e alla sua circolazione tra gli abitanti dei Sassi. In questo contesto, il pane assumeva un valore che andava oltre la funzione alimentare, configurandosi come elemento di sopravvivenza e di coesione sociale.
La mostra stabilisce inoltre un dialogo diretto con la città di Firenze e con la sua storia. Come sottolineato dallo storico Zeffiro Ciuffoletti, il pane rappresenta un elemento centrale nella memoria civile e culturale della città. In epoca medievale, istituzioni come Orsanmichele svolgevano la funzione di mercato e granaio pubblico, garantendo l’approvvigionamento di grano in situazioni di crisi alimentare. Il pane, in questo contesto, non era soltanto nutrimento, ma anche strumento di stabilità sociale e protezione collettiva.
La dimensione simbolica del pane emerge anche nei cicli pittorici dei cenacoli fiorentini, come il Cenacolo di Sant’Apollonia e quello di Ognissanti, dove il gesto della condivisione assume valore spirituale e comunitario. In tali rappresentazioni dell’Ultima Cena, così come nella tradizione di accoglienza verso poveri e pellegrini, il pane diventa segno di misericordia e relazione. La mostra di Arakelian si inserisce dunque in questa stratificazione storica, attivando un confronto tra memoria locale e riflessione globale.
Il percorso espositivo include anche una selezione di opere recenti. Tra queste figura il video Rinascita Subconscia del 2019, insieme a lavori presentati nel 2024 al Museo d’Arte Moderna di Erevan. Tra le opere esposte si trovano il polittico Lettere, il trittico LOVE CORE HOPE e il dittico Afrodite. In queste produzioni ricorre il segno TO ₿E, che collega dimensione esistenziale e linguaggi digitali, mantenendo una continuità con la ricerca sulla sovrapposizione tra simbolo e sistema economico.
“Le manifestazioni artistiche di Arakelian comunicano apprensione, ma anche fiducia nella resilienza dell’umanità, alla quale l’arte può e deve dare un decisivo contributo. Una tensione che attraversa l’intero progetto, sospeso tra consapevolezza critica e apertura alla trasformazione”, dice Cristina Acidini, presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno.
“La forma di un pane suddiviso in tredici parti è un evidente richiamo all’Ultima Cena. È un’opera che attiva nell’osservatore una serie di riflessioni e considerazioni sul “pane quotidiano” (di oggi) per il corpo e per lo spirito. Una mostra da vedere”, aggiunge Luca Macchi, presidente Classe di Pittura Accademia delle Arti del Disegno.
“La mostra si configura come una riflessione sul significato del “pane quotidiano” nel XXI secolo, interrogando il rapporto tra risorse materiali e sistemi simbolici. Nel “Padre Nostro” il pane è al tempo stesso nutrimento concreto e sostanza spirituale, e il progetto di Arakelian riattiva questa ambivalenza, ponendo una domanda urgente: quale forma di nutrimento condiviso è ancora possibile oggi?”, sottolinea Inna Khegay, curatrice della mostra.
“L’allestimento”, conclude Jan Bigazzi, curatore dell’allestimento, “accompagna il visitatore in una dimensione sospesa tra presenza fisica e riflesso simbolico, dove la pietra, la luce e la superficie specchiante delle basi amplificano la percezione di un’immagine fragile e insieme rituale. La scelta di una luce minima e rarefatta restituisce allo spazio un carattere quasi sacrale, trasformando la frammentazione del pane in un’esperienza di contemplazione collettiva tra memoria, spiritualità e tensioni del presente”.
| Titolo mostra | PANE | Città | Firenze | Sede | Accademia delle Arti del Disegno di Firenze | Date | Dal 15/05/2026 al 30/05/2026 | Artisti | Narine Arakelian | Curatori | Inna Khegay | Temi | Arte contemporanea, Scultura |
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