Tra il rigore dell’inverno e l’esplosione dell’estate, c’è una stagione in cui timidamente la natura rinasce e torna a fiorire. Ce ne accorgiamo nei prati colmi di margherite, nei rami degli alberi, nei piccoli boccioli che mettono le piantine sui nostri balconi e terrazzi. Forse non ci facciamo caso perché troppo presi da mille impegni quotidiani, ma la primavera avviene anche dentro di noi: si verifica un mutamento sottile della percezione, un’alterazione della luce interiore che trasforma il modo in cui guardiamo il mondo e noi stessi, verso una direzione di positività. Tutto si trasforma in una forma di resistenza dolce, in una dichiarazione di fiducia; è il momento in cui sentiamo che qualcosa, finalmente, si sta sciogliendo. Ma se oltre a una stagione, definita da certe condizioni climatiche e dal ciclo che ne determina l’alternarsi, la primavera fosse dunque uno stato d’animo? Come sarebbe e quali caratteristiche avrebbe?
Innanzitutto, avrebbe leggerezza. Non una frivolezza superficiale, ma una leggerezza che giunge dopo un periodo denso, pesante, quasi fossimo reduci da un lungo letargo emotivo. Come se un peso si sollevasse, un nodo si sciogliesse, lasciando spazio al respiro. Una leggerezza che sfida la forza di gravità, quasi come la fanciulla che ne L’altalena di Jean-Honoré Fragonard si libra nell’aria, in mezzo alla vegetazione. Qui, tuttavia, entra in gioco anche una chiara componente di seduzione, ma quel corpo sull’altalena, nonostante gli abiti eleganti e ingombranti, sembra straordinariamente leggero, sembra quasi volare (come la scarpetta che le scappa dall’affusolato piedino). Un momento di giocosità, la mente libera dai pensieri, il cuore che ricomincia a battere con un ritmo nuovo.
La primavera sarebbe però anche curiosità: ci si riscopre capaci di esplorare il mondo con occhi nuovi, come se ogni cosa ci apparisse per la prima volta. Si sente il desiderio di uscire dai propri confini, non solo quelli fisici ma anche quelli interiori, di lasciarsi alle spalle abitudini e a volte anche certezze, per provare a inseguire una propria aspirazione. Ci si sofferma su dettagli che spesso sfuggono, per cogliere la bellezza nascosta nelle piccole cose. È lo stupore che ritorna, spontaneo, per ciò che è infinitamente piccolo ma incredibilmente vivo, per quei frammenti di vita che, proprio in primavera, tornano a germogliare. E che ogni volta ci sorprendono, creano meraviglia nei nostri occhi. Quella che, in un ambito diverso ma con la stessa curiosità, si prova davanti alla Primavera di Arcimboldo, una delle celebri teste composte dove, in questo caso, una grande varietà di fiori insieme a foglie e germogli si uniscono per dare vita a un mezzo busto, rivolto verso sinistra. I capelli sono un bouquet variopinto, la pelle e le labbra fiori rosa, il collo è ornato da una collana di margherite, il corpo rivestito da diversi tipi di foglie. Sul seno spunta invece un iris. Ogni piccolo elemento è parte di un tutto, proprio come ogni piccolo germoglio o bocciolo è parte della natura. Sta al nostro sguardo curioso e attento comprenderlo, lasciandoci stupire ogni volta.
La primavera-stato d’animo porterebbe poi con sé una speranza concreta, una forma di ottimismo consapevole, di fiducia silenziosa nel cambiamento che nasce proprio dal buio che si è attraversato. Una voce interiore che, dopo una prova o un lungo silenzio, sussurra: “forse adesso può andare meglio”. E in quel “forse” c’è tutta la bellezza dell’apertura. In quel momento, quasi senza accorgercene, iniziamo a percepire che qualcosa dentro di noi si sta lentamente rimettendo in moto. Un’energia sottile, ancora fragile ma viva, ricomincia a scorrere. I pensieri si fanno più leggeri, lo sguardo si solleva, e anche ciò che prima sembrava immobile inizia a trasformarsi. Come una sorta di lenta metamorfosi che ricorda le farfalle: la loro lenta trasformazione, da bozzolo a farfalla, segna l’inizio di una nuova fase, fatta di ali colorate che si librano leggere nell’aria e che si posano con grazia sui fiori profumati, contro la staticità del bozzolo.
La primavera come stato d’animo sarebbe una carica di energia che ritorna, ma con dolcezza. Un’energia che non ha la forza travolgente dell’estate, ma piuttosto un vigore sottile, fatto di colori morbidi, di luce diffusa, di aria leggera che accarezza. Un’energia che accompagna e che invita a riaprirsi lentamente. Sarebbe un sentimento intriso di tenerezza e delicatezza, come qualcosa di appena nato che porta con sé tutta la fragilità e insieme tutta la promessa dell’inizio. Una forza nuova che riscopre il coraggio gentile di esistere e di sbocciare ancora. Come i fiori di mandorlo rappresentati da Vincent van Gogh in uno dei suoi quadri più famosi e più delicati. Un’opera che è un inno alla vita e che trae ispirazione dalle stampe giapponesi: fiori bianchi, quasi perlacei, compaiono sui rami di uno dei primi alberi in fiore che annunciano l’arrivo della primavera e si stagliano contro un cielo di un azzurro purissimo. Simboleggiano la vita che ritorna, che rinasce, che resiste, nonostante tutte le difficoltà dell’inverno.
La primavera-stato d’animo sarebbe infine rigenerante, perché è un’energia che cura, che rinnova dall’interno e che cambia il modo di sentire il tempo e lo spazio. Con la primavera si prova infatti il desiderio istintivo di uscire, di stare all’aria aperta, di immergersi nel verde, come fosse un richiamo antico, familiare, capace di rimetterci in contatto con la natura, con l’essenziale. E con la luce. Il sole fa sentire il suo tepore, che non solo scalda il corpo, ma scioglie le rigidità interiori, alleggerendo i pensieri e aprendo la mente. È come se quella luce riuscisse a entrare dentro di noi, creando benessere. Una passeggiata, un raggio di sole sul viso, un bel prato fiorito e profumato sul quale sedersi o sdraiarsi: ed ecco che il tempo cambia ritmo e si riscopre il piacere delle piccole cose, verso le quali si prova una profonda gratitudine. I pittori impressionisti lo sapevano molto bene, tanto che colsero molte volte i loro familiari all’aria aperta, come Monet fece ad esempio con sua moglie Camille e il figlio Jean ne La passeggiata. C’è vento, c’è luce, c’è movimento, ma è raffigurato un momento sospeso nel tempo. Il vento muove i fili d’erba e l’abito di Camille, la luce filtra dall’ombrellino verde e gioca con i tessuti creando bagliori, il calore del sole si percepisce nel chiarore del cielo, pennellate rapide suggeriscono nuvole in continuo mutamento.
Vivere la primavera come stato d’animo è imparare a fidarsi del cambiamento, lasciando che ogni cosa trovi il proprio tempo per aprirsi, senza forzature, senza impazienza. È una transizione morbida, che ci accompagna fuori dalla rigidità dell’inverno, come un ramo che, lentamente, si ricopre di gemme, come la terra che, sotto la superficie, lavora pazientemente prima di mostrarsi di nuovo viva. È una disposizione interiore, una fiducia che cresce come una linfa silenziosa, che ci riporta a una forma di equilibrio, e che ci ricorda che ogni rinascita è possibile proprio perché è naturale, perché appartiene al ciclo stesso dell’esistenza.
E forse è proprio la Flora di Evelyn De Morgan che meglio racchiude il senso di tutto questo: la primavera non irrompe, non travolge. Avanza. Lo fa con passo sicuro ma dolce, con una grazia che non ha bisogno di imporsi, portando con sé la fioritura come un dono armonioso, che si compie da sé, nel momento giusto. Proprio come accade dentro di noi, quando, senza accorgercene, torniamo lentamente a sbocciare.
L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta
Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.
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