Dacché la questione della presenza russa alla Biennale di Venezia è diventata di dominio comune, le pagine social dei quotidiani e delle riviste d’arte, inclusa quella che dirigo, sono diventate il ricettacolo di amabili ciarle sulla libertà dell’arte (cui, per qualche ragione che mi sfugge, viene sempre aggiunto lo sport), costantemente invocata senza pensare che mai nella storia l’arte sia stata un’attività neutrale. I più elogiano, dunque, la scelta di Pietrangelo Buttafuoco di non escludere la Russia dalla prossima edizione della Biennale di Venezia, in nome d’una sorta di franchigia, di salvacondotto, di privilegio della totale libertà di cui l’arte dovrebbe godere senza deroghe. “L’arte non deve subire censure, l’arte dev’esser sempre libera”, dice la maggior parte di chi commenta. È un fenomeno interessante, che dà idea di quanto sia ancora tenacemente diffuso il mito romantico dell’artista come genio avulso dalla realtà e che opera sotto esclusivo dettato d’un impulso naturale, senza che debba rispondere ad altri che il suo genio, la sua ispirazione. Di qui, pertanto, anche l’idea, profondamente ingenua, che la Biennale di Venezia sia una sorta di Arcadia di verginelle, un libero cenacolo di spiriti eletti, una Woodstock delle arti visive dove i creativi di tutto il globo si ritrovano per esprimersi nella più completa libertà. Ne deriva probabilmente anche l’idea che il padiglione della Russia, così come quello dell’Italia, della Francia, del Congo, di chiunque, vada considerato come una sorta di asettico e libero conciliabolo d’artisti dei relativi paesi. Ma non è così che funziona la Biennale di Venezia. Se mai dovesse esistere un’arte neutrale, allora quell’arte di certo non abita dentro i padiglioni nazionale della Biennale.
La Biennale di Venezia va semmai considerata alla stregua d’un campionato mondiale dell’arte dove le partecipazioni nazionali sono espressioni dei rispettivi paesi e dei relativi governi. Il padiglione nazionale è, sostanzialmente, l’immagine con cui un paese intende presentarsi agli occhi del mondo. La Biennale di Venezia è soft power ancor prima che arte. Chiamiamola “diplomazia artistica”, se vogliamo. Spesso neppure i paesi democratici si sottraggono a questa logica, sebbene lo spazio di manovra di artisti e curatori, in questi casi, sia decisamente più ampio, e sebbene spesso gli spazi dei padiglioni nazionali diano luogo a tensioni, frizioni e polemiche, com’è naturale che sia. I curatori sono tipicamente di nomina ministeriale, o comunque sono scelti da agenzie che fanno riferimento al governo del paese che intende prender parte alla Biennale di Venezia. Si veda, a titolo d’esempio, la recente traiettoria degli USA: prima amministrazione Trump, due artisti (Mark Bradford nel 2017 e Martin Puryear nel 2019) che non mi sentirei di definire esattamente vicini al sentire di Trump, e che hanno affrontato rispettivamente il tema della crisi sociale degli Stati Uniti e le implicazioni del concetto di libertà. Amministrazione Biden, due artisti (Simone Leigh nel 2021 e Jeffrey Gibson nel 2024) chiamati a ridiscutere la storia del loro paese e a riflettere l’immagine di pluralità, apertura, attenzione alle minoranze che l’amministrazione intendeva proporre ai suoi cittadini e al mondo. Seconda amministrazione Trump: è stato scelto uno scultore astratto, Alma Allen, in virtù d’una presunta “eccellenza americana” che il suo lavoro incarnerebbe, e sappiamo che porterà a Venezia sue opere che, da quel che ho capito, dovrebbero rappresentare il paesaggio americano. In sostanza: poiché Trump, nella sua seconda amministrazione, ha voluto anche mettersi alla testa d’una guerra culturale interna (ne è prova anche il suo atteggiamento nei riguardi dei musei), l’amministrazione ha optato per un artista molto lontano dalla sensibilità dei due che l’hanno preceduto. C’è tuttavia da aggiungere anche una necessaria precisazione: nei paesi democratici di solito i padiglioni vengono anche lautamente foraggiati da donor e sostenitori privati, circostanza che consente uno spazio d’indipendenza che, nei padiglioni dei paesi dove non vigono sistemi democratici, solitamente finanziati totalmente dagli apparati statali, non esiste.
Se dunque anche nei paesi democratici i padiglioni nazionali sono spesso un riflesso delle amministrazioni dei loro paesi, non vedo perché per la Russia dovrebbe esser diverso. Tanto più che la gestione della presenza russa alla Biennale è affidata a un consigliere di Putin che qualche mese fa scriveva un editoriale per auspicare il ripristino della censura ufficiale, ed è curato dalla figlia del vicedirettore della società pubblica che fabbrica le armi con cui i russi combattono contro gli ucraini. In Russia, com’è noto, non c’è spazio per il dissenso. Gli artisti dissidenti non possono lavorare in patria. C’è ovviamente chi dice che anche in passato alcuni artisti hanno contestato il loro padiglione. Ed è vero che persino nei padiglioni nazionali l’arte può produrre ambiguità e dissenso (anche se, nella storia, è accaduto molto più spesso nei padiglioni dei paesi democratici). S’aggiunga poi che i casi di aperto dissenso sono stati sporadici, e le obiezioni si sono consumate quando un dato evento che l’artista ha inteso contestare in polemica col proprio paese s’è verificato dopo che l’artista era stato scelto. È il caso, per esempio, dello stesso Padiglione della Russia del 2022: i due artisti che avrebbero dovuto rappresentare il paese, Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, si ritirarono perché non se la sentirono di esporre le loro opere quando il loro governo faceva piovere missili sull’Ucraina (e a vedere i loro attuali curricula, pare che da allora non abbiano più esposto in Russia, malgrado fino al 2021 potessero contare su di un’attività espositiva piuttosto frenetica). Mi viene dunque difficile credere che gli artisti scelti dalla curatrice dell’attuale padiglione russo verranno a Venezia per contestare il loro paese. Ne dubito fortemente, anche perché alcuni degli artisti scelti hanno recentemente sostenuto le azioni del governo russo, quindi temo sia poco probabile l’eventualità d’una contestazione (me lo auguro, ma se mi chiedessero di puntarci delle fiches, declinerei cordialmente).
Tutto questo per dire che il dogma della libertà dell’arte, purtroppo, non andrebbe adoperato per legittimare una presenza nazionale alla Biennale di Venezia. Posso accettare che il cicaleccio sull’“arte che dev’esser sempre libera” e sulla “Biennale che dev’essere spazio di confronto” venga dal pubblico che non è mai stato alla Biennale di Venezia e pensa, in ragione di quel mito romantico di cui s’è detto, che la Biennale sia una sorta di grande comune hippy che si raduna vicino a Piazza San Marco ogni due anni: occorrerà tuttavia rammentare che chi ragiona in questo modo, o per poca conoscenza dell’argomento o per ingenuità, si presta involontariamente alla propaganda russa (lo abbiamo visto: i personaggi dietro l’attuale padiglione russo cercano d’accattivarsi le simpatie delle nostre opinioni pubbliche presentandosi come i latori d’un messaggio di dialogo). Chiaro poi che se uno non sa, non dovrebbe commentare, ma ormai non funziona più così, e tutti si senton legittimati a parlare di tutto. Capisco anche chi vorrebbe escludere, al pari della Russia, anche Israele o gli Stati Uniti: è una posizione che non condivido, per ragioni che ho già spiegato, ma almeno ci s’immagina che chi la sostiene sappia che cosa sia la Biennale di Venezia e ne conosca la natura politica. Molto meno accettabile, invece, è che a sproloquiare di libertà assoluta siano gli addetti ai lavori, quelli che dovrebbero sapere come funziona la Biennale di Venezia, ma che probabilmente, a questo punto, a Venezia tra aprile e maggio ci vanno giusto per strafogarsi di spritz e sarde in saor e già che ci sono si fanno una passeggiata tra i padiglioni. Se un intellettuale non riesce a distinguere tra la presenza d’un artista e una presenza nazionale, allora meglio che si limiti al ruolo d’intellettuale da buffet, di menestrello, ed eviti d’intervenire su argomenti che potrebbero tramutarlo nell’inconsapevole lustrascarpe della propaganda di un paese a noi ostile. La presenza della Russia alla Biennale di Venezia non è la presenza di artisti russi, ma la presenza dello Stato russo. Escludere un artista russo sarebbe censura, escludere la Russia è una sorta, vediamola così, di sanzione politica. Allora, proclamare l’apertura incondizionata significa ignorare che ai padiglioni della Biennale di Venezia l’arte è anche riflesso dell’immagine dei vari paesi e dei relativi governi.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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