Mostra di Sgarbi a Bologna: cinque motivi per cui non è una buona idea


Si sta tanto parlando della mostra Da Cimabue a Morandi progettata da Sgarbi a Bologna. Ecco cinque motivi per cui non è una buona idea.

È già stato scritto molto sulla mostra Da Cimabue a Morandi, il progetto di Genus Bononiae curato da Sgarbi che è in allestimento per il prossimo anno a Bologna, a Palazzo Fava. Non ci sarebbe molto da aggiungere rispetto a quanto ha scritto Romeo Cristofori su Mostre-rò in un pezzo molto sensato, che condivido. Anche in relazione ai riferimenti longhiani del titolo del progetto. Aggiungo solo una cosa: anche noi di Finestre sull’Arte abbiamo aderito all’appello per fermare l’esposizione, e se anche voi lettori volete aggiungere le vostre firme, potete farlo cliccando su questo link dove troverete i riferimenti.

Alcune considerazioni però sono necessarie. Gli ultimi anni della vita politica italiana ci hanno portato a sviluppare una forma mentis particolarmente manichea, che ci induce sempre a pensare che su un argomento debbano per forza esserci due fazioni contrapposte, una che incarna gli aspetti positivi e una che invece è il ricettacolo di quelli negativi. E in genere chi si schiera da una parte, tende ad attribuire agli avversari le qualità opposte rispetto a quelle che pensa di rappresentare. La mostra di Bologna non fa eccezione. I sostenitori di Sgarbi si scagliano contro i “professoroni”, i “baroni”, colpevoli di immobilismo ed elitarismo, e soprattutto di aver dato vita alla loro azione per semplice antipatia e pregiudizio nei confronti di Sgarbi. Dall’altra parte, ci sono invece quelli che considerano Sgarbi come un mero intrattenitore (per non dir di peggio) e quindi, a loro volta, si scagliano preventivamente contro tutto quello che fa o dice.

Innanzitutto c’è da dire che sarebbe meglio per tutti superare questi atteggiamenti, e capire, in questo caso, che da una parte il problema non è Sgarbi (sono convinto che la mostra avrebbe ricevuto lo stesso tipo di critiche anche se fosse stata curata da chiunque altro) e tra i firmatari dell’appello ci sono anche persone lontane da logiche di immobilismo e accademismo elitario, e che dall’altra, se ci sono così tante persone a cui Sgarbi piace, quando parla d’arte, bisogna almeno porsi il problema di capire perché la comunicazione artistica sgarbiana per molti risulti interessante.

Vittorio Sgarbi

Fatta questa premessa per sgombrare il campo e per affermare la nostra totale mancanza di pregiudizi di qualsiasi sorta, ribadisco la contrarietà di Finestre sull’Arte al progetto Da Cimabue a Morandi per almeno cinque motivi, che vi elenco:

  1. La mostra manca di un progetto e di obiettivi. Per confezionare una mostra, non basta operare una selezione di opere accomunate solo dal fatto di essere state prodotte a Bologna. Un’operazione del genere, che potrebbe essere condotta da chiunque (basta aprire un manuale di storia dell’arte e vedere il luogo di nascita degli artisti o quello in cui le opere sono state realizzate, anche senza grosse cognizioni in materia), che cosa può lasciare al pubblico? In che modo può “accrescere la formazione del pubblico”, come dice lo stesso Sgarbi? Ovvero: cosa può imparare il pubblico da una mostra di questo tipo? Il fatto che Bologna ha avuto le sue “eccellenze artistiche”, come dichiarato durante la presentazione? E allora, dal momento che parliamo di “eccellenze” (termine che riferito agli artisti della storia dell’arte mi suona un po’ strano) legate al territorio, perché non creare dei percorsi per portare bolognesi e non bolognesi alla scoperta di queste “eccellenze” direttamente nei luoghi in cui sono conservate?

  2. Alcune opere vengono strappate dal loro “contesto naturale”. Con l’aggravante che questo contesto naturale si trova a poche decine di metri da Palazzo Fava. Questo tipo di operazione è sempre molto delicato, anche in occasione di mostre di importante valore. A maggior ragione andrebbe evitato per esposizioni organizzate secondo criteri molto deboli. Bologna è una città che ha tanto da offrire, e il modo migliore per scoprire quello che ha prodotto durante i secoli, è andarlo a vedere nelle chiese, nei musei, nei palazzi, nei parchi, per le strade, nei luoghi di aggregazione. Vale a dire, nei luoghi vivi della città, che con un’operazione del genere diventeranno tutti meno vivi.

  3. Lo spettro d’azione della mostra è troppo ampio. Pensare di trattare, con una sola mostra, un periodo della storia dell’arte che parte dal Medioevo e arriva fino al ventesimo secolo, è poco sensato in quanto non è possibile condensare tendenze, stili, movimenti, episodi in una visita che per la maggior parte del pubblico non durerà più di un paio d’ore: è ovvio che le conoscenze che il pubblico potrà trarre dall’esposizione saranno più che superficiali.

  4. I musei bolognesi vengono impoveriti. Il progetto sgarbiano vuole portar via da quasi tutti i musei bolognesi molti dei loro pezzi migliori, che fungono anche da “biglietti da visita” per i musei stessi e attirano pubblico. Ed è quindi ipotizzabile che un’operazione di questo tipo vada a causare cali di pubblico ai musei bolognesi, quando questi ultimi avrebbero invece bisogno di maggiori afflussi e di politiche per incentivarne la visita.

  5. La mostra ha una bassissima considerazione del pubblico che la andrà a visitare. L’affermazione di Sgarbi secondo la quale la gente sarebbe “pigra” e preferirebbe vedere tutte le opere radunate in un’unica esposizione antologica, piuttosto che vederle nei musei, oltre che tutta da dimostrare, nonché insufficiente per giustificare una mostra simile, è anche poco carina nei confronti del pubblico: chi andrà a vedere questa mostra sarà quindi un pubblico che non ha voglia di andare a vedere chiese e musei? E allora questo pubblico cosa fa il resto dell’anno? E anche qualora ciò fosse vero, perché si devono incentivare prodotti che assecondano la supposta pigrizia del pubblico piuttosto che promuovere iniziative che invece lo educhino a un approccio più corretto e naturale nei confronti dell’arte?

Su molti di questi argomenti (le mostre “blockbuster”, la percezione del pubblico, gli obiettivi di un’esposizione) ci sarebbe molto da dire, e lo spazio di un solo post, incentrato su un singolo progetto, non è sufficiente: motivo per cui torneremo a parlare di questi temi. Tuttavia, dalla vicenda bolognese possiamo trarre un insegnamento: il pubblico sente l’arte, e lo dimostra seguendo con trasporto la discussione. Sta quindi a noi cambiare tipo di approccio nei confronti del pubblico e mettere in piedi ogni tipo di sforzo per fare una divulgazione di qualità. La divulgazione è la materia che raccorda gli studiosi al grande pubblico: se iniziative come Da Cimabue a Morandi andranno a proliferare, è anche perché manca quella connessione tra studiosi e pubblico che consentirebbe, tra le tantissime cose, ai primi di far percepire l’importanza del loro lavoro ai secondi, e a questi ultimi di distinguere un prodotto di qualità da un prodotto che di qualità non è. Gli appelli dunque sono importanti, ma non sono sufficienti: occorre lavorare per colmare la distanza tra ricerca e pubblico. Siamo ancora in tempo, dobbiamo solo lavorare meglio e lavorare insieme.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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