Difficilmente avremmo immaginato, anche solo un paio di settimane fa, d’esser costretti a veder quest’anno una Biennale di Venezia che riapre le porte alla Russia. Una legittimazione, una riabilitazione a tutti gli effetti. Partiamo subito da una constatazione: le partecipazioni nazionali alla Biennale di Venezia sono, essenzialmente, espressione dei governi dei rispettivi paesi. Sono solitamente i ministeri della cultura dei paesi partecipanti che scelgono i curatori, e i padiglioni della Biennale di Venezia, dacché mondo è mondo, sono manifestazione di soft power e di diplomazia culturale ancor prima che di confronto culturale. Tradotto: alla Biennale di Venezia la ragion di Stato viene tipicamente prima della cultura. Alla Biennale di Venezia di solito un paese non sceglie il suo miglior curatore, il suo miglior artista: sceglie quello che meglio risponde all’idea che il paese vuol dar di sé in quel dato momento storico.
Prendiamo per esempio l’ultima edizione, con l’Australia che ha scelto Archie Moore (e ha vinto il Leone d’Oro) per contestare a se stessa tutta la storia d’ingiustizie nei riguardi degli aborigeni e presentarsi dunque come paese che intende seriamente affrontare i suoi trascorsi, con la Spagna che ha scelto Sandra Gamarra per rileggere il suo passato coloniale, con gli USA che hanno scelto Jeffrey Gibson per mostrarsi paese aperto alla pluralità, con l’Arabia Saudita che ha scelto Manal Al Dowayan per mostrare al mondo i suoi progressi sui diritti delle donne. Pertanto, dato il significato della Biennale per i paesi che vi prendono parte, si fa molta fatica a credere che la Federazione Russa cercherà di usare la Biennale come sede di confronto, come momento di tregua. Figuriamoci poi se qualcuno potrà prendere sul serio le parole del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, quando dice che “esiste un momento in cui le armi si devono fermare”. Figuriamoci se davvero qualcuno potrà pensare che la Biennale sia, come lui dice, “spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie”. Questa è banale, ingenua retorica istituzionale: verosimilmente, la Russia cercherà piuttosto di compiere una sorta di operazione simpatia (cosa che peraltro sta già facendo), presentandosi come vittima d’una cancellazione deliberata, lei che tanto ha dato al mondo e che verrà a Venezia per creare, si legge nella presentazione della sua mostra, “uno spazio di dialogo e scambio”. Non ci scostiamo dalla retorica, per ora: la speranza è che abbiano almeno cambiato idea sulle curiose modalità di dialogo di cui han dato più volte prova in sede diplomatica, ma temo di nutrire qualche serio dubbio al riguardo. Buttafuoco suggerisce candidamente che la storia della Biennale ricorda padiglioni capaci di tradire, diciamo così, i loro governi. È vero (e auspichiamo che avvenga anche stavolta, che qualcuno degli artisti selezionati riesca a farlo, nel caso saremo i primi a riconoscerlo), ma s’è trattato di casi sporadici, e solitamente si sono prodotti quando un certo casino è scoppiato durante il processo, non prima. Dubito dunque, dati anche i soggetti coinvolti (a cominciare da un ex ministro della cultura che qualche mese fa scriveva un editoriale per vagheggiare il ripristino della censura ufficiale), che vedremo un padiglione russo contro il Cremlino.
Mi domando allora a cosa sia servito, quattro anni fa, allestire la “Piazza Ucraina” al centro dei Giardini onde “dar voce agli artisti e alla comunità artistica dell’Ucraina e degli altri paesi per esprimere solidarietà con la popolazione ucraina all’indomani della brutale invasione da parte del governo russo”, come presentazione ufficiale recitava. Mi domando a cosa sia servito commuoversi per la determinazione di Pavlo Makov, che per onorare a tutti i costi il Padiglione dell’Ucraina aveva finito la sua opera sotto le bombe a Kharkiv e caricava in macchina, assieme al suo team, i pezzi della sua fontana e affrontava un viaggio d’una settimana in mezzo alla guerra pur di non mancare. Mi domando a cosa sia servito rimanere impietriti due anni fa dentro la grande aula del Padiglione della Polonia, a guardare l’opera di Open Group, a sentir ripetere il suono dei missili e dei droni dalle bocche dei rifugiati. Mi domando a cosa sia servito tutto questo se poi, come se niente fosse, si dà agio a chi viene a Venezia in rappresentanza d’un paese che ha aggredito, invaso, stuprato un vicino democratico. Anzi, stanno anche allegramente sogghignando, dal momento che il loro rappresentante per la cooperazione culturale internazionale dice, testualmente, che “non siamo mai andati da nessuna parte, quindi non stiamo ‘tornando’: è la prova che la cultura russa non è isolata e i tentativi di cancellarla intrapresi negli ultimi quattro anni dalle élite politiche occidentali non hanno avuto successo”. Mi chiedo allora perché la comunità dell’arte di casa nostra, malgrado tutto quel ch’è stato fatto negli anni passati per sostenere l’Ucraina e i suoi artisti (ricordiamo anche che l’Italia s’è attivamente impegnata per la ricostruzione), di fronte a questa notizia, di fronte a una sostanziale riabilitazione del Cremlino travestita da ritorno dell’arte russa, quand’è trascorsa ormai quasi una settimana, non abbia ancora proferito una sola, misera, flebile, strascicata parola.
Naturalmente, di fronte alle rimostranze di chi, giustamente, ritiene che la scelta d’ammettere la Russia non sia esattamente una brillante alzata d’ingegno, i social si son già riempiti dei commenti di quanti, altrettanto giustamente, si domandano: e allora Israele? E allora gli USA? E allora l’Iran? Risponderò a questa opportuna obiezione cercando, almeno per quel che mi riguarda e per come la penso, d’essere brutalmente esplicito. Possiamo pure passare sopra alle mille differenze tra Israele, USA e Russia, a cominciare dal fatto che, auspicabilmente nel giro di pochi mesi il primo e un paio d’anni il secondo, sia Netanyahu che Trump saranno tenuti a togliersi dalle palle se le rispettive popolazioni esprimeranno voto contrario in sede elettorale (non credo invece si possa dire altrettanto per la Russia). Perché non è questo il punto: non si parla né della forma di governo, né del grado di presentabilità morale dei singoli paesi partecipanti. Ché se davvero dovessimo ammettere i partecipanti in base al loro decoro, allora, a seconda dell’elasticità dei criteri, potremmo finire con una Biennale di Venezia che, anziché all’Arsenale e ai Giardini, potrebbe esser più comodamente organizzata al baretto di viale Garibaldi. E non è davvero mio intento distribuire patenti di moralità: non ne sono in grado e non ci tengo. Ne faccio allora una questione molto più pragmatica, che si può ridurre a due elementi. Primo: c’è una risoluzione del Parlamento Europeo che ha riconosciuto la Russia come paese sponsor del terrorismo, in ragione dei crimini di guerra e delle atrocità commesse dalle forze russe contro i civili ucraini. La risoluzione non è vincolante e non produce dichiarazioni ufficiali, ma si tratta comunque d’un invito formale a isolare la Russia finché non addiverrà a più miti consigli. Secondo: mercoledì scorso, proprio il giorno in cui la Biennale rendeva ufficiale la partecipazione della Russia, alla Camera veniva presentata la Relazione Annuale 2026 del DIS (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza), ovvero la relazione annuale della nostra intelligence secondo cui, cito testualmente, “nel 2026, la Federazione Russa rappresenterà la principale minaccia per il continente europeo” (per le ragioni rimando alla lettura del documento che si trova facilmente online).
Ecco: questo è il soggetto che la Biennale di Venezia e il suo presidente Pietrangelo Buttafuoco stanno legittimando con la scusa del dialogo. Vero è che la Biennale non è un’appendice del DIS, e vero è che la Biennale gode di autonomia culturale, tant’è che financo il Ministero della Cultura s’è sentito in dovere di dissociarsi, ma fino all’altro ieri la Biennale ha seguito una linea coerente di sostegno all’Ucraina (non oso pensare a come si sentano, in questi giorni, gli artisti ucraini), e soprattutto il dialogo si ha laddove esista quel minimo di flessibilità per accettarlo. Altrimenti non è dialogo: è maquillage culturale. Buttafuoco vuole aprire le porte alla Russia? Non possiamo espropriare il loro Padiglione? Bene: spero allora che la Biennale si attivi perché di fronte al padiglione della Russia ci sia un presidio di artisti dissidenti. Del resto, quattro anni fa “Piazza Ucraina” è stata messa in piedi all’ultimo minuto. La Biennale potrebbe aprire a una possibilità del genere. Che la presenza della Russia, se irrevocabile, diventi davvero uno spazio di frizione critica seria, non un soliloquio persuasivo mascherato da apertura al dialogo. E preciso bene: non siamo contro la cultura russa, né contro gli artisti russi. Siamo contro il loro attuale governo. Mi sembra una differenza rilevante e mi auguro che artisti, curatori e critici, sia che partecipino alla Biennale sia che vadano in qualità di spettatori, rimarchino questa differenza. Se non avverrà, pazienza: la notizia della partecipazione russa per adesso è rimasta confinata negli articoli delle testate di settore e in qualche trafiletto apparso qua e là. Aveva fatto più notizia, per dire, il concerto di Gergiev alla Reggia di Caserta l’estate scorsa. In quel caso, avevamo saputo come comportarci, e per molto meno.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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