Quali sono le modifiche introdotte dalla recente legge che ha rivisto il Codice dei beni culturali e del paesaggio? L’11 marzo scorso il Senato ha approvato in via definitiva la legge “Valorizzazione sussidiaria dei beni culturali”, un’iniziativa nata nel 2023 su proposta del presidente della commissione cultura alla Camera, Federico Mollicone (FdI) e confluita infine nella legge n. 40 del 17 marzo 2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 marzo. Il provvedimento è stato presentato da Mollicone come un passaggio di svolta: l’obiettivo dichiarato è favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini, sia individuale sia associata, nella valorizzazione dei beni culturali e nello sviluppo dell’impresa culturale e creativa. Il patrimonio viene così interpretato non solo come elemento identitario e storico, ma anche come leva per la crescita economica e per la riduzione dei divari territoriali e sociali.
Il provvedimento più discusso riguarda il fronte del mercato dell’arte: la riforma modifica infatti l’articolo 65 del Codice dei beni culturali andando a rivedere le soglie economiche che determinano l’obbligo di autorizzazione per l’esportazione. Il limite, in particolare, viene innalzato dai precedenti 13.500 euro alla nuova soglia di 50.000 euro. L’obiettivo dichiarato è rendere il sistema italiano più competitivo e allineato agli standard europei, favorendo al contempo la circolazione delle opere. Un’ulteriore modifica prevede che per le opere di autori stranieri l’attestato di libera circolazione non possa essere negato qualora non sia accertata la specifica attinenza di tali opere alla storia della cultura in Italia. Ancora, un’altra novità riguarda la possibilità di ritirare la denuncia per l’attestato di libera circolazione prima della notifica del provvedimento finale, introducendo maggiore flessibilità per gli operatori. Contestualmente, viene estesa la validità temporale delle dichiarazioni connesse alla circolazione delle opere, allineandola alla durata dell’attestato stesso.
Novità anche sul fronte dei prestiti di opere d’arte. In particolare, viene stabilito che l’autorizzazione per il prestito di opere debba essere rilasciata entro novanta giorni dalla richiesta. Viene inoltre rafforzato il ruolo delle autorità di vigilanza nel garantire trasparenza e sostenibilità nel mercato assicurativo legato alle opere in prestito.
Un altro dei pilastri della riforma è l’introduzione di nuovi strumenti digitali per la mappatura e il monitoraggio del patrimonio pubblico. Viene istituita presso il Ministero della cultura l’Anagrafe digitale degli istituti, dei luoghi della cultura e dei beni culturali di appartenenza pubblica. Si tratta di una banca dati destinata a raccogliere informazioni dettagliate sulla natura dei beni, sulle modalità di gestione, sui livelli di qualità della valorizzazione e sulle condizioni di accessibilità, efficienza e sostenibilità economica. L’Anagrafe includerà anche dati sugli immobili in disuso, con indicazioni su stato di conservazione, proprietà, localizzazione e eventuali progetti di recupero.
Il sistema è concepito come uno strumento finalizzato non solo alla trasparenza ma anche alla valutazione delle forme di gestione e alla possibile introduzione di modelli alternativi. Tutti gli istituti e i luoghi della cultura pubblici, insieme alle amministrazioni che detengono beni culturali, saranno tenuti ad aggiornare costantemente i dati. Le modalità operative saranno definite con decreto ministeriale entro diciotto mesi, garantendo l’integrazione con le banche dati già esistenti a livello statale e territoriale.
Accanto all’Anagrafe nasce anche l’Albo digitale della sussidiarietà orizzontale, una sezione dedicata ai soggetti privati interessati alla gestione indiretta dei beni culturali pubblici. L’obiettivo dichiarato è rendere più accessibile, trasparente e competitivo il sistema delle concessioni, favorendo la partecipazione di operatori qualificati. I soggetti iscritti potranno manifestare interesse per procedure di affidamento e saranno coinvolti nella definizione dei piani strategici di sviluppo culturale. Anche in questo caso, requisiti e modalità di accesso saranno stabiliti con decreto ministeriale, sentite l’Autorità garante della concorrenza e del mercato e l’Autorità nazionale anticorruzione.
La riforma introduce inoltre una strategia nazionale denominata “Italia in scena”, che dovrà essere definita entro ventiquattro mesi dal Ministero della cultura sulla base dei dati raccolti dall’Anagrafe e con il coinvolgimento dei soggetti iscritti all’Albo. Il programma mira a garantire una maggiore accessibilità dei beni culturali, con particolare attenzione alle aree interne, ai piccoli borghi e ai comuni montani. Tra le azioni previste figurano la promozione di spettacoli dal vivo e rievocazioni storiche, il rafforzamento delle iniziative di comunicazione, anche digitale, e lo sviluppo di partenariati pubblico-privati in grado di assicurare sostenibilità economica e qualità della gestione.
Un capitolo significativo è dedicato alla valorizzazione delle opere non esposte nei musei statali. La legge prevede la creazione di un elenco di opere idonee alla circolazione temporanea sul territorio nazionale, in quanto prive di criticità conservative. I comuni potranno richiedere il trasferimento temporaneo di tali opere, a condizione di disporre di strutture adeguate, di un museo con direttore nominato e di un progetto culturale integrato con l’offerta turistica, enogastronomica o sportiva del territorio. Tutti i costi saranno a carico degli enti richiedenti.
La riforma interviene anche sull’organizzazione interna del Ministero della cultura, prevedendo criteri uniformi per la determinazione dei compensi dei componenti dei consigli di amministrazione degli uffici dotati di autonomia speciale. Le nuove regole dovranno garantire proporzionalità, trasparenza e coerenza con la complessità degli incarichi, senza generare nuovi oneri per la finanza pubblica.
Dal punto di vista finanziario, la legge autorizza una spesa di 500.000 euro annui a partire dal 2026 per l’attuazione delle misure legate all’Anagrafe e all’Albo digitale, e di 4,5 milioni di euro annui per la strategia “Italia in scena”. Le risorse vengono reperite attraverso la riduzione di fondi già previsti nel bilancio del Ministero dell’economia e delle finanze, senza incidere su nuovi stanziamenti.
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