Isaac Julien, un cadeau da 2 milioni per Palazzo Te. Giulio Romano in chiave post-umana patinata


A Mantova, un’installazione di Isaac Julien da due milioni di euro celebra Palazzo Te con un’interpretazione post-umana degli affreschi di Giulio Romano. Critica culturale o branding istituzionale di lusso? La recensione di Federico Giannini.

Risparmieremo al lettore i singoli dettagli, l’inventario pedantesco di questo film di Isaac Julien che da mesi viene proiettato en boucle dentro le Fruttiere di Palazzo Te a Mantova: ogni descrizione spacciata per recensione che si rispetti ha la singolare caratteristica di non esser mai avara di cronache minuto per minuto, di accuratissimi tratteggi delle singole sequenze, di erudite dissertazioni sui riferimenti che farciscono i venticinque minuti circa di proiezione. Un lucidatissimo cadeau, una specie di torta di compleanno che l’amministrazione di Palazzo Te ha commissionato a Julien per festeggiare i cinquecento anni della residenza gonzaghesca. Senza badare a spese, verrebbe da pensare, perché stando a quanto dichiarato in sede pubblica da Stefano Baia Curioni, presidente di Palazzo Te, l’operazione ha richiesto un esborso di due milioni di euro (cifra da lui stesso definita “spaventosa”), tre quarti dei quali reperiti tramite apposito fundraising. Converrà tuttavia offrire un breve sunto di quest’opera, All that changes you. Metamorphosis, costata come due contributi ministeriali per la capitale italiana della cultura: due donne, una bianca e una nera, interpretate da Gwendoline Christie e Sheila Atim (attrici che, come si conviene ai prodotti cinematografici desiderosi di blandire un pubblico che quando non è a Palazzo Te è stravaccato sul divano a guardare Netflix, son state scelte facendo ricorso all’ampio repertorio delle serie televisive), viaggiano nel tempo, attraversano le architetture di Palazzo Te e della Cosmic House di Londra, ci fanno vedere immagini di foreste di sequoie (che, ci dicono i bene informati, alludono alla fragilità degli ecosistemi terrestri), di forme di vita elementari e complesse, di spettacoli naturali, e finiscono per assumere, spiega Isaac Julien in persona, “identità differenti mentre cercano di andare oltre una visione del mondo antropocentrica e discutono su come condividere il pianeta con altri esseri, offrendo spazio alla rappresentazione di prospettive non umane”. Per meglio riuscire nel compito di dissolvere qualunque linearità narrativa (e per assicurarsi che lo spettatore non s’annoi), l’enorme spazio delle Fruttiere è stato riempito di specchi che proiettano sequenze del film diverse dalla principale, cosicché il pubblico riceva la spinta giusta a pensare a modi nuovi per spartirsi la dimora terrestre con muschi e amebe mentre osserva su di uno specchio il soffitto della Camera di Psiche, su quello a fianco l’eruzione d’un vulcano e su quell’altro ancora un fitoplancton in HD.

Il film s’apre con una sorta di citazione in esergo, ovvero con la sequenza di Donna Haraway che legge un estratto del suo libro Staying with the trouble: “Il nostro compito è quello di creare scompiglio, di suscitare una risposta potente a eventi devastanti, così come di placare le acque agitate e ricostruire spazi di quiete”. S’è perso il conto degli artisti e dei curatori che, svuotato l’armadio del post-strutturalismo e fulminati sulla via del post-umanesimo, partono da riflessioni più o meno esplicite su Donna Haraway (Anicka Yi, Iván Argote, Agnes Questionmark, mezza Biennale di Venezia del 2022, mostre assortite: qualche anno fa, Hettie Judah su Artnet aveva proposto una moratoria sui concetti espositivi derivati da Donna Haraway). Alcuni dandosi l’avvio con lo stesso cappello di All that changes you. Metamorphosis. L’anno scorso c’è stata anche una mostra alla Design Week di Milano che diceva che il nostro compito è quello di creare scompiglio (il programma prevedeva aperitivo tutti i giorni alle 19, perché di vie per superare l’antropocentrismo si parla meglio quando si beve uno spritz, e sessione di clubbing alla serata di chiusura, l’ultimo giorno del Salone del Mobile). Ad ogni modo, a guardare il film pare quasi che Isaac Julien si sia intestato la missione di seppellire lo scompiglio sotto un controllo estetico ossessivo, di smorzare qualunque tentativo d’evasione con un lirismo levigatissimo e affascinante, di ricostruire uno spazio di quiete talmente comodo da finire col mettere il pubblico a proprio agio.

Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini
Allestimenti di All that changes you. Metamorphosis. Foto: Federico Giannini

A un certo punto, nel film si vede una capsula spaziale, con un levriero russo che ci gira intorno, in mezzo a un bosco: cambiate l’astronave con un Rav4 e otterrete la pubblicità del nuovo suv full hybrid. Evidentemente, l’artista non s’è preoccupato di deviare troppo dal suo modus operandi (Laura Cumming, recensendo sul Guardian la sua mostra alla Tate di tre anni fa, ne aveva offerto una sintesi eloquente: “un’estetica patinata, lussuosa e sfarzosa, fatta per reggere un carico teorico”, un “lirismo politico” che “si avvicina pericolosamente al manierismo patinato”): siamo, del resto, alla sua prima mostra italiana, e stiamo oltretutto parlando a un pubblico che normalmente va a visitare Palazzo Te per altre ragioni. Bene allora provocare una qualche forma d’instabilità percettiva (specie se ci son da riempire le Fruttiere di Palazzo Te: lo spazio è enorme), bene il continuo mescolare tempi storici (con conseguente potenziale disorientamento), bene il carico di reference, ma serve anche una pelle liscia e ben curata, ammorbidita da lunghe sedute di skincare e gesti utili a proteggere le naturali barriere cutanee, una pelle che seduca e che sia piacevole al tatto (se poi si corre, come sempre del resto in Isaac Julien, il pericolo di neutralizzazione, si dirà che è un rischio del mestiere). All that changes you. Metamorphosis è un’opera che ambisce dichiaratamente a essere sovversiva, ma finisce per essere bella. È un’opera che vorrebbe reimmaginare la poetica della creazione dell’immagine, ma s’accontenta d’essere imperdibile. Tant’è che da Victoria Miro, la galleria che rappresenta Isaac Julien, sono già in vendita le stampe inkjet su pregiata carta fotografica Ilford Gold Fibre Gloss, edizione di sei multipli più due prove d’artista, disponibili in varie dimensioni, cornice non inclusa, prezzo su richiesta. Non abbiam fatto caso se al bookshop di Palazzo Te ci siano anche le calamite per il frigorifero.

Seduti a guardare questa spolverata di zucchero a velo sugli affreschi di Giulio Romano, viene naturale interrogarsi sull’intercambiabilità della location, come Palazzo Te è chiamato in alcune recensioni. Poiché le spiegazioni fornite da Isaac Julien paiono una sorta di commento di circostanza (qualunque sala affrescata di qualunque casa nobiliare rinascimentale era un sogno estetico, politico e spesso pure mitologico), risulterà più utile ricorrere al commento di Angela Vettese che, sul Sole 24 Ore, ha scovato addirittura tre paralleli fra l’opera di Isaac Julien e il capolavoro “di Romano” (lo chiama così, pensando evidentemente che “Romano” sia il cognome di Giulio, come fosse un parlamentare del Pd). Primo, il fatto che la Camera dei Giganti si presenti come “dispositivo multisensoriale che rapisce lo spettatore” (tradotto: gli affreschi non hanno vincoli architettonici, e la pittura continua illusionisticamente su tutte le pareti). Al pari, dunque, degli specchi del regista inglese. Secondo, la rilettura delle Metamorfosi di Ovidio. Terzo, la brillantezza dei colori, simili ai rimbalzi di luce che provengono dai fasci delle proiezioni e che cercano, come faceva Giulio Romano, “il massimo del coinvolgimento fisico dello spettatore”. Bastasse qualche pennellata svincolata dalle partiture architettoniche, una sacchettata di miti antichi e uno spruzzo di colori brillanti, Isaac Julien avrebbe potuto ambientare la sua opera in un qualunque contesto tardocinquecentesco (alla Rocca di Fontanellato, al Palazzo Farnese di Caprarola, al Castello di Torrechiara, al Bosco di Bomarzo): concediamo però all’artista d’aver interpretato con una certa coerenza un luogo che non ha un centro simbolico unico, che alterna ordine e disordine, gioco e mito, amore e morte, uno spazio dove ogni frammento d’intonaco è ambiguo, indisciplinato, disorientante, che è spettacolare abbastanza da assecondare il gusto teatrale di Julien, un luogo dov’esiste una tensione tra classico e anticlassico, un luogo d’instabilità dentro un ordine apparente. Ma è pur sempre un luogo che viene prima dell’opera, col risultato che l’opera, anzi che essere site-specific, come direbbero i kurators, potrebbe esser definita institution-specific, e la conflittualità più interessante è anche quella di cui non si parla (se non per levare le lodi al “modo splendido per celebrare e attivare il nostro patrimonio passato”, dice Vettese, “un esempio da ripetere altrove con la stessa raffinatezza”, sperando comunque non a botte di due milioni di euro per volta), ovvero tra un luogo che diventa scenografia potenziata e un’opera che finisce per funzionare come branding del luogo, come critica culturale che risponde comunque a un’esigenza celebrativa. Allora cosa accade davvero quando l’engagé diventa supporter istituzionale? Che tipo di radicalità è possibile dentro un sistema culturale che ha già assimilato un certo linguaggio, specialmente se l’artista lavora su di un post-umanesimo che si guarda bene dall’essere disturbante (anche Pierre Huyghe, per dire, è artista istituzionalizzato, ma almeno provoca qualche disagio tentando un’instabilità più drastica, più energica, più profonda, molto meno controllata)? Per adesso limitiamoci a giubilare per il passato riattivato, è già qualcosa.

La mostra, partita lo scorso 4 di ottobre, avrebbe dovuto chiuder le porte a fine gennaio, ma è stata prorogata addirittura di quattro mesi, fino al 31 di maggio. Evidentemente Palazzo Te non voleva perder l’opportunità di sfruttare il vivo della stagione di caccia e riempire le Fruttiere di tutto quel pubblico ignaro che, com’è normale, sentendo pronunciare il nome di Donna Haraway penserà a tutta prima a una qualche star della disco degli anni Settanta (no, non è un giudizio morale: è una statistica, nella quale era peraltro ricompreso anche lo scrivente fino a un paio di Biennali di Venezia fa): utile rammentare che per la mostra non c’è bigliettazione separata, s’entra con lo stesso titolo d’ingresso che i visitatori acquistano per vedere gli affreschi di Giulio Romano. E probabilmente, prima di entrare alle Fruttiere che incontrano a fine percorso, quegli stessi visitatori potranno pensare che la Camera dei Giganti sia già abbastanza attiva di per sé.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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