Guardare le stelle mi fa sempre sognare, così come lo fanno
i puntini neri che rappresentano le città e i villaggi su una cartina.
(Vincent Van Gogh, Lettere a Theo)
“Possiamo vedere solo ciò che conosciamo”. Lo sosteneva già Ernst Gombrich in Arte e Illusione. E noi vediamo poco, perché conosciamo poco. Soprattutto ignoriamo ciò che sta sopra le nostre teste: non alziamo lo sguardo, nemmeno quando la notte si accende e il cielo si apre, pieno di pianeti, costellazioni, stelle rosse e azzurre. Da tempo, forse da sempre, abbiamo smarrito la curiosità per ciò che non è immediato, tangibile, facilmente comprensibile. Eppure è proprio lì che si nasconde il nostro più antico stupore. Riscoprire questa dimensione celeste diventa allora un’occasione rara. A offrircela è Notti, una mostra che attraversa cinque secoli di fascinazione per il buio e la luce, restituendoci il senso profondo di ciò che abbiamo smesso di guardare.
Alla Galleria di Arte Moderna di Torino, fino al 12 aprile, sono esposte, a cura di Fabio Cafagna ed Elena Volpato, circa 100 opere che esplorano la notte come luogo di sperimentazione tecnica, di osservazione scientifica e di introspezione pittorica, dal primo Seicento fino alla contemporaneità. Il percorso espositivo si apre con le indagini seicentesche di Galileo Galilei e Maria Clara Eimmart, messe in dialogo con le opere di Johann Carl Loth, Giuseppe Antonio Petrini e Antonio Canova. Da qui lo sguardo si espande fino alle visioni cosmiche contemporanee di Vija Celmins e Thomas Ruff. Ampio spazio è riservato all’Ottocento romantico e simbolista, quando la notte diventa ‘materiale’ privilegiato per esplorare l’interiorità, e al Novecento onirico, in cui l’oscurità si anima di immagini mentali e sogni visionari.
In questo intreccio di epoche e sensibilità diverse emergono i notturni di Victor Hugo, Odilon Redon, Franz von Stuck, František Kupka, Marc Chagall, Jackson Pollock e Joseph Cornell. Notevoli sono, in particolare, La costellazione di Orione di Giacomo Balla, del 1910, che è tra le prime espressioni pittoriche della fascinazione dell’artista per i fenomeni astronomici. Verosimilmente è un cartone preparatorio, ispirato alle diverse fonti astronomiche e iconografie divulgative dell’epoca (Flammarion e Schiaparelli, ad esempio). C’è poi l’opera del vedutista Ippolito Caffi, il cui notturno esposto rappresenta uno dei vertici più significativi della produzione del pittore che è testimonianza del suo profondo legame con la città di Roma. La veduta di un plenilunio sul Colosseo, in cui la luce lunare, chiara e opalina, avvolge l’anfiteatro abitato da figure minuscole. Le opere di Felice Casorati risalgono agli esordi grafici dell’artista e sono riconducibili alla fase secessionista della sua produzione, legandosi in particolare all’esperienza della rivista La Via Lattea. Per accompagnarne i fascicoli, Casorati incise una serie di paesaggi notturni dominati da cieli trapunti di stelle: la scia luminosa della Via Lattea è realizzata attraverso una fitta trama di fori praticati meccanicamente sulla lastra.
Ma torniamo un poco più indietro, al Seicento, al secolo dell’invenzione del paesaggio in pittura, che passa da semplice sfondo secondario a soggetto autonomo, e osserviamo il piccolo dipinto di Adam Elsheimer. Nell’inventario delle povere cose custodito nella stanza di casa dove il pittore Elsheimer dormiva, c’era il piccolo (31x41 cm) dipinto su rame, Fuga in Egitto (Alte Pinakothek di Monaco di Baviera) realizzato a Roma nel 1609. In quel quadro, per la prima volta vengono raffigurate la luna piena e la Via Lattea in una reinterpretazione che influenzò prepotentemente la pittura di Rembrandt e Rubens. Secondo alcuni studiosi, quel paesaggio notturno nasce da un’immaginazione più poetica che scientifica. Il pittore, verosimilmente aggiornato sulle scoperte astronomiche e sugli studi di Galileo, che avevano già incrinato le certezze aristoteliche, sceglie comunque di rappresentare una Luna piena e abbagliante che illumina la Sacra Famiglia: un’immagine potente, ma irrealistica, perché una luce così intensa, come sappiamo oggi, cancellerebbe le stelle dal cielo.
Eppure il 1609, anno in cui Galileo osserva i crateri della Luna e i satelliti di Giove, segna una svolta decisiva nel modo di guardare il cosmo. Nonostante ciò, il dipinto non ebbe alcuna reale circolazione all’epoca, come se quella nuova visione faticasse ancora a imporsi. Da qui nasce una domanda più ampia: quanto è cambiato, davvero, il nostro modo di percepire il cielo? E con cosa abbiamo sostituito questa innata capacità di osservazione? Perché abbiamo smarrito quella “notte stesa sulla terra, la forma secolare del mistero pacificato”, di cui scriveva Malraux? Ciò che di fatto abbiamo modificato sono lo sguardo e l’attenzione, ma se ciò non bastasse abbiamo anche dimenticato quello stupore antico dell’osservazione del cielo che è connaturato all’essere umano, e non solo. Nell’economia di questo discorso, facciamo appello non esclusivamente alle opere degli artisti in mostra, ma anche alle riflessioni di scrittori e alle speculazioni di studiosi ed esperti del cielo perché hanno qualcosa da dire in proposito. Servirebbero delle “riserve naturali di buio”. Il buio totale non esiste più sulla terra, ed è triste constatare come solo chi lo ha conosciuto può averne nostalgia, può averne memoria esattamente come i pittori della mostra torinese che affascinati dalla volta celeste, ognuno nel proprio tempo, ne hanno tratteggiato colori e atmosfere, infondendo alla notte un significato arcano e misterioso ma anche più scientifico e preciso.
Facciamo un passo in avanti. Nel 2021, l’antropologa alpina, Irene Borgna, nel suo, Cieli Neri. Come l’inquinamento luminoso ci sta rubando la notte (Ponte alle Grazie) fa una ricognizione sulle ragioni del “furto della notte”, mettendo in luce i pochi luoghi dove è ancora possibile trovarsi al cospetto di un cielo davvero pieno di stelle, luoghi che sono rimasti nelle tenebre, per un inspiegabile rovescio del destino. Il libro mette in evidenza quanto l’illuminazione del pianeta, che di fatto ha reso le nostre città solo apparentemente più sicure reiterando, inoltre, un erroneo senso di arretratezza, abbia reso persino difficile l’orientamento degli uccelli migratori. Insomma, va bene tutto, purché la vita umana possa proseguire indisturbata. Non importa se un’idea sbagliata di progresso comprometta gli altri esseri viventi. Ma abbiamo fatto male i conti, perché, se è vero ciò che alcuni studiosi sostengono, ci sono molte più luci delle persone che abitano il pianeta.
Per fare solo un altro esempio, formalmente distante dai presupposti dell’esposizione, il libro di Sarah Perry, Illuminazione, offre una spiegazione romanzata del fenomeno celeste, sostenendo, in alcuni punti del testo, come persino le comete (compresa quella di Halley, la più luminosa e osservata del XX secolo, che si pensava avrebbe rilasciato, col suo passaggio, nuvole mortali di gas cianogeno) siano state considerate portatrici di calamità e disastri: tanto che, nel 1456, un papa come Callisto III scomunicò la cometa di Halley in quanto strumento del diavolo! Illuminazione è un piccolo miracolo rispetto all’incuranza odierna, un romanzo immenso che non smette di guardare le stelle per raccontare i destini umani, piccoli se messi a confronto con l’universo ma mai irrilevanti.
Ma torniamo nuovamente alla mostra e a quell’incanto ‘superstite’ che i quadri ancora ci regalano permettendoci di vedere la realtà al di là del nostro naso. Che relazione c’è tra le opere esposte con questo ragionamento?
Quanti visitatori ha avuto la mostra? Probabilmente non quanti meriterebbe. Un dato questo, che riflette una questione più ampia: quanto interesse suscita davvero, oggi, l’esplorazione della notte? E, soprattutto in Italia, quanto siamo sensibili al tema dell’inquinamento luminoso? Eppure l’argomento è tutt’altro che marginale: sotto un certo numero di stelle, il cielo smette di restituirci l’idea stessa di infinito. Dovremmo continuare a interrogarci su questo e agire per preservare una bellezza fragile, che ha ispirato alcune delle opere più significative della storia dell’arte, basti pensare a Van Gogh, che nelle sue Notti stellate, dipinte à la belle étoile, ovvero all’aperto, con i ceri accesi sulla falda del cappello, ha saputo trasformare il cielo stellato in qualcosa di indimenticabile, un paradigma visivo del nostro immaginario collettivo. E invece il paradosso è evidente: siamo assolutamente distratti e quanto all’Italia, siamo il Paese con la più alta percentuale di territorio contaminato dalla luce artificiale al mondo. Un primato che dice molto non solo di come illuminiamo le nostre città, ma di quanto poco, ormai, siamo disposti a guardare il buio. E a preservarlo.
Sono proprio i “notturni”, al contrario, che ci fanno restare umani e che ci riportano a epoche antecedenti alla storia e all’arrivo dei Sapiens sulla Terra. Il cielo, le stelle, i pianeti, tutto ciò che era presente prima di noi, è quanto abbiamo di più prezioso. Ecco allora che una mostra come questa ci restituisce non soltanto una visione sul tema tra le più mirabili della tradizione pittorica, ma anche l’essenza dell’essere umano, riportandoci indietro nel tempo, alla nascita dell’arte, in un’età che risale alla notte dei tempi, a quando le pitture venivano prodotte alla luce tremolante di torce o lampade a grasso. Ci riporta alle mani e agli animali impressi nelle grotte di Lascaux, della Val Camonica, Altamira e Peche-Merle che, con ogni probabilità, furono realizzate da donne.
Invece, e non è un caso, in mostra le opere esposte sono state realizzate soprattutto da uomini. Con qualche eccezione molto indicativa. L’arte e la scienza sono state discipline a lungo considerate prerogativa maschile. Fuori da questo cerchio esclusivo, in passato, si distinsero in poche. Dopo Ipazia, è la volta di alcune astronome tedesche ma solo Maria Clara Eimmart fu anche l’unica disegnatrice dei corpi celesti di cui abbiamo traccia. Dobbiamo aspettare il 1948 perché, in questa galassia di artisti, un’altra donna possa comparire, come una stella errante, a dipingere il cielo. È Titina Maselli, rappresentata a Torino da cinque olii su tavola, Cielo nero e cartelli, Alberi nella notte, New York, Notturno e Piazzale Flaminio. E Vija Celmins, l’artista contemporanea lettone che espone Dittico in bianco e nero, proveniente da collezione privata.
Senza dimenticare artiste non presenti in mostra come Giorgia O’ Keeffe, Leonora Carrington, Alma Thomas. Le poche artiste presenti o quelle assenti e citate emergono come figure isolate, spesso tardive, che riescono a offrire uno sguardo diverso, più raro e prezioso proprio perché minoritario. Questo mette in luce quanto la nostra visione del cielo – e più in generale della realtà – sia stata costruita in modo parziale.
In breve, riscoprire la notte, farla splendere nelle nostre vite, non significa solo recuperare lo stupore verso il cosmo, ma anche riconoscere e colmare le assenze, dare spazio alle artiste, ampliando quindi lo sguardo collettivo nell’ottica di restituire una visione più completa di una delle esperienze umane più preziose.
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